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Lo stoicismo e il polo di centro

11 febbraio 2011 1.760 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Quando si dice “Affronto stoicamente la situazione”, allora ci si attribuisce un atteggiamento davvero molto particolare. Quasi eroico. Di impenetrabile permeabilità al dolore e alle preoccupazioni. Lo stoicismo era invero una filosofia e non solo un atteggiamento morale. Chi la prospettò si chiamava Zenone ed era fenicio. Era nato a Cizio, città dell’isola di Cipro, posta al centro di importanti traffici marittimi e crocevia di Oriente e Occidente. Zenone arrivò ad Atene e fondò una nuova scuola, mentre imperavano aristotelici ed epicurei. Si mise in testa di emendare i due leader delle contrapposte filosofie e lo fece con convinzione e successo. Basti pensare che la sua scuola, o Stoà (portico dipinto), che si contrapponeva al giardino epicureo, ebbe grandi proseliti in Grecia, e poi a Roma. Tra questi ultimi basti ricordare Seneca, Catone, Anneo Cornuto e in parte Cicerone oltre all’imperatore Marco Aurelio. Però di stoicismi ce ne sono tre. Uno rigoroso e iniziale di Zenone e dei suoi discepoli, uno detto Stoà di mezzo (che aveva come obiettivo quello di moderare l’estremismo stoico) di Panezio e Posidonio e poi il terzo, che è un ritorno alle origini, di Seneca e degli altri filosofi e scrittori latini. Lo stoicismo propone nuove tesi nella logica, nella fisica e soprattutto nell’etica.  Le tre discipline vengono rappresentate così: la logica (il procedimento del conoscere) è il recinto, la fisica (l’oggetto della conoscenza) è l’albero, l’etica (la condotta dell’uomo) è il frutto. Non si capisce però perchè senza recinto gli alberi non possano produrre frutti. Vabbè, il contadino s’incazzerebbe duro perchè i frutti glieli fregherebbero ad uno ad uno. Però, stoicamente parlando, la sua virtù ne risulterebbe ancor più esaltata. Stò recinto non c’entra niente. Zenone si mette a parlare e scrivere di logica perchè vuole correggere Aristotele. Gli dà fastidio quel sillogismo fondato solo sulla deduzione e ne inventa uno (anzi quattro) fondati sulle ipotesi deduttive. Qui bisogna passare all’algebra. Ci sono quattro ragionamenti. Il primo con la connessione logica “se”, e l’equivalente p-q. “Se è giorno c’è luce, ma è giorno e dunque c’è luce”. Un altro con la proposizione sub condizionale “poichè”. “Poichè è giorno c’è luce”, sempre tenendo equivalenti p e q (cioè giorno e luce). Il terzo con la proposizione congiuntiva “e”. “Si è fatto giorno e c’è luce”, sempre con luce e giorno equivalenti. E il quarto con p e q contrari. E la proposizione disgiuntiva “o”. “O è giorno o è notte”. Ma lui gliene fregava poi un tubo di stè dimostrazioni di evidenti ovvietà. Lo stimolava andare contro Aristotele e al suo carisma indiscutibile sulla logica. Poteva anche dire: Con P e Q equivalenti: “Se Aristotele dorme di giorno, scrive di notte”, visto che Aristò ha davvero scritto tanto. E poi sulla fisica il nostro contesta Epicuro. E gli dice che non tutto è materia, anche se  nell’universo c’è il fuoco rigeneratore. Che crea e distrugge, come sosteneva Eraclito. Ma tutto è retto da una ragione universale, o Anima del mondo, o Logos Divino (altro che materia), che non è semplice corporeità, ma che è la madre di ogni corporeità. E Dio che pensa se stesso (come sostenevano Aristotele ed Epicuro) ma che, pensando se steso crea l’universo. Si chiama Logos spermatikòs. Un logos scopatore, che ne fa anche cento alla volta e che produce i suoi figli a grappoli. Nulla avviene per caso, tutto è ordinato dal Logos che anche provvidenza. E vivere secondo natura è vivere secondo virtù. E qui ci siamo. Gli stoici propongono l’assoluto distacco dalle passioni (apatia) per raggiungere la saggezza, sola fonte di felicità. Io non credo che siano poi così distanti su questo punto epicurei e stoici. I primi propugnano l’atarassia (la mancanza di tensione) i secondi l’apatia (il distacco dalle passioni). I primi lo fanno per raggiungere il piacere, i secondi la virtù. Se non è zuppa è pan bagnato. Gli stoici però, diversamente dagli epicurei, sostengono che anche il dolore e la morte vadano vissuti e accettati. Ricordate Epicuro: “Non bisogna avere paura della morte perchè noi ci siamo quando ella non c’è”. No, gli stoici ritengono che anche la morte così come il dolore vadano vissuti con intensità. Altro che mancanza di paura. D’altronde, secondo gli stoici, noi possiamo mettere in atto tre tipi di azioni: 1) Quelle dettate dal dovere (ad esempio il rispetto per i genitori, per gli amici, per la patria). 2) Quelle contrarie al dovere. 3) Quelle indifferenti al dovere. Le prime vanno certo esercitate, le seconde evitate e le terze, quelle più numerose, che sono rappresentate da molteplici possibilità, come la ricerca del successo, della ricchezza, del prestigio, quelle relative (diremmo oggi) ad una promozione sul lavoro o all’aumento dello stipendio, vadano vissute con assoluta indifferenza. Dopo la scuola di Zenone e dei suoi discepoli nacque una impostazione diversa dello stoicismo. Si comprese che certi estremismi dovevano essere attenuati e nello scontro tra epicureismo e stoicismo nacque una sorta di nuovo polo filosofico, il terzo polo, con Pierferdinando Panezio e Gianfranco Posidonio, che erano stanchi di un bipolarismo deteriore e improduttivo e a forza di parlare di virtù e di piacere, di materia e di anima, di possibilità o meno di partecipare alla vita politica (esclusa dagli epicurei e ammessa dagli stoici) fondarono una Stoà di mezzo. E cominciarono a sostenere queste tesi: la virtù va bene, ma tra le azioni indifferenti ce ne sono alcune meno peggiori delle altre e meno lontane dalla virtù o più propense ad acquisirla. Ad esempio, è meglio avere forza che debolezza, è meglio avere ricchezza che povertà,  è meglio stare bene che stare male. Tutte cose ovvie, penserete voi. Ma assolutamente diverse dalla filosofia di Zenone e della Stoà originaria. Perchè con la logica del meno peggio si poteva sostenere qualsiasi cosa. E più vicina alla virtù la ruberia dell’omicidio e sull’omicidio è più vicino alla virtù quello commesso con il veleno di quello commesso con la spada, e tra quelli commessi con la spada è più vicino alla virtù quello commesso tagliando direttamente la testa di quello commesso tagliando a fette e lentamente un uomo. E via dicendo e sostenendo. Il terzo polo non ebbe per questo un grande successo e a Roma lo stoicismo ritornò alle origini con Seneca e compagnia. Si sostenne anche lo stoicismo politico. Una sorta di virtù da universalizzare. Ma è l’uomo o la società l’oggetto di Zenone e soci? D’accordo, bisogna passare dall’io individuale all’io assoluto. E questa capacità è solo dei saggi. Ma teorizzare una politica di segno stoico, non è tornare a Platone e al suo governo dei saggi? Mi resta un ultimo interrogativo a proposito di Catullo. Il cantore di Lesbia viene individuato come un possibile proselite dello stoicismo romano. Ma che cavolo c’entra lui? Lui che a proposito di passioni si fece sopraffare da quelle per una prostituta. Mica solo una velina del tempo, addirittura maggiorenne e neppure nipote di Cesare. E che a proposito di Lesbia se ne uscì col misterioso “Nec tecum nec sine te vivere possum”‘? Passi per Anneo Cornuto che almeno aveva esorcizzato la sua tragica situazione aggiundelo al nome, con atteggiamento goliardicamente stoico. Ma Catullo? Vuoi che anche lui si professasse con un certo candore un semplice peccatore?

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