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Quel 30 aprile di 28 anni orsono

30 Aprile 2021 75 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo
Vederli oggi quei fanatici che gettavano di tutto addosso al leader del Psi suscita solo tristezza e compassione. Per i protagonisti di tanto stupido settarismo. D’altronde tutte le rivoluzioni hanno le loro vittime designate e i loro carnefici. Quel 30 aprile di 28 anni orsono, oggi al centro di una pubblicazione di Filippo Facci, me lo ricordo bene.

Il giorno prima la Camera aveva negato, ravvisandone fumus persecutionis, alcune richieste della magistratura milanese relative all’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi in un clima da pogrom. Il Pds, assieme ai Verdi, ritirò immediatamente i suoi rappresentanti dal governo Ciampi. Subito dopo Saverio Borrelli e il Pool milanese chiesero e ottennero la fine dell’immunità parlamentare. La notte prima mi recai al Raphael e fui accolto con un abbraccio da Bettino, nonostante le mie prese di distanza politica dei mesi precedenti assieme a Martelli. Ma allora mi ero convinto, dopo la caduta dello stesso Martelli, che il problema non era più quello di salvare il Psi, ma di tentare di evitare di criminalizzarne la storia recente. Bisognava avvertire il senso dell’appartenenza. E il primo segnale era quello della solidarietà. Mentre nel gruppo dirigente di quel che restava del Psi stava prevalendo una strana e autolesionistica tendenza e cioè quella di subire una demonizzazione attribuendone le colpe ai vecchi dirigenti. Cosi era suicidio. Anche in periferia, anche nelle zone tradizionalmente più socialiste, aveva fatto presa questa campagna, orchestrata dai maggiori giornali e ben diretta dal Tg3, di considerare non solo Craxi, ma il Psi nel suo complesso, il principale bersaglio della falsa moralizzazione. Craxi mi disse come se nulla fosse avvenuto: “Abbiamo solo guadagnato qualche giorno, poi il generale Francesco Saverio Borrelli, presidente del nuovo Clnai, riprenderà in mano la situazione”. Cosa che puntualmente si verificò. Poche ore dopo, proprio a conclusione di una manifestazione del Pds a piazza Navona, alcune centinaia di suoi sostenitori si calarono di fronte al Raphael en attendant Bettino, che dopo pochi minuti uscì dall’albergo col suo autista. E si vide scaraventare addosso le famose monetine mentre i presenti agitavano mille lire cantando “Bettino vuoi pure queste?”. D’Alema aveva condotto la battaglia contro Craxi alla Camera. “L’unica sua passione politica é stata l’odio verso di noi”, disse accentuando il tono della voce. Era la rivincita dei comunisti sui socialisti democratici dopo la sconfitta storica dei primi nell’89. Da allora son trascorsi appunto 28 anni, la sinistra italiana é andata incontro a sonore sconfitte, D’Alema e Veltroni sono fuori dalla politica, l’Italia da grande potenza industriale mondiale é divenuta la cenerentola dell’Europa, con lo sviluppo più basso, anche in epoca di pandemia, é emersa una classe dirigente, escluso Mario Draghi, senza un briciolo di qualità, il debito pubblico é quasi raddoppiato e si é sviluppata una disoccupazione, soprattutto giovanile, di massa. Craxi é morto lontano dal suo paese. D’Alema che non gli aveva permesso, i magistrati si erano opposti, di operarsi nel suo paese da uomo libero, ha poi proposto alla famiglia funerali di stato. Nel ventennale della sua morte a Craxi e stato dedicato un film, mentre da anni l’ex presidente della Camera Luciano Violante aveva definito i lanciatori di monetine “una vergogna”. In questo intreccio di ipocrisie, di autocritiche ritardate, di ammissioni di colpa, di riconoscimenti postumi, resta una ferita profonda inferta a un leader politico, al suo partito e al paese. Quel tintinnio di monetine che si confondevano con egual ferrigno rumore di manette aveva immerso l’Italia in un torpore bestiale. L’urlo e la voglia di sangue si era impadronita di larga parte del popolo italiano. Da allora, a fasi alterne e con protagonisti diversi, non ci ha più abbandonato. Quel 30 aprile ha segnato la storia. Quella ferita non si é rimarginata.

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