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Le difficili riforme necessarie dopo il referendum

25 Settembre 2020 259 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il referendum ha reso operativa, ma fino a un certo punto, la riforma costituzionale che taglia il numero dei deputati, da 630 a 400, compresi quelli eletti all’estero, e il numero dei senatori, da 315 a 200, compresi quelli eletti all’estero, riformando tre articoli della Costituzione, il 56, che fissa il numero dei deputati, il 57 che fissa quello dei senatori, modificando anche da 7 a 5 quelli spettanti alle regioni a statuto speciale, e il 58, portando a cinque il numero massimo di senatori a vita. Cosi com’é, però. si tratta di una riforma incompleta e anche assolutamente contraddittoria per non dire pericolosa. Innanzitutto entro 60 giorni, tanti ne servono perché la riforma sia in vigore, devono essere disegnati i nuovi collegi, sulla base dell’attuale legge elettorale a meno che, nel frattempo, non sia stata approvata la nuova legge, e ne dubito. Poi occorrerà, per non creare pericolosi disfunzioni, mettere subito in cantiere altre due riforme costituzionali. La prima è relativa alla modifica dell’articolo 57 che fissa l’elezione del Senato “su base regionale”. Questo perché, con l’attuale articolo in vigore un senatore del Trentino, regione a statuto speciale, verrebbe eletto con la metà dei voti di un senatore della Basilicata, regione a statuto ordinario. Ma la base regionale su cui calcolare gli eletti al Senato non era un diversivo tecnico. Superato lo statuto albertino e un Senato di nomina regia i costituenti pensarono di fare del Senato la seconda Camera elettiva della Repubblica, affidandole un ruolo di rappresentanza dei territori regionali. Il Senato così si differenziava dalla Camera per origine, ma anche per differenza di età di accesso e di voto e per sistema elettorale, introducendo i collegi uninominali proporzionali. Pensare di annullare ogni differenza produce un bicameralismo ancora più perfetto, non svolta nella direzione di una sua riforma per diversificarne compiti e funzioni, lede profondamente le intenzioni dei padri costituenti e oggi si pone in contraddizione netta con i nuovi poteri esercitati dalle regioni, a cui la Costituzione esplicitamente alludeva. Non si tratta di una innovazione di poco conto ma di una profonda riforma istituzionale e costituzionale che necessita di una doppia lettura delle due Camere e, qualora non fosse raggiunta una maggioranza di due terzi, di una possibile richiesta di referendum confermativo secondo le norme previste dall’articolo 138 della Costituzione. Ma un’altra, e ancora più delicata riforma costituzionale, oggi s’impone e riguarda l’articolo 83 del II titolo, che fissa la composizione della platea dei grandi elettori. Oltre ai deputati e ai senatori questa platea, per eleggere il presidente della Repubblica, é composta anche da tre consiglieri regionali per ogni regione italiana, e da uno per la Valle d’Aosta. Facciamo due conti. Le regioni sono venti e diciannove di esse mandano a Roma 57 consiglieri e uno la Valle d’Aosta. Il totale fa 58. Un numero che diventa oggi squilibrato rispetto al numero dei parlamentari. Si tratta di questione molto delicata a un anno e mezzo dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica e con la presenza di un numero così alto di regioni nelle mani dell’opposizione. Lo squilibrio potrebbe determinare sorprese e inaspettate maggioranze, ma proprio per questo la riformulazione di questo articolo, attraverso la doppia lettura e un eventuale referendum, non avrà vita facile. Forse i Cinque stelle non hanno ben studiato le conseguenze della loro vittoria. Sarebbe bene che qualche costituzionalista gliele spiegasse.

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