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Ed ecco a voi la corrente Bettini

12 Aprile 2021 143 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Letta dice basta alla logica delle correnti. E tutti applaudono. Ma il giorno dopo ne nasce una nuova, quella di Goffredo Bettini. Ma almeno si capisse la differenza. Prendiamo la cosidetta area Franceschini. In che cosa si differenzia da Base riformista di Guerrini e Lotti? Dal rapporto coi Cinque stelle? Cioè Franceschini é più filo Cinque stelle di Guerini? E allora Bettini dovrebbe essere con Franceschini. Che bisogno ha di una corrente sua. E Orlando? Dovrebbe essere la sinistra del Pd. Ma su cosa? Vuole reintrodurre l’articolo 18? Non pare visto che quando é stato abolito lui era al governo. Adesso che é ministro del lavoro, dopo essere stato ministro dell’Ambiente e della Giustizia, potrebbe anche tentare di farlo. Ma ne dubito. Insomma mi spiegate in cosa differiscono le correnti del Pd? Per il loro passato? Guerini e Franceschini vengono entrambi dalla Margherita e dalla Dc, Orlando dalla Fgci. Come Bettini però. Ma Fassino, che del Pci è stato uno dei massimi dirigenti, sta con Franceschini. Perché? Cerco un filo politico. Un tempo nel Pci-Pds c’erano i riformisti, che volevano l’intesa col Psi, gli occhettiani che volevano andare oltre, anche col mondo cattolico, e coloro che volevano rimanere comunisti. Un bel confronto, appassionante e soprattutto chiaro. Adesso tutto mi pare confuso. Si brandisce la questione femminile, il rinnovamento (a proposito ci sono anche i giovani turchi, sic, di Orfini) per motivi di carriera. Oggi il figlio di Andreatta, il maestro di Letta, si augura che il Pd diventi un partito senza ex. Un partito di nati politicamente dopo la fine del comunismo e degli altri partiti ideologici. Oddio, dovrebbe azzerare l’intera sua classe dirigente, con l’eccezione, forse, di Provenzano e Tinagli. Si affacciano partiti dei sindaci e dei governatori. Si stagliano figure anti partitiche come quelle di Sala e di De Luca. Gli ex renziani guardano con fiducia a Stefano Bonaccini, che da bersaniano di ferro si travestì da renziano puro senza seguire il suo leader in Italia viva, ma assecondando l’antica abitudine emiliana di stare sempre col segretario. Posso solo concludere con una mia testimoninaza personale. Per decenni, a Reggio Emilia, ho fatto i conti col Pci, un partito al quale non ho risparmiato nulla. Ma quello era un partito che faceva politica. Aveva in testa una strategia nazionale entro la quale collocava le alleanze locali, senza soverchie preoccupazioni per le poltrone. Il tema, anche delle nostre sfide, era la politica. Pensate che il Psi di Reggio Emilia riconsegnò al Pci i posti di vice sindaco e di assessore, mentre quest’ultimo partito, che disponeva della maggioranza assoluta, tentò fino all’ultimo di evitare la cessione. E poi lasciò la porta aperta sempre per un nostro ripensamento, ritenendo che condividere il potere e non tenerselo per sé fosse segno di forza e non di debolezza. Ho fatto dieci anni orsono l’esperienza di assessore del mio comune. E l’unica cosa di cui sentivo parlare era di ambizioni di questo o di quello, di voglia di sostituzioni e di avvicendamenti. Poi dicono che non si deve rimpiangere il passato. Facile per chi non l’ha vissuto…

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