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Aristò, ma quanto scrivi…

28 gennaio 2011 973 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Quando uno pensa a Platone pensa alle idee, quando uno pensa ad Aristotele pensa alla logica. E invece sia l’uno sia l’altro hanno detto e scritto un’infinità di cose. Di Platone abbiamo già scritto. Pe riassumere i pensieri di Aristotele ci vorrebbe un libro. Intanto quest’ultimo era allievo di quell’altro. O meglio, Aristotele arrivò ad Atene a 17 anni (veniva da una cittadina del nord della Grecia e suo padre, che morì molto presto, era un medico) e quando si iscrisse all’Accademia platonica, il grande filosofo greco era a Siracusa, a tentare di convincere il dittatore Dionigi della bontà del suo governo dei filosofi. Al suo posto le lezioni erano tenute da un certo Eudosso e il giovanetto Aristotele (che gli amici chiamavano Aristo e quelli che provenivano dall’Italia meridionale Aristò) prendeva un sacco di appunti e meditava. A lui di stò Eudosso e delle sue teorie che Platone aveva elaborato gli importava fino a un certo punto. O meglio, tutto stò discorso sulle idee che stanno nell’Iperuranio, con tanto di carrozze che trasportano le anime da un corpo all’altro, non lo convinceva affatto. Si mise in testa, allora, di trovare un altro modo per cercare l’essenza delle cose. E partì dalla realtà (immanenza) sostenendo che il principio delle cose sta qua, e non nell’aldilà. Lo stesso Dio, è una conseguenza logica di un precetto razionale. Se esiste il bene ed esiste il meglio deve esistere anche l’ottimo. Dunque il perfetto. E se esiste il perfetto deve esistere una realtà perfetta, cioè Dio, che però non è colui che ha generato l’universo, che è sempre esistito e che non ha avuto inizio (bella questa concezione del tempo che Einstein approfondirà). All’essere perfetto si arriva partendo da noi, col ragionamento. Dio è pensiero puro, mica un essere come noi che fabbrica l’uomo e la terra, no? E a cosa pensa Dio? Dio pensa a Dio, cioè all’unico essere perfetto esistente. Mica pensa agli uomini, mica pensa a noi. E’ autocontemplativo. Mentre Aristò scrive tutte queste cose Platone muore, e al suo posto viene designato al vertice dell’Accademia suo nipote Speusippo. Anche allora nelle Università si premiava il nepotismo (la Gelmini non era stata ancora rivelata). Ma Speusippo non aveva certo i meriti di Aristò, che si incazzò duro e lasciò Atene e l’Accademia e si trasferì prima sull’isola di Lesbo (dove si organizzavano festini preberlusconiani) e poi in Macedonia, invitato da Filippo ad educare quell’Alessandro che poi divenne Magno. Filippo morì presto e Alessandro, ancor giovane, gli subentrò, ma forse preferendo la cultura orientale agli insegnamenti razionali del filosofo greco, il nuovo re guardò con sufficienza il suo maestro e Aristò fece fagotto e se ne tornò ad Atene (come sono stati sfortunati questi filosofi coi re…). Oltre tutto Aristotele era diventato vedovo e si era accompagnato con una raggazzina di nome Erpillide. I romani la ricorderanno come Er Pillide, una donna particolarmente dotata sul piano erotico. Da allora si vaticinò d’er punto P. Ad Atene Aristò fondò una nuova scuola, il Peripato. Si sbizzarrì e scrisse di tutto. Elaborò nuove idee su tutte le discipline di questo mondo: la fisica, l’astronomia, la logica, la dialettica, la gnoseologia, la politica, l’etica, la biologia, l’arte, la musica, e chi più ne ha più ne metta. Se uno gli chiedeva si scrivere di poesia, scriveva di poesia, se un altro gli chiedeva di scrivere di tragedia, scriveva di tragedia. E tutte le esaltava come arti mimetiche e utili a dargli ragione. Su tutte le sue teorie vale la pena ricordare la sua sistemazione del ragionamento, fondato a suo giudizio sulla deduzione. L’intuizione era sì utile, ma rischiava di farci finire fuori strada. Poteva al massimo consentirci di elaborare idee partendo dal particolare e come stimolo per arrivare al generale. Il ragionamento l’ha inventato Aristotele. Ed è fondato sul sillogismo. Il sillogismo è una triade di affermazioni fondata su due premesse generali e una conclusione. Ad esempio: tutti gli uomini hanno due gambe, Socrate ha due gambe, Socrate è un uomo. Poi ci può essere anche il sillogismo paradossale. Tutte le scimmie hanno due gambe, Socrate ha due gambe, Socrate è una scimmia. Bisogna stare attenti, dunque, alle due premesse. E il ragionamento fondato sul sillogismo Aristò lo propone anche nella dialettica. Se vuoi mettere in crisi il tuo interlocutore devi farlo cadere in contraddizione con se stesso. Socrate ci riusciva nelle vie d’Atene. E Aristotele, grande progettista e sistematore di idee, fonda la dialettica su tre presupposti: colui che parla, ciò che si dice e colui che ascolta. Potrebbe, il nostro, insegnare anche oggi a parlare a coloro che vanno in tivù e che, di coloro che ascoltano, se ne sbattono altamente. Aristotele non era mai contento e continuava a scrivere e a elaborare sistemi. Parlò dell’etica e concluse che doveva esserci corrispondenza tra l’ente (l’essere era solo quello supremo e l’ente era l’esistente, quindi anche l’uomo) e il valore. Cioè più un uomo realizzava la sua ragion d’essere più valeva. Come realizzarla? In tre modi. Con l’edonismo (incentrato sulla cura del corpo), con la politica (basata sul rapporto sociale con gli altri), con la teoretica (cioè la conoscenza contemplativa della realtà). L’anima ha anch’essa tre potenzialità: quella vegetativa (il piacere e la salute correlati tra loro; mangiar bene, ma anche stare bene mangiando, quindi, direbbe Pitagora, al bando le fave…), quella sensitiva (basata su un’equlibrata mediazione degli estremi; ad esempio il coraggio che è il giusto mezzo tra viltà e temerarietà o Casini che sta in mezzo tra Berlusconi e Bersani) e infine quella razionale, (quella più importante, quella che permette di assemblare virtù calcolatrici e scientifiche). Che bello il filosofo, il sapere libero che vive senza vincoli, che supera la necessità. E che contempla. Naturalmente non si vive di sola contemplazione e tutta stà filosofia è destinata mica agli schiavi (loro per Aristò sono esseri non autosufficienti) o a coloro che non avevano di che vivere. E’ una filosofia per ricchi. O per figli di ricchi. Che s’alzano tardi la mattina e contemplano fino alla sera, dopo aver mangiato per stare bene e aver fatto sport per curare il corpo e dedicato la giornata alla cura dell’anima. Parlò anche dell’amicizia il nostro e la divise anch’essa in tre forme (sempre questo tre, già allora numero perfetto, vero Hegel?). C’è l’amicizia di utilità, quella di piacere e quella di virtù. Quella di utilità, ma anche quella di piacere, non sono vere amicizie, perchè presuppongono vantaggi. Le ragazzine del Berlusca sono amiche di utilità (si vede dalle telefonate), le amicizie della Boccassini, invece, paiono più di piacere (con quelle gambe aperte…), la sola amicizia è quella di virtù, cioè affinità di sentimenti e di razionalità. Che ci sia ciascun lo dice dove sia… Alla fine Alessandro Magno morì e ad Atene riprese l’odio antimacedone. Aristotele venne visto con diffidenza, lui che in Macedonia era cresciuto (quando suo padre era medico a corte) e che di Alessandro era stato maestro. Fu indotto a lasciare Atene e si ritirò nella cittadina nativa della madre dove morì, non senza avere lasciato un testamento, che considerava innanzitutto l’amata Erpillide. A lei vennero donati tre schiave e lo schiavo Pirro, per i suoi piaceri. Da allora divenne Er Pirride.

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