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Psi, una nascita e un futuro

15 Agosto 2021 206 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Centoventinove anni fa nasceva il Partito dei lavoratori a Genova. Era il ferragosto del 1892. Venne fondato il Partito dei lavoratori, e non il Psli come erroneamente titola il mensile che porta il nome del quotidiano che dirigo, perché il termine “socialista” si aggiunse l’anno dopo, col congresso di Reggio Emilia, e il nome Psi fu scelto col congresso di Parma del 1895, svolto semi clandestinamente durante la fase della repressione crispina. Il nome fu mantenuto anche nei decenni successivi, ma quando i riformisti (Turati, Treves, Matteotti, Prampolini) furono espulsi dai massimalisti, nell’ottobre del 1922, a pochi giorni dalla marcia su Roma, questi ultimi fondarono il Psu. I due tronconi socialisti (Nenni aveva preso il sopravvento nel Psi mettendo in minoranza il fusionista Serrati che assieme ai suoi internazionalisti aderirà nel 1924 al Partito comunista) si riunificarono a Parigi nel 1930. Il nuovo partito unificato si chiamerà Psi, ma dopo l’unificazione col Mup, nell’immediato dopoguerra, prese il nome di Psiup. Dopo la scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947, messa in moto su impulso di Giuseppe Saragat, che negava all’Urss il carattere di socialista, nacque il Psli e il Psiup divenne ancora Psi. I due partiti si riunificarono nel 1966 (nel gennaio del 1964 la sinistra filocomunista del Psi fondò il Psiup) per poi dividersi di nuovo nel 1969. Da allora Psi e Psdi (il Psli assunse questo nome nel 1951 in seguito all’unificazione col partito di Romita) hanno interpetato in Italia la storia del socialismo, divenuto a partire dai primi anni ottanta, per entrambi, “democratico” e alla fine degli anni ottanta anche “liberale”. Colpevoli negligenze politiche e l’urto della falsa rivoluzione giudiziaria hanno spazzato via i partiti identitari e sono sorti come funghi soggetti senza storia e senza anima. La politica si é ripiegata su se stessa ed è entrata in un vortice di delegittimazione senza fine. Questo in Italia mentre nelle altre nazioni europee il sistema precedente la fine del comunismo ha retto sia pure denunciando più d’una crepa. Il sistema politico italiano, anomalo, perché caratterizzato dalla presenza del più forte partito comunista d’Occidente, é crollato con una velocità simile all’eclissi, con effetto domino, dei regimi comunisti. Non ci sono non solo partiti comunisti, ma partiti socialisti, popolari, liberali, e anche verdi, come più meno negli altri paesi europei. Rino Formica é convinto della rinascita della sola forma di socialismo oggi necessario. Lo ha scritto recentemente. E cioè di un socialismo internazionale a fronte di una globalizzazione solo economico-finanziara. Più o meno lo stesso concetto avevo tentato di lanciare alla Conferenza programmatica. La globalizzazione, oltre tutto, si estende a molteplici fenomeni, l’ultimo dei quali la pandemia, che richiama la solidarietà coi paesi del terzo mondo come necessaria ai paesi ricchi per la loro stessa sopravvivenza. Si è parlato non a caso di altruismo necessario. A fronte di questi fenomeni globali nascono e si potenziano, soprattutto in Italia, partiti nazionalisti che pensano di risolvere i problemi alzando muri deboli e destinati a crollare. Il mondo é oggi unico e la vergognosa resa della coalizione ai talebani porterà problemi migratori all’Europa tutta e, come paventa Margelletti, potrà anche rafforzare il terrorismo. Non c’è evento che sorga in un paese che non sia destinato ad avere conseguenze negli altri. In questo contesto l’unica dimensione che non è globalizzata é la politica. Il mondo, in buone parole, é globale ma non ha un governo. L’Europa stenta addirittura a unirsi, a fronte di un calo percentuale demografico spaventoso rispetto agli altri continenti, che rischia nei prossimi decenni di renderla ancora più marginale. Sono convinto che un partito piccolo debba volare alto. Ma noi abbiamo le ali? Non basta chiamarsi socialisti anche se per noi il nome é importante, per questo l’ho lungamente richiamato in premessa. D’Alema ha voluto precisare che il nome del partito che proveniva dal Pci non poteva fregiarsi dell’aggettivo “socialista” perché quel nome in Italia era divenuto “impronunciabile”. Lo stesso rifiuto hanno mantenuto i suoi successori. Per questo il Pds, i Diesse, e oggi anche il Pd sono “democratici” in Italia e “socialisti” in Europa. La cancellazione del Psi nel 1993-94 ha portato alla cancellazione di una storia e di una identità. Per questo per noi risulta ribaltata la frase latina citata da Ingrao nell’89 e rivolta alla svolta di Occhetto. E cioè “res sono consequentia nominum”. Perché una parola di centoventinove anni di età vale molto più di un partito che è merce americana. E noi siamo orgogliosi di continuare a pronunciarla.

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