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Dove e quando nascono i Fiomisti: da Sabatini, a Rinaldini a Landini

3 gennaio 2011 729 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Onore a loro per la coerenza. Le cose che dicono adesso le dicevano anche quarant’anni anni fa (escluso Landini che è discepolo più recente). Il loro capo, nel turbolento 68 reggiano, era Sabatini di Bologna, un capo vero. Uno che quando parlava gli altri prendevano appunti. Aveva un dito in meno ad una mano ed era l’indice. Così quando parlava mostrava a tutti il medio. E chi era sabatiniano doveva fare altrettanto e lo riconoscevi come riconoscevi quelli di Comunione e liberazione, che allora si chiamava One Way. Costoro parlavano tuti in milanese, perchè il loro guru era della metropoli lombarda. Ebbene i fiomisti reggiani erano sabatiniani e loro indicavano a tutti la via maestra col dito medio. Difficile però non riconoscere a loro, a Gianni e sopratttutto al fratello Tiziano, a Berselli e ad altri, una dote non comune. D’essere preparati, di leggere molto, di saper districarsi assai bene nei comizi e nei confronti (un pò meno il più giovane e acerbo Landini), di aver dedicato tutta la loro vita al sindacalismo e anche alla politica. Altri tempi. Li vedevi alla Libreria Rinascita con testi di Marx in mano, mai una volta con la Gazzetta dello sport, anche se qualcuno di loro credo di averlo incrociato nel vecchio Mirabello. Non seguirono le imprese armate delle Bierre dei loro vecchi amici Gallinari e Franceschini (come i primi iscritti alla Fgci). Sabatini penso abbia loro indicato altra via di redenzione. E adesso hanno conquistato la Fiom nazionale. Bravi, non c’è dubbio. E coerenti. Le parole che usavano quarant’ani fa le usano ancora: conflitto sociale, lotta di classe, attentato ai diritti, e anche, sotto sotto, lotta al sistema capitalistico, che è il vero loro minimo comun denominatore. Lottare per qualche soldo in più ai lavoratori a loro interessa ben poco. E anche ottenere qualche occupato in più. Il vero loro obiettivo è sempre stato quello della lotta per il potere. Un pò degli operai dentro la fabbrica, molto il loro col loro sindacato. Visto e rivisto anche in questo la coerenza è massima. Il problema di fondo è tornato quello di allora. Quanto conta il sindacato, cioè quanto contano loro? Quando Prampolini parlava di dittatura del proletariato asseriva che sarebbe poi stata la dittatura dei capi del partito, cioè dei Serrati, dei Bordiga, dei Bombacci (che poi cambiò schieramento).  Anche adesso è in gioco il ruolo della Cgil e soprattutto della Fiom, cioè il loro. Altro che accettare il risultato di un referendum “democraticistico” (si diceva proprio così un tempo). Perchè accogliere i consigli di Susanna Camusso, che negli anni settanta militava nel Psi? Come considerarla dunque, la loro, una battaglia sbagliata?

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