Quello che scrivo non rappresenta una critica al sindaco e alla giunta attuali giacché molti di questi obbrobri sono stati ereditati. La mia si configura peraltro come lo stimolo di un osservatore che ha a cuore lo stato in cui versa la città affinchè chi ne ha la possibiltà agisca. Un noto propaganista di un regine assai illiberale sosteneva che un messaggio va dato almeno nove volte per farlo diventare di pubblico dominio. Allora inizio con la nona denuncia pubblica dell’errata illuminazione della piazza antistante il teatro che taglia in due l’Ariosto e rilascia al buio il monumento ai caduti della prima guerra mondiale e quello alla Resistenza. Si tratta, oltretutto, di una mancanza di rispetto per due eventi steaordinariamente importanti della nostra storia e di una mancanza di adeguata sensibilità verso coloro che sono morti per la patria e per la democrazia. Passiamo oltre. Il plateatico del Municipale è piastrellato per meno di metà teatro. Sul lato sinistro una riasfaltatura improvvisata copre decine di buche che il tempo e gli uomini hanno provocato. Spero che, adesso che sono stati stanziati milioni, si provveda con una adeguata piastrellatura. Dietro il teatro emerge una postazione giallognola che sembra un carcere o un piroscafo militare e invece si tratta di una protezione di apertura per le macchine teatrali. Chi lo ha progettato non potrebbe certo candidarlo al Festival della bellezza tuttora in svolgimento. E procediamo. Sulla destra dei giardini prima ci imbattiamo in un masso anonimo che dovrebbe ricordare Ludovico Ariosto (ma scrivetelo, allora) e poi in un baldaccone che serve per dare protezione al famoso monumento ai Concordi di origine romana e che in realtà è utilizzato per bivacchi e orinatoio. Più avanti e sul fondo ecco le statue di Ariosto e di Boiardo che pare si scrutino vicendevolmente. Pare, perché ai due hanno cavato gli occhi. Le statue, opera dello scultore reggiano Riccardo Secchi, un tempo esposte in piazza del Monte, sono entrambe annerite e i nomi dei due grandi poeti oscurati. Ci vuole poco a ripulirle. Basta un po’ d’amore per la letteratura, o un po’ meno di ignoranza e una sufficiente sensibilità per la storia della città. Risalendo i giardini da sinistra c’è il vero scempio del parco. E cioè la fontana intestata all’abate Ferrari Bonini, inaugurata nel 1886 quando il nobile Ulderico Levi decise di regalare l’acquedotto a Reggio, una fontana finta, senz’acqua, deposito di rifiuti urbani come scatoloni, ferri vecchi, scartoffie e anche escrementi. Un vero affronto alla nostra memoria quando, bambini, ci arrampicavamo furtivamente in cima per vedere i pesci rossi sguazzare nella fontana, attenti a eludere la sorveglianza dei vigili col fischietto che multavano chiunque calpestasse l’erba. Adesso tutto è consentito. Mangiare, fumare, scambiarsi asish e non solo, orinare. Non c’é un minimo di vigilanza. E neanche un banale fischietto. C’è solo disordine e abbandono, nonché due sculture di animali africani (un leone e un elefante) a ricordarci che non siamo dove pensiamo di essere. E tristezza, molta, per chi ha sempre considerato i giardini il cuore verde di Reggio Emilia.
Sono stato invitato dall’Amministrazione comunale di Casalgrande, dal sindaco Daviddi e dal consigliere Cassinadri, a parlare di Umberto Farri nell’ottantesimo anniversario del suo omicidio. Mi ha fatto molto piacere che questa cerimonia, che vedeva prima i socialdemocratici e poi i socialisti isolati e spesso contestati, sia stata ereditata da un sindaco e da una maggioranza che ha stravinto le ultime elezioni, dopo aver vinto quelle precedenti, con oltre il 60%, un sindaco e una maggioranza civica che hanno messo in minoranza il Pd in un territorio tradizionalmente di sinistra. Ho voluto ricordare il mio contributo dato, proprio nel cimitero di Casalgrade, nell’estate del 1990, all’apertura del grande confronto sui delitti del dopoguerra nella provincia di Reggio, ripreso e rilanciato dal Chi sa parli del comunista Otello Montanari, e del quale si occuparono tutta la stampa e le televisioni italiane e perfino il giornale dei giovani comunisti dell’Urss alle prese con la loro perestrojka e con quella di un Pci che aveva deciso di cambiare nome. Read the full story »
Travaglio scrive ieri che “Lavitola voleva martirizzare Ranucci a sua insaputa”. Torna paradossalmente quel vecchio adagio, ricordate, usato dall’allora ministro degli Interni Scajola a proposito dell’acquisto del suo appartamento. A sua insaputa. Travaglio ovviamente polemizzò e ironizzò su quella parola che invece usa candidamente a proposito di Ranucci. Il doppiopesismo si rivela anche nelle parole. Le parole possono essere usate come pietre o come carezze, dipende. E diciamo subito che dipende dall’identità politica dell’interessato. Cominciamo allora dal fatto. Valter Lavitola l’ho conosciuto bene ai tempi de l’Avanti e del nuovo Psi, ma già prima l’avevo incontrato. Fu quando venne nel mio ufficio di parlamentare, nel 1990, da ragazzino (io ero allora responsabile del dipartimento Ambiente e territorio della Direzione nazionale del Psi) e mi urlò, perché non parlava ma intimava con voce stridente e acidula, il proposito di creare una associazione che unisse i cacciatori e gli ambientalisti, proposta che mi sembrava anche interessante (attenzione, Valter non é uno stupido, é solo portato naturalmente a delinquere). Mi piaceva la proposta ma non il proponente e non si fece nulla. Read the full story »
Dico la verità. A me, quando muore un artista, l’unica cosa che non mi viene in mente é chiedermi per chi votava. Ho amato Dario Fo ed era più comunista del Pci e anche Giorgio Albertazzi, quando recitava Shakespeare era insuperabile, anche se militava nella Rsi (per la verità vi bucicava lo stesso Fo da ragazzo). Invece tutti quelli che hanno criticato De Gregori per la sua valutazione sull’impegno politico si sono messi a cercare dichiarazioni di Francesco Guccini che, dopo morto, avrebbero dovuto rivelare la sua vera identità politica. Preferisco l’identità di quella persona che incontra dieci anni dopo una ragazza e racconta la nostalgia anche del colore delle stoviglie, e pure il candore delle Osteria di fuori porta che “sono tutte morte” come l’epoca della nostra gioventù. Read the full story »