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Idee socialiste (relazione introduttiva di Mauro Del Bue alla conferenza programmatica del Psi)

24 Ottobre 2011 1.301 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La mia relazione si divide in due parti. La prima è tesa a rispondere alla domanda “Quali dovrebbero essere alcuni punti programmatici del Psi a livello nazionale” e tenterò di proporre tre argomenti alla nostra riflessione, già peraltro anticipati nel mio intervento al seminario del Psi svolto a Roma qualche settimana orsono. Nella seconda parte cercherò invece di rispondere al bisogno di caratterizzazione dell’azione socialista nel territorio locale, puntando soprattutto sul ruolo tutt’altro che marginale, che i socialisti svolgono nelle pubbliche amministrazioni della provincia. Parto dalla prima risposta e la suddivido in tre ordini di argomenti. Il primo (e secondo me il più importante e in larga misura anche condizionante gli altri due) riguarda quella che definirei “l’ambiguità della seconda Repubblica”. E’ talmente ambigua che non è mai nata. Cioè noi parliamo di seconda Repubblica, ma abbiamo la stessa costituzione della prima, salvo qualche recente modifica (il titolo V della Costituzione, che peraltro non ha certo migliorato e chiarito i rapporti tra Regioni e Stato centrale). Al fondo di tutto, in questo diciottesimo anno di improduttivo e dannoso trapasso dalla repubblica dei partiti a quello delle èlites, ci sta il dilemma che a giudizio di Rino Formica condiziona tutti i problemi italiani: e cioè un rapporto mai chiarito tra forma parlamentare e forma presidenziale. Formica è uomo intelligente e fantasioso, a volte un po’ unilaterale, secondo me. E’evidente infatti che questo dilemma non condiziona tutto, ma tuttavia condiziona molti problemi di ordine politico e anche economico del nostro Paese, convinti come siamo (lo scrisse Craxi già nel 1979 e fu scandalo) che le istituzioni non siano una sovrastruttura, ma che oggi anzi siano un potere condizionante l’assetto non solo politico ma anche economico di una società. L’unica variazione nella repubblica inaugurata dai magistrati milanesi, ma in realtà originata dalla caduta del muro di Berlino e dalle mancate risposte della classe politica italiana in termini di rinnovamento del sistema politico, è stata la legge elettorale. E sia il Mattarellum e sia il successivo Porcellum hanno introdotto un sistema di votazione in base al quale l’elettorato pare chiamato a decidere non solo l’elezione dei deputati e dei senatori, che in realtà non decide né col Mattarellum né col Porcellum, ma la composizione di una maggioranza di governo e soprattutto l’elezione di un premier. Solo che la Costituzione su questo punto non è mai stata cambiata e gli elettori non sono affatto tenuti a decidere l’affermazione di un governo e tanto meno l’elezione di un premier. E’ il presidente della Repubblica che dà il mandato di formare un governo, dopo essersi accertato dell’esistenza di una maggioranza parlamentare. Così abbiamo vissuto per diciotto anni questa palese contraddizione, l’ambiguità di fondo della seconda Repubblica mai nata. E ora dovremmo riflettere sulle motivazioni che hanno spinto i protagonisti di questa fase a ignorare il problema. Ad accantonarlo, come del resto accantonati sono stati i grandi problemi di riforma del nostro tempo. A me francamente non viene in mente una sola riforma rilevante di questi diciotto anni, forse l’entrata nell’euro, un’operazione neppure tanto avveduta per le conseguenze che ci ha portato anche nella tazzina del caffè, mentre mi vengono alla mente tante riforme del primo centro sinistra: la scuola media unica e dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma dei patti agrari, l’abolizione della mezzadria, lo statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria, le regioni eccetera, eccetera, eccetera. E questo anche per le contraddizioni del nostro bipolarismo sul quale brevemente mi soffermerò più avanti. L’ambiguità della seconda Repubblica mai nata consente così a Berlusconi di affermare d’essere stato eletto dal popolo (ed è vero in qualche misura che l’elettorato ha votato pro o contro Berlusconi, pro o contro Veltroni) e nello stesso tempo al presidente della Repubblica di ricordare che la Costituzione non prevede tale funzione e che è compito suo affidare a qualcuno il mandato di formare un governo, qualcuno che potrebbe benissimo dunque oggi non essere più Berlusconi, ma chiunque sia in condizione di creare una maggioranza parlamentare, anche a prescindere dall’esito delle elezioni, come del resto già è avvenuto più volte nel nostro paese: nel 1994, quando Scalfaro affidò l’incarico a Dini, nel 1998, quando Ciampi lo affidò a D’Alema e nel 2000 quando lo affidò ad Amato. Senza per questo venir meno a un preciso dovere istituzionale e costituzionale. La verità è che la Repubblica dei partiti non ha avuto successori, se non quella delle èlites. Si sono affermate sempre di più le personalità singole e non le formazioni politiche collettive e oggi, su questo Bersani ha ragione, ne paghiamo il prezzo. Resta naturalmente da capire perché il partito di Bersani abbia accettato, anzi perseguito, una riforma americana della politica italiana e non una riforma europea. Ma anche su questo vorrei dire qualcosa più oltre. Il berlusconismo non è stato solo un fenomeno di destra, ma ha fatto breccia anche a sinistra. Tanto che la leadership è diventata assai più importante del contenitore e del contenuto politico. Ma la Repubblica delle èlites è arrivata al punto dell’individuazione di un leader che si sostituisce al popolo. Altro che craxismo, che pure era fenomeno che puntava  sul carisma del capo, ma all’interno di un contenitore-partito, di un programma collegialmente elaborato e con leggi elettorali che impedivano al capo di scegliere gli eletti. Sia col Mattarellum, che oggi un incauto referendum vorrebbe ripristinare, sia col Porcellum, sono i leader politici che scelgono i deputati e senatori, non il popolo. La democrazia dei partiti era divenuta assai discutibile e le elezioni forse troppo costose, ma la democrazia della Repubblica delle èlites è inesistente e si affermano non già classi dirigenti popolari, ma classi dirigenti emanazione dei capi. Quindi èlites politiche senza delega del popolo e tenuti per questo al vincolo di fedeltà col capo. Un capo che si sostituisce al popolo e al quale si dove riconoscenza e fedeltà da parte delle èlites. Che poi tanto fedeli manco lo sono. Generalmente si ammette qua e là ormai tutto questo, anche se a denti stretti, ma si aggiunge che il bambino da salvare nell’acqua sporca sarebbe il bipolarismo. Finalmente l’Italia avrebbe avuto in questi diciotto anni un’alternativa di governo. Commento che si tratta più che di un’alternativa, di un ricambio automatico del governo che in Italia avviene in ogni consultazione politica dove ha sempre vinto l’opposizione: Prodi contro Berlusconi nel 1996, Berlusconi contro Rutelli nel 2001, Prodi contro Berlusconi nel 2006, Berlusconi contro Veltroni nel 2008. A proposito, ha ragione Ugo Intini quando ricorda che in Europa cambiano le classi dirigenti e in Italia cambiano solo i nomi dei partiti. Se il bipolarismo non ha nulla di europeo, che non sia questo il motivo del suo mancato funzionamento? Il bipolarismo nostrano non é fondato da un lato su una forza d’ispirazione socialista e dall’altro su una forza d’ispirazione democristiana o conservatrice, ma da coalizioni di partiti medio-piccoli, messi insieme solo per vincere e poi generalmente incapaci di governare. Questo è vero non solo perché l’elettorato ha sempre dichiarato la sfiducia alla stessa maggioranza che pochi anni prima aveva premiato col voto, ma anche perché quasi nessun governo ha saputo reggere per l’intera legislatura. Il bipolarismo all’italiana è la causa di questa difficile e forse impossibile governabilità dell’Italia, perché costringe forze eterogenee a coalizzarsi solo per vincere, ma non esprime poi capacità e omogeneità nel governare. Oltre tutto il bipolarismo nega le buone ragioni altrui, tende sempre a visioni unilaterali della politica, che mai come in questo momento rappresentano lenti deformanti la realtà. Facciamo un esempio. Nella repubblica delle élites, in vigore da 1994, sono prepotentemente entrati in campo due (non solo uno) conflitti d’interesse. L’uno è quello dei magistrati che fanno politica, e che vogliono pesantemente introdursi sulla scena per tentare di cambiare maggioranze e governi, l’altro è quello di Berlusconi che mette insieme potere politico e potere dell’informazione. Si può anche sostenere che il conflitto d’interessi di Berlusconi è stato messo in campo per combattere il conflitto d’interessi della magistratura. E’ vero, ma sono passati appunto diciotto anni. E l’Italia è ancora alle prese col duplice conflitto. La sinistra ne ha visto uno solo, quello di Berlusconi, anche se poi non ha neppure voluto risolverlo con una legge, così come la destra ne ha visto uno solo, quello dei magistrati, senza però fare mai la riforma della giustizia. Noi dobbiamo vederli tutti e due. E su questo costruire la nostra autonoma iniziativa che è sarà solo nostra e forse, con noi, anche dei radicali. In nome dei principi di verità e di libertà. Dunque sulle ambiguità della seconda Repubblica mai nata, della Repubblica delle èlites, io consiglierei di alzare il tiro e di proporre un referendum consultivo sulla forma di Repubblica che, come del resto abbiamo in tante occasioni sollecitato, dia seguito a una vera e propria Costituente per scrivere un nuovo dettato costituzionale. Vedete, cari compagni, se noi siamo qui, diceva una bella canzone di Cocciante, ci sarà un perchè. Se ancora non abbiamo alzato le nostre tende, quello d’un villaggio più volte bombardato, se ancora ci nutriamo del gusto della politica sia pur nella semiclandestinità, e lo dico per i non più giovani, io penso che il motivo sia duplice. Da un lato perchè vogliamo affermare la bontà di tante scelte politiche del nostro passato, molte delle quali oggi ritornano puntualmente di moda, ma anche perché ci consideriamo un seme gettato nel futuro, un’occasione per cambiare il sistema e per tornare alla storia d’Italia e al presente d’Europa. E questa ormai non è più solo un’esigenza nostra, ma è da tempo un bisogno della politica italiana ed è divenuta, dopo la crisi finanziaria, anche una necessità del nostro Paese. Se tutto ormai porta infatti a ritenere che l’Europa non debba più essere solo una moneta, ma anche una politica, allora il gioco è fatto. O almeno dovrebbe essere fatto. Che senso ha mantenere un sistema politico italiano avulso da quello europeo, anomalo e figlio naturale della vecchia anomalia italiana? Quella dominata da un fattore K (la presenza del più forte partito comunista d’occidente) che determinava l’alternativa impossibile, l’inamovibilità dal governo di un partito, la Dc. Unico caso in Europa. E così oggi la vecchia anomalia ne ha partorito una nuova: cioè la contrapposizione tra un partito azienda come quello di Berlusconi e un Partito democratico che non esiste in nessun’altra parte d’Europa. Quest’ultimo, alleato con un partito di destra dalle manette facili come quello di Di Pietro e con un partito costituito da ex rifondaroli e da “non so”, come quello di Vendola, il primo alleato a una forza politica sempre a metà tra secessionismo e federalismo, come la Lega, che non l’accomuna ad alcun altro partito popolare europeo. Referendum, costituente, lotta contro i due conflitti d’interesse, ritorno alle identità dell’Italia che sono le identità di oggi e di domani dell’Europa politica, queste le indicazioni che ho dato e che mi sento in dovere di continuare a dare al partito nazionale. Un secondo argomento riguarda la conseguenze della crisi economico-finanziaria che ha investito il mondo, l’Europa, l’Italia. Attorno a questa crisi ha ripreso vita un movimento, che non so quanto consistente, che sostiene l’inevitabilità del tramonto del sistema capitalistico. Da un’altra parte c’è invece chi insiste sulla immutabilità di una forma di libero mercato, anche finanziario e di piena acquiescenza alle sue regole, demonizzando la spesa pubblica e qualsiasi ruolo dello Stato nell’economia. Mi paiono entrambe posizioni sbagliate. La prima perché confonde la crisi col tramonto. E troppe volte il movimento operaio ha scambiato le due cose e si è trovato senza tramonto e lui stesso in crisi, mentre altre volte ha schiacciato il piede sull’acceleratore costruendo modelli più oppressivi di quelli precedenti. Molti hanno attinto dalla crisi l’idea del superamento di quello che noi definiamo socialismo liberale, penso alle posizioni del vecchio Psi, poi di Tony Blair, e di qualche altro leader europeo. Ormai ci sarebbe un conflitto insanabile tra socialismo e liberalismo, dunque. Cioè occorrerebbe definire una presenza assai più costante dello stato nell’economia e non una più massiccia presenza della società nello stato. Per alcuni fino al punto di sfidare i vincoli sul debito, anzi ritenendolo un falso problema, e per altri ancora fino al punto di auspicare per il nostro paese il fallimento. Una sorta di rivincita, dunque, dal fallimento politico passato. Io penso invece che la crisi debba azzerare molte convinzioni tranne una. E cioè che la democrazia vada mantenuta e che il libero mercato non vada distrutto (non si sa poi con quale modello sostituito), ma che vada tuttavia rigorosamente regolamentato a fini di difesa e affermazione della giustizia sociale e non dell’egoismo privato. Molte certezze tuttavia vanno azzerate. E la prima è che i problemi si possano risolvere all’interno dei singoli Stati. Ormai è evidente che così facendo falliscono tutti i tentativi in atto. E così, come in Italia sta fallendo il berlusconismo, non si trova certo a miglior partito il governo socialista in Grecia, mentre Zapatero è stato indotto a dimettersi da premier spagnolo facendo così, come ha ricordato l’allusivo Tremonti, rialzare la borsa. Non esistono più ricette nazionali. Anche se esistono origini nazionali di alcuni problemi. Io penso ad esempio che per ciò che riguarda le giovani generazioni in Italia vi siano stati gravi e colpevoli ritardi ed errori non solo a destra, ma anche a sinistra. E che l’eliminazione dello scalone previdenziale decisa dal governo Prodi, e che ha comportato una spesa di circa 10 miliardi di euro per fare andare un pò più presto la gente in pensione, mentre i precari erano praticamente privi di protezione sociale, sia stato un errore davvero storico. Naturalmente, come avviene in ogni crisi (alla fine di due secoli fa e all’inizio di quello appena finito, nel primo e nel secondo dopoguerra, nel sessantotto, nel settantasette, e anche adesso) le giovani generazioni si propongono sempre il solito problema che ogni volta pare risolto ed evidentemente non lo è mai. E cioè se la società possa essere cambiata democraticamente o con la violenza. Bisogna che i socialisti spieghino ai giovani una verità molto semplice e cioè che la violenza non solo è moralmente ripugnante in una società che non neghi le libertà fondamentali, ma che è anche controproducente perchè trasforma le ragioni in torti. Vedasi il corteo di Roma di sabato scorso. Dove però, oltre a episodi sconvolgenti e deprecabili di teppismo organizzato, si è riscontrato anche un tasso elevato di settarismo e di stupidismo, come quando è stato aggredito Marco Pannella a suon di insulti e di sputi in faccia o quando si son lanciate parole d’ordine quali “non paghiamo i debiti” o “vogliamo il default”. Io penso che in generale, sul piano delle ragioni, la protesta dei giovani sia giusta. Abbiamo costruito una società all’incontrario, più in Italia che altrove, dove sono i vecchi a dovere mantenere i più giovani e penso che questa società vada riequilibrata nell’ottica di quel patto tra le generazioni del quale parlava Claudio Martelli già agli inizi degli anni novanta. Ma mi chiedo: di questo sono consapevoli oggi le tendenze conservatrici presenti anche nella sinistra italiana, e penso a settori di Sel e dello stesso Pd, ma soprattutto alla Fiom e alla Cgil che hanno nei pensionati, e non certo nei giovani disoccupati, la loro base politica ed elettorale? Il tentativo di rinnovamento è molto difficile anche a causa di corporazioni che tuttora esistono e sono assai potenti. Io penso che i socialisti abbiano fatto bene ad esporsi sul sì al referendum su Mirafiori come a quello su Pomigliano, perchè il primo diritto, caro “compagno” Landini, per un lavoratore, è quello di mantenere il lavoro, poi vengono tutti gli altri, che pure vanno difesi. Non sono per magnificare Marchionne, come ha fatto il sindaco rottamatore di Firenze, ma non sono neanche per demonizzare chi intende portare lavoro e reddito agli italiani, anche se avrei preferito lo avesse fatto senza pretendere discutibili contropartite dagli operai. Sulla crisi avanzo le seguenti proposte di iniziativa. Farsi promotori di una idea europea della politica economica. Possibile che la Bce sia l’ente che detta le manovre all’Italia, che addirittura ne precisa i contenuti specifici e anche le forme di adozione? Possibile che non esista una istituzione politica europea che elabori, diffonda e coordini i programmi economici dei vari paesi? Poi rilancerei sulla crisi le proposte dei socialisti europei e cioè la necessità di por mano a profonde revisioni di regole nel mercato finanziario, per evitare che le speculazioni prevalgano e che interi paesi siano sottomessi all’uso indiscriminato della borsa. Occorre appoggiare e diffondere a tutti i punti discussi e approvati dai meeting dei leader socialisti europei e che saranno al centro della convenzione del Pse di fine novembre: la necessità di tassazione delle transazioni finanziarie, la emanazione degli eurobond, la proposta di abbinare sempre ai patti di stabilità quelli per la crescita e l’occupazione. E sul piano politico nazionale credo alla validità della proposta di un governo di unità nazionale per uno sforzo congiunto teso ad affrontare la crisi anche con misure impopolari (vedasi la questione previdenziale) e che non possono essere strumentalizzate dalle opposizioni. Dunque il governo di responsabilità per evitare che ci siano irresponsabili, per evitare che chi governa tema chi si oppone, questo a mio parere è il principale significato e la più convincente motivazione di una soluzione del genere. Lo chiamerei governo di emergenza, come quello degli anni settanta, e penso che sarebbe utile anche dopo le elezioni del 2012 o del 2013. Almeno nella forma della grande coalizione di una sinistra che contrae una solida alleanza col centro e anche con forze diverse, quella maggioranza del 60 e più per cento della quale parla D’Alema, solo che il timore è che prevalga la logica di Vasto e che la triade Bersani, Di Pietro e Vendola sia l’unica ricetta praticabile. Dico subito che questa soluzione rappresenterebbe gravi rischi per il risultato finale e credo anche non sia neppure in condizione di governare l’Italia. Si dirà che dipende da Casini, ma un conto è una sinistra riformista che stabilisce un preventivo accordo col centro e poi si allarga ad altre forze, altro conto è una sinistra riformista che si allea preventivamente con una sinistra massimalista e con una forza giustizialista e poi chiede al centro di montare sul carro. Per quanto ci riguarda credo che, anche alla luce della tornata elettorale del Molise (col Psi che sfiora il 5%) ma anche a seguito dei sondaggi elettorali che ci vedono sempre ben al di là dell’1% del 2008, noi dobbiamo seriamente considerare, qualora si voti nel 2012 con questa legge elettorale, la possibilità della presentazione di una lista socialista o liberalsocialista, che potrebbe consentirci non solo di eleggere dei parlamentari, ma di eleggere dei parlamentari del Psi. Per ultimo, in breve, anzi in brevissimo tempo, il tema della laicità. Che riassumo in uno slogan. La lavoriamo per una Todi dei liberali e dei socialisti. Ammiro la Chiesa perché è un’istituzione ultramillenaria che continua a manifestare tutta la sua vitalità. Noi non abbiamo dietro alcuna Chiesa, anzi ne rifiutiamo l’esistenza, almeno come ente di promozione e di indicazione politica. Però avremmo bisogno di un luogo in cui la cultura laica si facesse vedere ancora, come ieri quando con la forza e la voglia di libertà di tanti cittadini presero piede le formidabili battaglie socialiste e radicali sul divorzio, sull’aborto e sull’obiezione di coscienza e anche sul fine vita che portano tutte il nome del nostro caro compagno Loris Fortuna. Oggi occorre rinverdire quel clima rilanciando le tante battaglie che ancora ci attendono per fare diventare l’Italia un paese europeo, e senza cedere su questo all’idea che una Chiesa antiberlusconiana possa essere di per sé più progressista di una Chiesa berlusconiana e meriti dunque uno sconto particolare. La cultura laica è stata purtroppo la più colpita in questi diciotto anni di seconda Repubblica mai nata. Anche Di Pietro oggi svela la sua vera natura quando inneggia a una sorta di nuova legge Reale, che certo non era il male assoluto nel 1975, ma che oggi avrebbe solo la conseguenza di detenere dei sospetti per 48 ore senza chiedere alcuna autorizzazione all’autorità giudiziaria, quando il vero problema è semmai quello di individuare i sospetti visto che non si trovano mai neppure quelli. E vengo altrettanto brevemente a tre temi di carattere più specificatamente locale. Partiamo dal presupposto che il Psi reggiano è un partito ben rappresentato nelle istituzioni: un consigliere comunale a Reggio, altri venti, tra consiglieri e assessori in giro per la provincia, un assessore nel comune capoluogo, un altro in provincia e perfino un consigliere regionale. Siamo ben presenti contrariamente al partito nazionale sulla stampa e nelle televisioni locali con interviste, proposte, idee. Innanzitutto proporrei che la consulta degli amministratori che abbiamo costituito recentemente si desse un calendario di incontri periodici, magari su temi specifici, ad esempio sui bilanci, sulla politica del welfare, sul rapporto tra pubblico e privato nei servizi. Partirei da un’analisi sulla crisi della democrazia anche negli enti locali, che dovremmo avere la capacità di denunciare anche se a volte può capitare che essa ci premi. Non esistono solo i parlamentari nominati, esistono anche gli assessori nominati, semplici delegati del sindaco, e i consigli comunali senza poteri che si svolgono generalmente per semplici interpellanze e mozioni, esistono i consiglieri nominati nei listini o attraverso i premi di maggioranza o attraverso, come in Toscana, le liste bloccate. Se faccio due conti vien fuori questa sorta di democrazia italiana: il Parlamento è nominato e non eletto (adesso tutti i partiti lo vogliono più che dimezzare e chi la spara più grossa pensa d’essere applaudito di più: con un solo parlamentare la spesa sarebbe infinitamente bassa, del resto), i consigli regionali sono in parte nominati e non eletti, le giunte sono nominate e non rappresentano come un tempo i consigli, ma solo i sindaci e i presidenti, fra poco non ci saranno più le circoscrizioni nelle città inferiori ai 200mila abitanti, quindi anche a Reggio e, secondo il piano del governo, non ci saranno più neanche le provincie e posso anche essere d’accordo. Si parla però tanto del costo delle istituzioni, ma non si parla mai del taglio alla democrazia. Ma esiste una democrazia rappresentativa in Italia? A quei giovani che urlano contro la politica e contro il Parlamento e non solo contro il governo, ma cosa rispondiamo, con quale modello, con quale esempio, con quale riforma? Esiste un sistema misto, ma in parte precipua senza scelte del popolo. Una sorta di nomenclatura che si autoriproduce, e una nuova generazione politica che anzichè chiedere di cambiare le regole, chiede di far parte della nomenclatura e di sostituire la vecchia. Se un sindaco come quello di Bologna, sceglie un rapporto diciamo un pò berlusconiano con una sua dipendente, allora è costretto a dimettersi lui e salta conseguentemente l’intero Consiglio comunale. Cioè, un consigliere eletto dopo una dura campagna elettorale a suon di preferenze e magari dopo aver speso anche un pò di soldi, si vede privato del suo seggio in Consiglio comunale perché un sindaco va con certa Cinzia Gracchi e mette in conto alla regione qualche dolce vacanza trascorsa insieme. Ma è veramente congruo questo sistema? Penso che si dovrebbe cambiare. E magari introdurre la norma secondo la quale il Consiglio comunale non è chiamato a dimettersi se muore o si dimette il sindaco, ma solo se non esiste più una maggioranza in grado di approvare i bilanci. Nel primo caso si dovrebbe provvedere alla nomina di un sindaco da parte del Consiglio comunale oppure ritornare a votare, ma solo per il sindaco e non per il Consiglio comunale. Idea tutta da approfondire, naturalmente, nelle sue possibilità tecniche. Io semplicemente la segnalo. Secondo argomento: le questioni attinenti il patto di stabilità e il taglio molto pesante praticato agli enti locali. E’ molto facile amministrare coi soldi, difficile, ma assai più gratificante è amministrare senza. Oggi certo dobbiamo protestare per i tagli, che il ministro Tremonti ha voluto verso i comuni in modo generalizzato e lineare, come si dice, senza distinguere quelli virtuosi da quelli viziosi. E certo va contestata questa “pazza idea” secondo la quale, dopo avere bloccato anche gli investimenti e non solo la spesa corrente, i comuni non possano spendere neppure quello che hanno accumulato. E così capita che il Comune di Reggio abbia a disposizione più di 90 milioni di euro senza poterli utilizzare. Da quel che so si tratta di una scelta solo italiana, quella di bloccare le spese, comprese quelle già autorizzate ed erogate ai comuni, nell’intero contesto europeo. Secondo me, però, questa situazione di grave difficoltà non sarà né breve né di facile soluzione. E costringerà chiunque a far fronte al tema dei bisogni con modalità fortemente innovative. Si tratta di operare una vera e propria rivoluzione nel modo di governare e di amministrare. Una volta si certificavano le esigenze di una comunità, si selezionavano, si mettevano in ordine di priorità  e poi i comuni si facevano carico della loro soluzione attraverso nuove spese o investimenti. Oggi non siamo più in condizione di poterlo fare. Anche se i bisogni sono tutt’altro che svaniti, e anzi sono in continuo, progressivo aumento. Personalmente mi ispirerei alla massima: “Governare di più, gestire di meno”, che del resto figura tra i principi fondamentali del programma del Comune di Reggio Emilia. Quel che conta sono i risultati più che la forma delle gestioni e anzi, è ormai provato che le gestioni private a fini sociali, come quelle delle società sportive ad esempio, portano risparmi e dunque benefici. L’ente pubblico non è infatti in condizione di promuovere da solo gestioni manageriali ed è indispensabile che i tecnici del settore entrino in campo per garantire ad un tempo risparmi e anche maggiore qualità. Questo vale per i servizi sportivi, ma potrebbe valere, anche se forse in maniera non così automatica, anche per altri servizi, soprattutto adesso che l’ente locale non ce la fa da solo a garantire risposte a tutti i bisogni. Quando si parla di educazione a Reggio Emilia si parla di un tema caldo. Essai sentito per l’esperienza reggiana, famosa nel mondo, soprattutto per quanto riguarda i servizi dell’infanzia. Però anche in questo settore (nascono meno bambini e dunque forse è meno complicata la risposta) così come in quello degli anziani (che sono invece in netto aumento e così le spese per l’assistenza agli anziani diventa sempre più onerosa) bisogna pensare a una sinergia che metta insieme interventi pubblici e privati e questi ultimi convenzionati col pubblico e in condizione di non attestarsi su vecchie e desuete tendenze privatistiche o confessionali. Supererei dunque il tema della storica contrapposizione tra scuola pubblica e scuola privata. Il problema è la garanzia della scolarizzazione anche dell’infanzia e la qualità delle prestazioni. In generale il nuovo ruolo del privato a fini pubblici si può, nel settore urbanistico, attivare attraverso gli accordi di programma, i Piani di riqualificazione urbana (che definiscono un territorio nel quale insieme pubblico e privato progettano e riqualificano parti di tessuto urbano), nonché i vecchi piani particolareggiati, oggi piani urbanistici attuativi. Anche su questo consiglierei la massima elasticità, senza l’incubo e la fobia ideologica dello scambio per il profitto, cioè del necessario beneficio per i soggetti privati. Senza profitto privato è impossibile infatti ottenere benefici pubblici. Naturalmente emerge un tema di pianificazione generale. Se cioè con gli accordi di programma e i Pru non si stabilisca un contesto territoriale attraverso tanti pezzi e non con una visione armonica. Ma su questo esistono i piani strutturali e i piani operativi (che insieme sostituiscono i vecchi Prg) e che garantiscono la necessaria organicità. Non entro nel merito di una questione puramente cittadina costituita dalla cosiddetta area nord sulla quale si è svolto un convegno da libro dei sogni in technicolor alla sala Malaguzzi circa un anno fa. Mi concentrerei sulle cose da fare più che non sulla filosofia e sulla futurologia. Ad esempio, è una cosa da fare la presentazione di programmi di metà quinquennio e ci siamo. Ogni giunta e ogni assessorato dovrebbe presentare alla popolazione il bilancio delle cose fatte in due e mezzo di lavoro ed essere giudicato anche per questo. Magari attraverso singole iniziative o semplici conferenze stampa. Vengo al terzo e ultimo tema di carattere amministrativo: quello della riforma della pubblica amministrazione. Lo elenco soltanto perché è questione di rilevante importanza e senza il quale rischia di naufragare qualsiasi programma amministrativo. E dunque meriterebbe ben altro approfondimento. Elenco tre ordini di problemi essenziali per rimodularne e rilanciarne l’efficienza. Il primo è quello di una necessaria delegificazione, troppe e troppo spesso inutili e a volte contraddittorie sono le norme alle quali i dirigenti e i funzionari devono sottostare e questo allunga i tempi delle decisioni e allontana i cittadini che vogliono una risposta celere dall’ente locale. Altro che la cartellino-mania del ministro Brunetta, che conta assai poco, visto che si può essere in regola coi cartellini e non fare assolutamente nulla durante l’orario di lavoro. Il secondo riguarda l’esigenza di una maggiore flessibilità o deregolamentazione delle risorse umane ed economiche troppo spesso vincolanti (e anche burocraticamente preservate dalla continua vigilanza sindacale), il terzo è attinente la necessità di introdurre l’uso delle nuove tecnologie, soprattutto informatiche, delle quali ancora i comuni sono carenti. In generale dovremmo dichiarare decisamente chiusa la fase delle sperimentazioni ideologiche stile anni settanta (dalla psichiatria alternativa alla Jervis, alla cultura alternativa alla Pestalozza, alla sanità alternativa alla Livio Montanari eccetera) e anche la fase dei massicci investimenti dei comuni sulle infrastrutture (vedasi gli anni ottanta e novanta, tutti incentrati sulle utilissime tangenziali, gli assi urbani, i micro aeroporti, le fiere ovunque e senza criteri, e adesso l’Associazione industriali chiede addirittura il terzo casello autostradale non si sa di quale utilità) e invece inaugurare la fase fondata sul superamento delle vecchie antinomie culturali, sulla selezione delle priorità, sulla necessità di un’autentica e fattiva collaborazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Oggi è il tempo della società solidale e non dello stato sociale. Il tempo dell’esaltazione del ruolo del privato che assolve a una funzione pubblica, è il tempo di pianificazioni realistiche e non millenarie, di selezioni di bisogni reali e non effimeri, di profonde modifiche negli assetti e nelle norme che regolano la vita amministrativa degli enti locali. E’ soprattutto il tempo nel quale bisogna chiedersi “cosa posso fare io per gli altri” e non solo “cosa può fare lo Stato e il Comune per me”. E in questa direzione ci dobbiamo muovere insieme, noi socialisti, che sul valore della giustizia sociale non siamo stati secondi a nessuno. E che da un vecchio omino con la barba bianca, certo Camillo Prampolini nato a Reggio il 27 aprile del 1859 e morto esule e povero a Milano il 30 luglio del 1930, abbiamo imparato che si deve amministrare un comune per il bene della collettività. Con intelligenza, fantasia e amore per le cose concrete.

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