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Franco Boiardi: l’uomo politico, l’amministratore, lo scrittore

28 maggio 2010 1.907 views One CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Questo il testo della relazione dell’on. Mauro Del Bue che viene letta in occasione della cerimonia di ricordo dell’on. Franco Boiardi (Sala del tricolore, sabato 30 maggio 2010): “Un diffuso senso di colpa, a mio giudizio, potrebbe avvertire Reggio Emilia verso Franco Boiardi, l’uomo politico, l’amministratore, lo scrittore. Non amo le frasi di circostanza e credo non si possa tralasciare, lo dico in premessa, il ricordo di quell’isolamento nel quale un uomo di primo piano come Franco si è trovato a vivere i suoi ultimi anni di vita. Non so se, questo, sia un atteggiamento tipico di una città che ama le omologazioni, frutto di una vecchia cultura abituata a scambiare i diversi, anche per capacità e cultura, come esiliati in patria, uso il termine esatto di come Boiardi amò definirsi nel corso di una lunga chiacchierata che ebbi modo, una delle tante, di avere con lui. Ma certo mi ha sempre colpito il fatto che un personaggio come Franco Boiardi dovesse vivere trincerato in quella montagna di libri che gli facevano da corona in casa sua, circondato dai fogli e da una macchina da scrivere sempre attiva. In una condizione quasi museale. E spesso mi sono chiesto se questo rito della dimenticanza che pare essere caratteristica dei nostri tempi non sia per caso un retaggio di mondi primitivi che non amano il ricordo, o forse lo hanno decisamente sedimentato per paura di paragonarlo al presente. E lo dico per le cose, ma anche per gli uomini. Peccato non da poco perché non c’è mai stato vero rinnovamento che non abbia saputo tener presente la storia e le risorse umane che l’hanno preceduto. Non c’è mai stato rinnovamento, rinnovamento autentico, voglio dire, che non abbia saputo valorizzare coloro che sono stati rinnovati, rendendo peraltro ancora più significative le nuove risorse messe in campo. Una delle ultime volte che vidi Franco fu alla presentazione di un libro scritto dall’on. Venerio Cattani, un altro reggiano illustre che si trasferì giovanissimo prima a Ravenna, poi a Ferrara e quindi a Roma, parlamentare, sottosegretario, consigliere di stato e, come Boiardi, uomo di cultura, giornalista graffiante e ironico, scrittore e perfino romanziere. Era per me edificante, in quella circostanza, assistere al dialogo fecondo di idee e di suggestioni di quei due uomini che sapevano parlare con l’uso giusto delle parole, e sapevano comunicare facendosi capire, e riuscendo ad attrarre l’attenzione senza scampanellamenti e ricorsi a quei fastidiosi “per favore”, che intendono dissipare i bisbigli della noia e del disinteresse. Parlavano di un libro dedicato a un corsaro, Teodoro, che divenne re di Corsica, e lo facevano con la simpatia che si doveva a chi aveva ispirato la propria vita all’avventura. Forse parlavano anche un pò  di loro. Mi è capitato di assistere anche recentemente e seminari di storia con relazioni di giovani intelligenti e colti che però non si facevano ascoltare. Che non sapevano cioè trasmettere quel che conoscevano, che non sapevano comunicare. Sarà stato per l’epoca in cui erano stato allevati, senza Internet e mail e sms, ma quei due, parlo di Venerio e Franco, entrambi deceduti nel giro di pochissimo tempo l’uno dall’altro, avevano imparato, senza conoscere la tecnica dei nuovi linguaggi, l’arte della comunicazione, e credo entrambi attraverso la politica, la politica nobile, la politica come mezzo per convincere gli altri della bontà delle proprie idee. Franco Boiardi io l’ho conosciuto quando già aveva concluso la sua carriera politica. Apparteneva d’altronde più alla generazione di mio padre che non alla mia. E lo ricordo, da bambino, quando con sua moglie Anna passeggiava per le vie della città, lei più alta di lui, e lui sempre con quell’aspetto aristocratico che attenuava la sua inferiorità di statura e che forse mi faceva pensare: “Ecco come dev’essere un assessore alla cultura”. Credo che lo fosse proprio in quel periodo. E mio padre, per tanti anni consigliere della direzione del teatro Municipale, era con lui, dunque, non solo nello stesso partito il Psi, ma anche nello stesso luogo di culto, quel Municipale che dal 1957 il Comune di Reggio assunse in gestione diretta in occasione del centenario della sua nascita. Boiardi veniva dal movimento giovanile della Dc, era figlio di Ottorino, detto Otto, calciatore di pregio della Reggiana delle origini, centro mediano metodista, come si diceva allora. Ed era nipote di quel Riccardo Boiardi che fondò il “Giornale di Reggio” nel 1914 e che vi dedicò l’intera esistenza. Franco, nel ricordarlo su un numero speciale della “Gazzetta di Reggio”, scrisse che il nonno era “giornalista, amministratore, tipografo, impaginatore e correttore di bozze” del suo quotidiano. Cinque mestieri in uno. E quando il prefetto della marcia su Roma Dino Perrone Compagni, nel 1929, gli intimò la chiusura del giornale per favorire il nuovo “Il Solco fascista”, glieli tolse tutti e cinque e Riccardo, che pure antifascista non era, ne soffrì a tal punto da vivere sempre in funzione di quel ricordo e di quell’esperienza. Franco visse da bambino in un ambiente familiare propenso all’impegno sociale, culturale e anche sportivo, dunque, anche se di tutte le eredità non mi pare che quella del padre calciatore lo avesse alquanto ispirato. Si laureò in Scienze politiche all’Università di Pavia, giovane cattolico, dirigente del movimento giovanile della Dc ed entrò in urto con il successore di De Gasperi, quell’Amintore Fanfani che era stato, con Giuseppe Dossetti, La Pira e Lazzati, uno dei fondatori della rivista “Cronache sociali” e della sinistra democristiana, spregiativamente definita quella dei “professorini”. Boiardi cominciò così la sua vita di eretico, di transfuga politico, da eterno insoddisfatto della logica dei partiti. Era il 1955 ed egli aveva partecipato alla Conferenza mondiale dei partigiani della pace ad Helsinki, un’organizzazione largamente dominata dall’Urss e dai comunisti. Poco dopo volle contestare pubblicamente l’interpretazione di Pasquale Marconi e dei democristiani sulla strage di Colombaia sul Secchia dove un cecchino di matrice comunista aveva deciso di sparare su  un gruppo di contadini bianchi che festeggiavano la vittoria al congresso della Cassa mutua dei coltivatori diretti, freddandone due. Per Boiardi, che naturalmente aveva condannato quel gesto, non si trattava però di una macchinazione del Pci, né come si disse, allora, di una riedizione dei delitti del dopoguerra. Un anno dopo Boiardi decise di contestare la scelta di Giuseppe Dossetti, che nel 1952 aveva dato l’addio alla politica confessandolo proprio in occasione di un convegno che si era svolto a Rossena. Egli aveva accettato le pressioni del cardinal Lercaro ed era sceso in campo per sfidare Dozza nella sua Bologna. Era lo storico 1956. Boiardi non scrisse su questo un articolo, ma un libro, “Dossetti e la crisi politica dei cattolici” (Bologna 1956), che intendeva contestare anche quella che egli considerava l’involuzione politica del suo leader storico. Poco dopo avere scritto il libro convocò un comizio alla sala Verdi e decise di appoggiare le sinistre alle elezioni amministrative, che si celebravano a pochi mesi di distanza dal XX congresso del Pcus e dalla destalinizzazione di Kruscev. E’ ancora, Boiardi, un cattolico dissidente, un cattolico progressista, un dossettiano che si sente tradito. Viene eletto consigliere comunale a Reggio e poi assessore alla cultura. Non approda subito ad altri lidi. Lo farà poco dopo iscrivendosi al Psi e sposando le tesi di Lelio Basso, con il quale collaborò scrivendo saggi e articoli per la sua rivista. In quel momento il Psi era attraversato dalla lotta delle correnti. Nenni aveva deciso di sposare la politica autonomista e di sancire il distacco dai comunisti che non avevano condannato l’invasione sovietica in Ungheria, Vecchietti e Valori erano ancora attestati sulla vecchia politica unitaria, Basso accettava l’autonomismo, ma non in funzione del centro-sinistra  e dell’unificazione con Saragat. Sulle posizioni di Lelio Basso a Reggio si ritrovò un nutrito gruppo di socialisti, dall’on. Ivano Curti a Effrem Paterlini e Lidia Greci, che, alleati con la sinistra di Renzo Barazzoni e Claudio Davoli, ottennero la maggioranza ai congressi del 1959 e del 1961, al contrario di quanto avveniva a livello nazionale dove la maggioranza veniva conseguita dagli autonomisti nenniani. Poi, la maggioranza autonomista del Psi, con Nenni in testa, decise la partecipazione organica a un governo di centro sinistra, nel dicembre del 1963, e di lì poche a settimane, nel gennaio del 1964, nacque il Psiup, al quale, con Basso, anche Boiardi aderì. Il partito si chiamava come quello dell’immediato dopoguerra (allora era frutto dell’unificazione del vecchio Psi col Mup di Lelio Basso) e si schierò subito su posizioni di estrema sinistra (nel 1968 ebbe seri tentennamenti a condannare l’invasione sovietica in Cecoslovacchia nei confronti della quale si mostrò il primo sintomo di dissociazione da parte del Pci di Luigi Longo. Basso e  Boiardi erano su posizioni diverse, anche se molto partecipi degli stimoli di un sessantotto italiano che mostrava un carattere più ideologico del fantasioso maggio francese. Forse stavano scomodi entrambi in quella casa, anche se Boiardi riuscirà, proprio dopo le elezioni del 1968, ma solo a seguito della morte dell’on Zurlini, che l’aveva preceduto con le preferenze, ad essere eletto alla Camera dei deputati. Forse fu in quei tre anni (la sua presenza in Parlamento fu circoscritta agli anni che vanno dal 1969 al 1972) che Boiardi maturò l’idea di una grande storia del Parlamento italiano che più tardi il suo editore Buccomino darà alle stampe. Nel 1972 il Psiup si dissolse (non aveva ottenuto neppure un seggio) e Boiardi aderì al Pci. Negli anni successivi egli mostrò doti manageriali non comuni nella conduzione di un’azienda delicata e allora anche contestata qual’era l’Arcispedale Santa Maria Nuova. Stretto dalla politica della de-istituzionalizzazione seppe qualificare il nostro ospedale immettendovi primari di valore. Fu per questo accusato dai vertici del locale Consorzio socio-sanitario di pensare troppo ai baroni e poco alla rivoluzione sanitaria, che pretendeva di mettere sullo stesso piano primari e infermieri, tranne nel caso di operazioni urgenti a cui doveva essere sottoposto uno dei cultori di questa nuova teoria, come mi ricordò con la sua solita ironia il professor Umberto Parisoli. Poi Franco fu alla presidenza di Telereggio, lanciato dal giornalista reggiano Pier Paolo Cattozzi e acquistato poi dal movimento cooperativo. E iniziò da lì, proprio da una televisione, regno dell’immagine e dell’apparire, la sua scomparsa come uomo pubblico e la fase del suo progressivo isolamento personale (solo parzialmente attenuato dal coinvolgimento che tentai di realizzare proprio io, inserendolo nella rivista di studi storici “L’Almanacco”, nel comitato di gestione dei Teatri e nel Coreco). Ma quegli anni furono per lui ugualmente fertili perchè produssero nuove pubblicazioni, nuove ricerche, nuovi studi (La storia del Parlamento, appunto e, prima, quella delle Dottrine politiche), assieme a un tentativo di rimettere piede nella politica attiva attraverso La Rete del suo amico Leoluca Orlando. Scrisse anche due interessanti libretti: uno su Meuccio Ruini (il senatore reggiano che nel 1953 fu per alcuni giorni anche presidente del Senato) e l’altro su Gianlorenzo Basetti, il deputato radicale della montagna reggiana di fine ottocento che condusse a fondo la lotta contro l’odiosa tassa sul macinato. Mi incontrai spesso in quegli anni con lui, nella sua casa prima di via Secchi e poi di via San Paolo, dove si divertiva anche a cucinare singolari e squisiti maccheroni al sugo, ma anche nel suo cosiddetto capanno di Cesenatico, dove i cuochi erano due, lo scrittore Boiardi e l’editore Buccomino, durante i giorni della conferenza programmatica di Rimini del Psi nel 1982, alla quale noi volemmo invitare Boiardi che vi partecipò con la sua solita curiosità da neofita. Così come Franco partecipò sempre alla presentazione dei miei libri e alle occasioni importanti ove veniva invitato a parlare. Ricordo quella di una conferenza di Ciriaco De Mita che volle Boiardi come interlocutore al teatro Municipale. Franco si presentava sempre con un intervento scritto, meditato, minuziosamente corretto. Ed è anche in questa rara dote, ritorno all’inizio per concludere, che si mostra ancora più assurda la sua emarginazione da parte di una classe politica imperniata sulla nomenclatura e sulla sentenza di tradimento emessa dal tribunale dei partiti. Sì, forse Boiardi fu un traditore, nel senso che abbandonò più partiti, ma non aveva ragione Churchill a scrivere che solo uno stupido non cambia mai idea? E aggiungiamo, sempre parafrasando Churchill, che forse spesso non era lui quanto il suo partito ad avere cambiato politica. Noi, oggi, lo ricordiamo commossi e sicuri che un’intelligenza acuta e fervida come quella di Franco Boiardi non sparirà dalla scena con la velocità in cui si è consumato il suo impegno pubblico, durante una vita vissuta di corsa, sempre sorretta dalla curiosità e dal gusto di affermare le proprie idee, corroborata dalla cultura di chi si divora quintali di libri e dalla sua enorme capacità di metterla per iscritto. Con questi ricordi e con questi sentimenti voglio rivolgere alla moglie, che fu anche sua assidua collaboratrice, Anna Appari Boiardi, e alle sue figlie, ai suoi parenti, nonché a tutti i suoi amici, i sentimenti di gratitudine e di stima sincere che legano tutti noi a Franco Boiardi. Li rivolgo a titolo mio personale e dell’Amministrazione comunale che oggi qui rappresento.

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