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Perchè mi sento più vicino a Fini che a Franceschini

19 maggio 2009 457 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non vorrei andare troppo controcorrente, anche se in fondo mi piace. L’ho fatto a proposito del pianto di Berlusconi e della freddezza della sinistra sul terremoto e non solo, l’ho rifatto a proposito delle posizioni già espresse da Fini attorno alla legge sul testamento biologico approvata dal Senato. Adesso la sparo ancora più grossa. Dopo le dichiarazioni di Fini di ieri a proposito delle leggi che non devono essere di stampo religioso e della risposta di Franceschini, che difende il diritto della Chiesa di dire la sua (e polemizza con coloro che ne parlano bene quando dice cose condivisibili, come se non fosse ovvio, e come se la Chiesa la si dovesse accettare o contestare a prescindere da quel che sostiene), allora dico che preferisco Fini a Franceschini. Il problema non è la libertà della Chiesa, infatti, ma la libertà dello Stato. Nessuno impedisce alla Chiesa di parlare (e chi mai potrebbe oltretutto riuscirci?), ci mancherebbe. Penso però che lo Stato, come afferma giustamente Fini, debba assumere le sue decisioni in assoluta auton0mia e pensando non solo ai precetti della religione cattolica (il signor embrione, l’obbligatorietà della idratazione e alimentazione artificiali in stato vegetativo e, prima, il matrimonio indissolubile e la vita del feto da preferire a quella della madre), ma alla libera c0nvivenza di convinzioni diverse. Bene Fini, ancora una volta, e male Franceschini. Così la sinistra italiana e i suoi storici principi di laicità , che costituiscono uno dei suoi patrimoni migliori, sono meglio intepretati oggi da colui che è stato il più autorevole esponente della destra italiana (gli ex socialsiti del Pdl sono in preda ad un assordante afasia sui principi nei quali il loro vecchio partito, il Psi, si era così tanto caratterizzato) e assai meno da colui che guida oggi il principale partito della sinistra. E anche questo è il segno della crisi della politica italiana, in cui i partiti non sono più ancorati alle storie e ai valori, ma solo al culto del bipartitismo e della convenienza elettorale. Calpestando così le storie e i valori, e rinnegando i principi su cui si deve fondare l’essenza della dialetticae della differenziazione politica.

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