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L’unità d’Italia e noi

16 Settembre 2010 1.387 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Parlando a Ferrara alla festa nazionale dell’Avanti sul tema “L’unità d’Italia e noi” Del Bue ha detto tra l’altro: “Reggio Emilia, dopo un derby con la metropoli Milano nel 1986, è stata riconosciuta come culla del tricolore, adottato per la prima volta nel corso del congresso della Repubblica Cispadana, che si svolse, in quella che fu poi definita Sala del tricolore, il 7 gennaio 1797. Ma, come cittadino che si occupa anche di storia, sono poco interessato a celebrazioni enfatiche e più ad approfondimenti e se è il caso a revisioni. Se la Lega impone il suo simbolo alle scuole pubbliche di Adro (anche sui singoli banchi di scuola dei bambini), occore precisare che nel dopoguerra, a Reggio Emilia, non è mai stato bandito il tricolore e sostituito con la falce e martello. Se qualcuno l’avesse proposto i socialisti si sarebbero opposti fieramente. Per la verità avvenne nel lontano 1919. I rivoluzionari issarono la bandiera rossa al posto del tricolore, considerato simbolo del nazionalismo che aveva portato alla carneficina della guerra mondiale, sul balcone del municipio. E nacque il fascismo. Naturalmente non si può opporre l’unità nazionale al federalismo. Si tratta di due termini che erano già presenti nel confronto ideale durante il periodo risorgimentale. Si confrontarono infatti, allora, due modelli di stato: quello centralistico, di natura cavouriana e obiettivamente funzionale agli interessi del Piemonte, e quello, appunto, federale, ipotizzato da Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari. E lo scontro non fu solo tra repubblicani mazziniani e monarchici, ma appunto anche tra centralisti e federalisti. Non è la Lega a far nascere il progetto federale, dunque. Il problema semmai è l’estremizzazione del federalismo, la sua fuoriuscita nel secessionismo e la sua contrapposizione con l’unità, che si mostra anche attraverso l’ostracismo verso la bandiera tricolore. Cattaneo e Ferrari, e anche Garibaldi, erano progressisti, i primi due sinceramente federalisti, Garibaldi magari unitario sopra ogni cosa e disposto a compromessi con la monrachia, ma anche repubblicano e socialista (sua la definizione del socialismo come “sol dell’avvenire”). Nel contempo erano anche e soprattutto patrioti. Questa visione dell’unità a me pare oggi assolutamente attuale e moderna. Occorre, da un lato, accogliere e vivere pienamente il dato irreversibile dell’unità nazionale, come valore di base (neppure l’internazionalismo prescindeva dall’esistenza delle nazioni, ma ne esaltava i tratti comuni col valore dell’uguaglianza degli uomini) e dall’altro accedere all’idea che l’assetto del vecchio stato unitario, di tipo centralistico, retto attraverso lo sviluppo di tre fenomeni storici che l’hanno giustificato e che oggi sono finiti (il conflitto tra classe dirigente liberale e Chiesa (1871-1929), il fascismo (1922-1945) e la nascita e lo sviluppo dei grandi partiti politici nazionali di massa (1945.1992)), oggi non regge più. I cento cinquant’anni dell’unità d’Italia devono essere sì occasione di celebrazioni e di diffusione di conoscenze, ma anche momento di riflessione politica per procedere sulla strada delle riforme.

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