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Dieci anni di Pd

16 ottobre 2017 103 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Si celebra il decennale del Pd. Dieci anni di un percorso politico accidentato. Dieci anni di vittorie (poche) e di sconfitte (molte), di illusioni e delusioni, di contrasti interni, esclusioni e separazioni. L’unica cosa certa é che il partito regge, nonostante tutto, su percentuali ancora alte, tali da farne se non il partito oggi più forte, quello che ha la legittima ambizione di diventarlo. Si partì con Fassino e Rutelli, i due leader dei Diesse e della Margherita che decisero di unificarsi. Ma si passò subito la palla a Veltroni, per tentare l’impossibile sfida a Berlusconi alle elezioni anticipate del 2008, in salsa obamiana. S’inventò il partito a vocazione maggioritaria, fuoriuscendo dalla logica delle coalizioni. Veltroni e Berlusconi puntavano al passaggio dal bipolarismo al bipartitismo. Il primo apparentò solo Di Pietro, il secondo solo la Lega. Il risultato lo conosciamo.

Resta il fatto che Rutelli scelse un’altra via, Fassino era già stato sacrificato al culto di Veltroni, e Wolter, contrariamente a Obama e al suo Yes wi cane, lasciava il campo perché proprio “non si poteva fare”. Non nacque il bipartitismo, e morì il bipolarismo, con l’affermazione dei Cinque stelle, clamorosa, beffarda. La scelta di Bersani, sconfitto alle elezioni del 2013, di abbandonare il partito é l’ultimo atto del suo travagliato percorso, che si é aperto con l’avvento di Renzi. Solo con Renzi, un Veltroni più deciso e spregiudicato, il Pd cambia radici. Non é più una somma di ex diesse e margheriti, ma un nucleo di giovani senza storia, con famiglie generalmente democristiane, e molto attenti a valorizzare quest’ultima componente (che però sceglie, contrariamente ai suoi predecessori, il socialismo europeo) a scapito di quella comunista, alla quale si riserva il passato con la dispendiosa ripresa dell’Unità e delle sua feste.

Le elezioni europee, dopo la presa di Palazzo Chigi ai danni del povero Letta, danno un responso trionfale. Il giovin signor fiorentino, con gli ottanta euro e la rottamazione di D’Alema e compagnia, sembra un guerriero senza sfidanti, che gode addirittura della stima del suo avversario, quel Berlusconi col quale sigla l’intesa del Nazareno. Sbaglia a scegliere Mattarella (un altro ex democristiano) e non Amato per il Colle e il patto si rompe. Sbaglia a scommettere sul populismo per il referendum costituzionale e ci lascia le penne. Emerge Gentiloni, un anti Renzi nei modi, che con Minniti, Padoan e Calenda forma un ticket di rispetto. Un altro Pd?

Il bilancio é critico. Prodi e Parisi, che del Partito democratico sono stati gli ispiratori, non saranno alla celebrazione del decennale e hanno spostato la tenda più lontana dal Pd, Rutelli é fuori dal partito, Fassino non é più neanche sindaco di Torino mentre Veltroni si é dato al cinema. Bersani e D’Alema hanno fondato Mdp. Renzi e il renzismo paiono ammaccati alquanto. Che cosa resta? Non c’é più l’ambizione maggioritaria, i maggiori esponenti di una tradizione sono usciti dal partito, Prodi e Letta lavorano a un altro progetto. E qui ci inseriamo, possiamo inserirci anche noi. Se il Pd oggi da solo non va da nessuna parte, anche per la debolezza politica dei prodotti della rottamazione, così come prevede la nuova legge elettorale, bisogna costruire una coalizione. Occorre un soggetto non alternativo, ma competitivo col Pd. Forse laico e cattolico, liberale e riformista. Ove al centro di tutto stia il programma e non il mito del capo o di quella che il nostro Intini ha definito: “La lotta delle classi”(d’età). Strano che nel decennale del Pd anche questo partito senta l’esigenza di un forte alleato. Forse si riparte, più realisticamente, da una realistica “funzione minoritaria”.

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