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Del Bue al Congresso nazionale del Psi: “Il nostro dovere storico è di esistere ancora”

10 luglio 2010 934 views One CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Siamo a Perugia per dichiarare che noi non ci sentiamo reduci, ma anticipatori. E per aggiungere che il nostro interesse politico è diventato oggi anche l’interesse del paese. E’ giunto il momento di mettere sul banco degli imputati questi sedici anni, la cosiddetta seconda repubblica, che altro non è che la lunga agonia della prima. Ci avevano detto: mettiamo in soffitta i vecchi partiti e i nuovi saranno più vicini alla gente. Sono stati fondati partiti che nulla hanno di democratico e si basano sul carisma del capo, la vita dei partiti è asfittica, mentre l’elettorato si astiene in misura mai come ora così vistosa e preoccupante. Ci avevano detto: riformiamo la legge elettorale e costruiamo un sistema bipolare (o addirittura bipartitico) e l’Italia conoscerà l’età dell’oro, il felice periodo dell’alternativa di governo, che l’Italia non aveva conosciuto mai. E’ arrivata per due volte una legge elettorale, che ha reso indispensabile la creazione di poli maggioritari e queste coalizioni si sono alternate al governo quasi nevroticamente, in ogni consultazione elettorale, senza risolvere uno solo dei grandi problemi del nostro tempo. Siamo passati così dall’alternativa impossibile all’alternativa di legislatura, frutto di un’insoddisfazione sempre più alta per chi si trovava al governo, mentre i parlamentari sono stati nominati, alcuni seguendo la vecchia logica del cavallo di Caligola e i ministri possono essere sigillati e ritirati come fossero pacchi postali con indirizzi sbagliati: Brancher, federalismo, sussidiarietà e decentramento, legittimo impedimento? Non risulta. Nel cestino… Ci avevano assicurato: eviteremo le crisi cicliche, diamo forza al principio che chi vince governa e chi perde si oppone, diamo sicurezza di vita alle nostre legislature.

Abbiamo contato in sedici anni nove governi e due scioglimenti anticipati. Adesso si ipotizza addirittura il terzo. Avevano anche affermato che l’Italia sarebbe divenuta più europea, non solo dal punto di vista monetario, ma anche politico. Parafrasando un vecchio manifesto socialista del 1979 potremmo sicuramente oggi affermare.”Se parli italiano in Europa non ti capiranno”. Manca un partito del socialismo europeo e un partito democratico cristiano (con la sola eccezione di Casini che però vuol fare anche lui un sedicente partito della Nazione), manca un partito liberaldemocratico, ormai anche un partito verde. E certo avevano previsto con ampi margini di sicurezza: buttiamo a mare la vecchia partitocrazia e così non ci sarà più la corruzione, anzi sarà sparso il sale come sosteneva un autorevole magistrato del Pool. La corruzione si è perfino consolidata, elevata a sistema di arricchimento personale, con un ministro che non sa che la sua casa gli è stata comprata da altri, con un sottosegretario che per avere un appartamento molto privato si rivolge al Vaticano e soprattutto con l’ex eroe di Mani pulite che si intesta il patrimonio comprato coi soldi dei rimborsi elettorali. Riprendendo Fabrizio De Andrè potremmo recitare: “Guardatela oggi questa legge… Di Pietro, tre volte inchiodata nel legno”. E anche: “Tu sei Di Pietro e su questa pietra costruirai le tue case”, vecchia profezia evangelica all’incontrario, nell’era della falsità e della spudoratezza. Dopo sedici anni, non abbiamo noi il diritto di passare sul banco della pubblica accusa? Noi che abbiamo voluto tenere duro sulle nostre convinzioni che forse sono sembrate eretiche o anche ancien regime, possiamo noi oggi pretendere che questa azienda del sistema politico italiano dichiari, come sarebbe giusto, il suo fallimento? Non dipende certo da noi. Noi possiamo pretendere al di là e al di sopra delle convinzioni di ciascuno che questa battaglia contro questo sistema politico, nato senza di noi e contro di noi, venga combattuta da tutti i socialisti che continuino ad avere  rispetto verso la loro storia e la loro identità? Ho sentito dire che per parlare del futuro non dovremmo più parlare di identità. Non c’è niente di più sbagliato. Credo che il ritorno alle identità sia il futuro della politica italiana. Se ne son accorti anche dentro il Pd, dove risulta appassionante, e tutt’altro che fuorviante, la diatriba tra coloro che vogliono chiamarsi compagni e coloro che preferiscono la dizione di amici. Afferma l’ex democristiano Fioroni”: C’è un problema di identità”. E aggiunge: “Per fare politica occorre avere un certa idea della propria storia”. Noi l’avevamo capito anche quando è stato costituito il Pd, compagni e amici democratici.

Spesso si confonde l’identità con la tradizione. E’ vero, non si prendono i voti parlando di Turati, di Nenni, di Saragat e neppure di Craxi. Parlando del passato, anziché nel presente e del futuro. Anche se l’idea che la politica possa essere separata dalla storia non mi ha mai convinto nè avvinto. Anzi, quando ho cominciato ad interessarmi di politica, se la politica fosse stata quella di oggi, asfittica, senz’anima e progetto di società, forse avrei fatto dell’altro. Ma l’identità non è la tradizione, dovrebbe essere l’anima della politica, è la risposta al “chi sei” che ormai è domanda quasi sempre inevasa e sostituta ed esaurita dal “con chi vai” come nel vecchio  proverbio. Così diventa una domanda che produce una risposta fuori tema. Siamo “l’alternativa di governo”, dice Bersani, proposito che si addice a chiunque sia all’opposizione, anche a Berlusconi quando governava Prodi. Quale poi sia l’alternativa sulla politica estera, sulla politica economica, sulla laicità e sulla giustizia riesce infatti più difficile da capire. A volte è solo un no sguaiato. A volte una risposta arretrata.

E se adesso pare che nonostante le divisioni, nonostante le cose e le case che non vanno, l’Abruzzo che contesta anche più di Fini e il centro destra tiene e l’opposizione perde, è forse perchè negli occhi degli italiani c’è ancora il governo Prodi, che ha fallito il suo compito e si è consegnato come un prigioniero politico a braccia alzate alla sconfitta delle elezioni politiche anticipate. Veltroni ci ha poi messo del suo preferendo perdere male accompagnato, piuttosto che in buona compagnia. Così la sfiducia, anziché premiare l’opposizione oggi premia l’astensione e i partiti di protesta. Caso unico nel mondo in Italia esiste un partito di protesta che governa e che, per ora, riesce a far da diga alle perdite di consenso della maggioranza e un’opposizione che continua a perdere consensi nonostante una crisi economica e finanziaria senza precedenti e un governo che barcolla. Un partito di protesta e di governo, ambizione che si concreta nel partito di Bossi, anche se dovrebbe configurarsi di ben più difficile attuazione di quanto non sia stata quella berlingueriana del partito di lotta e di governo. Paradosso solo italiano, come paradossale è che a parlare di elezioni anticipate sia il governo, mentre l’opposizione tende a scongiurarle. C’è qualcosa di malato oggi in Italia.

In Francia il Psf, che pareva sull’orlo dell’estinzione, dopo due anni di governo conservatore vince le elezioni amministrative. E’solo un caso? Perché il Pd non ce la fa e da quando è nato non vince mai e i socialisti di tutta Europa, anche quando sono battuti si rialzano e riprendono quota? Non è che i socialisti di tutta Europa hanno un’anima cioè un’identità e il Pd no? Non è che per caso dipende anche dal grado di fiducia, non voglio dire di fede, che un partito con l’identità riesce a suscitare rispetto a un partito che l’identità non ce l’ha?

1) La nuova politica è in crisi e fa acqua da tutti i fori. Il sistema politico italiano, con le sue istituzioni e le sue norme, è in default. Sedici anni sono lì a testimoniarne il progressivo, inesorabile declino. Se questo è vero questa è la prima forte motivazione della nostra pervicacia ad esistere, della nostra scommessa di resistere. Non è colpa dei Follini di ieri, o dei Fini di oggi, come vuole farci intendere il cavaliere e la sua stampa, se non si sono fatte le riforme, quella delle istituzioni, quella della giustizia, quella dello stato sociale, quella della scuola (che fine ha fatto la riforma Moratti?). Tutto si è tremendamente impantanato e intorpidito in un giro inquietante di soldi, di saldi, di favori, di ragnatele di affari. C’era una volta Gardini. Oggi c’è Anemone. Anche la corruzione sembra di serie B. E mi chiedo se siamo noi che dobbiamo adeguarci alla nuova politica, arrenderci a questo sistema impazzito, o se è questo sistema politico post o anti identitario che vive come un’anomalia, l’ennesima, dell’Italia rispetto all’Europa, che deve arrendersi a noi, alla nostra tesi, che motiva e sorregge il nostro sforzo immane, quasi eroico di sopravvivenza? Sembrerebbe un braccio di ferro dall’esito scontato questo e senza speranza. E invece più gli anni passano più ci rendiamo conto che questa nostra opinione è destinata a passare. Scrolliamoci di dosso qualsiasi vittimismo, qualsiasi ansia di rivincita, qualsiasi postuma esigenza di vendetta. Questi sì sono atteggiamenti che non portano da nessuna parte perché non parlano al paese, perchè guardano solo al passato e non parlano al futuro. La nostra analisi deve essere particolare, e lo è se l’affrontiamo anche così. Sono stati sedici anni in cui in Italia hanno convissuto non uno, ma due conflitti d’interesse (quello della magistratura politicizzata e quello di Berlusconi, leader politico proprietario di televisioni e di giornali). Possiamo dire con chiarezza che solo noi vorremmo combatterle entrambe queste due battaglie? E che se il Pd appare ancora subalterno alla magistratura e naturalmente dall’altra parte i berlusconiani del Pdl lo sono nei confronti del loro leader padrone, noi socialisti, laici, radicali, libertari siamo contro entrambi i poteri illegittimi, riconoscendo anche che il secondo è figlio del primo. E che il vero padre naturale di Berlusconi è proprio Di Pietro. E non abbiamo alcuna difficoltà a convergere col consenso, visto che non abbiamo parlamentari, su una legge che separi la carriere dei magistrati e che divida il Csm in due e nel contempo su una legge che impedisca a chi fa politica di aver mezzi di comunicazione. E non abbiamo alcuna remora a dare la nostra completa solidarietà a Ottaviano  Del Turco che pure ci aveva lasciato, e che è stato considerato un reo senza che fosse accertato il reato, e soprattutto esprimere la nostra soddisfazione per l’assoluzione, ma solo dopo 17 dannati anni, del compagno Rino Formica. Noi non proponiamo un ritorno al passato. Ma un ritorno all’Italia e un ritorno all’Europa. Coniamo lo slogan: “Riportiamo l’Italia in Italia, se vogliamo che resti in Europa”. Ritorniamo alle identità rinnovandole, a quelle  della storia del nostro paese, perchè solo così in Europa ci capiranno. Questa è la nostra offensiva, la dichiarazione di guerra a questo sistema politico, che non è solo anti-identitario, è anche antidemocratico. Questa è la vera discriminante. Su questo possiamo anche dividerci. Abbiamo tentato di aprire il conflitto col Comitato per la democrazia, i sit in e il volantinaggio alla Camera. Poi l’abbiamo interrotto illudendoci che fossero possibili scorciatoie. Non ci sono scorciatoie. Pretendere il cambiamento radicale del nostro sistema è la sola condizione per esistere e per non sopravvivere. Naturalmente siamo per la Costituente com’è scritto nelle nostre tesi, ma dobbiamo essere anche per la proporzionale senza premio di maggioranza, federalismo e cancellierato, per il sistema tedesco, come invece non è scritto. Questo dev’essere il primo punto del nostro programma futuro. C’è un polo rosa che la pensa così? E allora dialoghiamo. Mica ce lo vieta il medico.

2) Poi c’è la sfida che vogliamo rivolgere al Pd. Non deragliamo, non andiamo a finire fuori strada. Diciamo subito che il nostro spazio c’è finchè il Pd resterà quel che è: un partito ambiguo in Italia e sconosciuto in Europa, un partito che ha trasformato il vecchio fattore K dell’anomalia italiana, nel nuovo fattore D, della nuova anomalia italiana rispetto all’Europa e questo per evitare di fare la sola cosa giusta che si doveva fare dopo la caduta del muro e cioè il Partito socialista in Italia, la sezione italiana del Pse.. Noi siamo pronti a sostenere la necessità di superare questa ambiguità e di mettere la nostra storia, la nostra identità, il nostro simbolo, il nostro nome al servizio di una nuova forza politica che però sia chiaramente collocata in Europa e in Italia, che assuma il nome e l’identità del socialismo riformista e liberale europeo e italiano. Finchè questo non avverrà noi ci impegniamo ad esistere nel panorama politico italiano. Perchè questo è giusto, perchè questo è necessario. Questo credo sia il nostro ruolo oggi, questa credo debba essere l’unica nostra scelta strategica. Contro il sistema anti-identitario, per la nascita di un soggetto socialista che parta naturalmente dal chiarimento dell’identità del Pd. Perché io mi sono opposto a Sinistra e libertà, anche se l’ho accettata come soluzione di alleanza alle elezioni europee e alle regionali? Alleanza, non progetto politico, dunque e men che meno partito. Perché è una resa. Non ho mai capito perchè avremmo dovuto concedere a Vendola quel che non concedevamo al Partito democratico: il rispetto per l’ambiguità. Storie divise di comunismi, di socialismi, di massimalismi, di riformismi, di cristianismi e di laicismi non potevano essere risolte solo, come nel mistero della santissima trinità, nella figura di un leader, sia pure moderno e forse carismatico. E oggi il partito ha scelto di non dividersi su questo, dicendo sostanzialmente: il progetto di Vendola non ci interessa a meno che esso non sia ricondotto nell’alveo della cornice socialista. E’ culto del passato, è rinunciare al nuovo che promana dalle fabbriche di Niki? No, è prender atto della realtà italiana ed europea, che nessun nuovo profeta riuscirà a snaturare. Siamo noi fuori dal mondo o sono fuori dal mondo coloro che hanno costruito l’anomalia italiana che pare oggi per qualcuno, anche a sinistra, superabile solo accentuandola, facendola diventare sempre più anomala, eliminando i partiti, la democrazia politica e sostituendola col carisma dei capi? Davvero inusuale terapia, come si sente dire, quella della parola d’ordine: “A un Berlusconi di destra opponiamo un Berlusconi di sinistra”. L’originale è sempre migliore della sua copia. Ma anche sui programmi non possiamo diventare altro da quel che siamo. Ma che? Vogliamo essere al fianco della Cgil anche quando è in minoranza perchè non difende gli interessi dei lavoratori e il loro concreto futuro che non può essere alternativo alle regole della globalizzazione? Vogliamo essere col popolo viola che si ritrova nelle piazze inneggiando a Di Pietro e a Grillo? Contro l’ipotesi d’un governo d’unità nazionale che a me sembra invece una soluzione accettabile per la crisi italiana? Con la protesta dei magistrati e dei giornalisti che avranno anche delle ragioni, ma che non si chiedono mai se hanno anche dei torti? Cosa c’entriamo noi? Io non c’entro nulla. E vorremmo anche dire ai nuovi quadrumviri della televisione (Vespa, Santoro, Lerner e Floris), a voi che gestite la principale fonte di democrazia che è ormai divenuta quella televisiva: a noi importa meno dei vostri stipendi e molto di più dei criteri coi quali promuovete leader politici e partiti e nel contempo ne sopprimete altri. Voi non avete il diritto di ignorarci e di preferire le diverse Santanchè che avete inventato per il vostri giochi ludici. Non avete il diritto di anteporre a noi i vostri raccomandanti.

3) Certo la laicità e i diritti costituiscono parte integrante della nostra identità. E che Beppino Englaro sia qui con noi lo ritengo un motivo in più per essere orgogliosi della nostra storia. Ai socialisti del Pdl io non lancio alcuna scomunica. Ci mancherebbe, proprio io. Ma almeno su questo punto vorrei dir loro: “Ma perché non avete difeso la vostra storia sul caso Englaro e sul testamento biologico, che è quella del partito di Loris Fortuna? Perché vi siete segnalati per il più imbarazzante e assurdo dei silenzi politici e avete perso la voce scavalcati perfino da Fini e da Benedetto Della Vedova e in un caso addirittura vi siete segnalati per l’integralismo più oscuro?

4) Parliamo di una convenzione con gli affini. Io penso che non dovremmo ignorare i radicali, allora, perché sulla maggioranza delle questioni oggi sul tappeto, e non solo sulla laicità, dalle pensioni alla riforma della giustizia, siamo d’accordo. Su una sola cosa non sono d’accordo con Pannella, quando giudica “criminale” il sistema scaturito dopo il 25 aprile. E’ vero che è nato un sistema partitocratico e che la costituzione norma addirittura i partiti, cosa davvero singolare, ma penso che quel sistema abbia consentito all’Italia di progredire anche dal punto di vista democratico. Verso i radicali io continuo ad avvertire tuttavia molta stima e una punta d’invidia. E mi chiedo perché loro riescano ad essere presenti sulla politica? Non solo per i deputati. No. Perchè ci credono di più. Perchè noi sulle proposte di legge d’iniziativa popolare non siamo riusciti a raccogliere le firme e loro ci riescono con la metà dei nostri iscritti? Perché ci credono di più.

5) Dobbiamo crederci di più anche noi. Noi siamo troppo presi dal nostro cosiddetto malessere. Ma cosa propongono quei compagni che esprimono malessere, giacchè nessun socialista deve sentirsi in una condizione di effettivo benessere? Vogliono un nuovo gruppo dirigente. Composto da chi e per fare che cosa non ho capito? Quello che volevano i nostri lo abbiamo fatto due anni fa: sfidare il mondo e andare da soli alle elezioni. L’abbiamo fatto e non ci hanno votato nemmeno loro. I gruppi dirigenti li sceglie il congresso non qualche compagno su Facebook. Quando un problema è politico chi non sa fare politica lo trasforma in un problema personale. E ridurre a problema personale il dramma del socialismo italiano mi sembra davvero un po’ fuori luogo. Con questa impostazione ho dato l’assenso alla tesi unitaria, della quale non condivido tutto. Ma che rappresenta una sintesi accettabile, molto più dignitosa di un assurdo e un po’ patetico congresso a mozioni. Devo dare atto a Nencini di avere lavorato con senso di responsabilità, con voglia di fare e con quella collegialità che ha contraddistinto la nostra opera comune. Merita di continuare il viaggio iniziato a Montecatini. A Montecatini il Partito socialista poteva sciogliersi come altri partiti senza parlamentari, vedi il Psiup nel 1972. Abbiamo scelto il difficile cammino di una non impossibile, ma difficile rinascita. Io sono convinto che ce la possiamo fare. E che di noi, comunque vada a finire, si parlerà bene. Come si parla dei militanti che hanno creduto in una storia, in un ideale, in una prospettiva politica, con coerenza, senza cedere a sirene di elezioni o di rielezioni promesse e addirittura garantite. Non so se ne abbiamo consapevolezza. Senza deputati, senza senatori, senza parlamentari europei, ci siamo trovati a resistere a tante defezioni: da Boselli a Villettti, da Angius a De Michelis, da Spini a Zavettieri, fino a Mancini e Antinucci. Tanto che credo di essere rimasto solo io del gruppo promotore della Costituente socialista, oggi nella segreteria nazionale del partito. Vedo in giro che non c’è questa consapevolezza. Che si parla del partito come se fosse un altro partito, che si litiga in periferia e su face book con accenti esagitati e confusi. La nostra comunità deve ritrovare serenità e consapevolezza.

6) Gli impegni che dobbiamo prendere di fronte ai nostri compagni sono tre, semplici e chiari. La presentazione di una lista socialista alle politiche, con questa legge elettorale, è un impegno, è un dovere La celebrazione di un congresso prima delle politiche anche se sono anticipate. La creazione di un partito degli eletti, non per gli eletti, visto che abbiamo conseguito 13 consiglieri regionali in soluzioni differenti, ma qui in Umbria presentando il nostro nome e raccogliendo un risultato davvero eccellente. Il nostro futuro è collegato al futuro dell’Italia. Il nostro interesse è l’interesse dell’Italia. Come dissero Ernesto Rossi e Carlo Rosselli e come ci ha anche ripetuto Ugo Intini nei momenti peggiori: “Non molliamo”. Grazie, compagni combattenti e resistenti, per tutto quel che avete fatto, grazie compagni dell’Umbria per il bel risultato elettorale alle regionali. La lotta continua

One Comment »

  • Giuseppe VITALE detto Mario said:

    Carissimo Compagno Mauro

    L’analisi del Tuo intervento è ottimo,pare che al Congresso è emersa la consapevolezza che il tempo dei litigi è finito,la ritrovata unità non è cosa da poco conto.
    Ora si tratta di trasformare in pratica il progetto teorico elaborato al Congresso.
    Io mi auguro e credo che sta a cuore a tanti compagni sparsi per l’Italia che si possa ripartire.
    Sono d’accordo che non bisogna essere nostalgici ma essere soggetto capace di aggredire con spirito collettivo,democratico e trasparente le nuove sfide in termini sociale che il paese ha bisogno.
    Però fatemi passare la massima di Carl Scurii “Gli ideali sono come le stelle: non possiamo raggiungerli, ma tracciamo la rotta in base ad essi”.
    La nostra storia degli ultimi 120 anni e fatta di conquiste sociali volute e ottenute da compagni che non si sono risparmiati neanche difronte alla morte.
    Quei valori sono i miei IDEALI
    Buon lavoro, la lotta continua, un abbraccio.

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