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Lucrezio e Seneca: che brutta fine…

22 febbraio 2011 8.244 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Torniamo a Roma, perchè tutte le strade portano lì. Anche quelle della filosofia, che non fu certo la disciplina più praticata nella capitale dell’Impero. Di Plotino abbiamo scritto. E si trattava di un egiziano ellenizzante che aveva Platone nel cuore, nel terzo secolo dopo Cristo. Torniamo a cavallo di Cristo e tra il primo secolo avanti e il primo dopo ci imbattiamo in due filosofi che non possiamo trascurare. Il primo, Tito Lucrezio Cano, che visse nel primo secolo prima di Cristo, era epicureo. Il secondo, Lucio Anneo Seneca, che visse nel primo secolo dopo Cristo, era stoico. Li accomunò il suicidio, scelta non occasionale, ma decisamente filosofica. Socratica. Come poeti romantici o maledetti. Come Werther o Jacopo Ortis. Per questo furono ricordati e amati dai contemporanei. Lucrezio da Leopardi. Seneca dagli esistenzialisti. Ma se del primo, Lucrezio, non si sa quasi nulla, se non che scrisse il “De Rerum natura”, del secondo, Seneca, si sa tutto. Anche che prese a cuore l’educazione di quell’anima bella di Nerone, coi risultati che sappiamo. Per la verità di Lucrezio non si sa neppure se sia esistito veramente, perchè di lui parlano solo Cicerone e San Gerolamo. Un latinista insigne sostiene che in realtà Lucrezio era solo uno pseudonimo di Cicerone che da giovane avrebbe scritto il “De rerum” e poi se ne sarebbe pentito da vecchio. Una specie di Geronimo su “Il Giornale” (alias Cirino Pomicino). Esistito o no, di Lucrezio restano i valori del suo epicureismo in salsa latina. Lucrezio era matto, secondo San Gerolamo (nel Chronicon). Anzi alternava momenti di lucidità a momenti di pura pazzia. E tutto sarebbe stato originato da un filtro d’amore, preparato da una donnetta di facili costumi, forse nipote di un egiziano, amico di Plotino. Lucrezio non si sa dove sia nato, forse a Pompei o Ercolano, nè esattamente quando (forse il 98 o il 96 avanti Cristo). Si suicidò, se mai è veramente esistito, a 44 anni. E chi mai può aver paura della morte se essa c’è quando noi non ci saremo? Su di lui, e sulla sua opera, si riversarono tante contumelie. Cicerone ne parla assai male (ma allora parlerebbe male di se stesso?), San Gerolamo dice di lui che sarebbe stato “un ateo psicotico”. In realtà Lucrezio era tutto proteso a prendere le distanze dall’impazzimento del sistema romano. Era l’epoca della congiura di Catilina, una sorta di presidente del Senato dell’epoca. Dopo averla sventata in un’ora tarda del 14 dicembre si chiese a gran voce le sue dimissioni o in alternativa la sua morte che s’ottenne. L’incauto Lucrezio voleva portar come rimedio politico l’epicureismo e non solo lo stoicismo, che aveva già attecchito in parte della classe dirigente romana. Contestava che Roma avesse un suo dovere morale di civilizzazione, colpiva la credenza nelle divinità romane, poichè gli dei non si occupano del mondo. Il “De rerum” si compone di sei libri ed esprime valori nuovi per Roma: la religione come causa dei mali dell’uomo e della sua ignoranza, una specie di anticipazione dell’oppio dei popoli, la liberazione dalla paura della morte, in perfetto assioma epicureo, ma con un elemento di pessimismo esistenziale in più, la consapevolezza che tutte le specie esistenti sono state partorite dalla terra grazie al calore e all’umidità e che evolvono producendosi, una sorta di anticipazione della teoria dell’evoluzione darwiniana, la coscienza che il progresso è buono se serve alla liberazione dell’uomo se no è da scartare, il concetto di anima (non “animus” latino che è “mens” greca) e cioè l’idea del soffio vitale. Lucrezio voleva distogliere i romani dal culto della politica e voleva portarli all’autoscienza per arrivare all’imperturbabiltà? Ma a quel punto chi li avrebbe governati? E chi se ne frega, avrebbe risposto il poeta. Il problema non è “chi ti governa” ma “come stai tu”. E non c’è proprio alcuna relazione. Con l’atarassia si può star bene anche sgovernati. Per Seneca (nato in Spagna a Cordoba nel 4 dopo Cristo e morto a Roma nel 65) la politica aveva invece un peso. Suo padre, Seneca il vecchio, era scrittore e si trasferì a Roma sotto Augusto. Gli atri due figli (Annea Novato e Lucio Anneo Mela) si dedicarono, il primo alla politica e fu senatore, e il secondo agli affari e fu finanziatore del primo. Anche Seneca, che si chiamava anche Lucio Anneo, si dedicò alla politica, ma prima studiò filosofia. Ebbe tre maestri, uno pitagorico, uno stoico, uno cinico. Prima Seneca abbracciò il pitagorismo e fu vegetariano poichè Pitagora vietava di mangiare le carni animali perchè contenevano l’anima. Ma se ne distaccò. “Vegetariano è troppo”, gli disse il vecchio padre, soprattutto perchè l’imperatore vietava questi culti esoterici. Allora divenne stoico, senza cinismo. Anche perchè lo stoicismo invitava, contrariamente all’epicureismo, alla vita politica. Fu questore e senatore anche lui. Ed era così bravo nell’oratoria che l’imperatore Caligola, invidioso perchè parlava assai meglio del suo cavallo, lo voleva eliminare. Ancora un’amante al centro delle trame. Si dice che una Caligolessa salvò Seneca dal taglio della testa invitando l’imperatore a valutare le sue condizioni di salute che l’avrebbero portato presto a morte sicura. Seneca soffriva infatti di svenimenti continui e asma. Per questo, con cure termali pagate dal Senato, fu in Egittto per alcuni anni e al suo ritorno a Roma dovette anche sorbirsi una condanna all’esilio in Corsica, per via d’un’accusa di adulterio. Si diceva che se la facesse con certa Giulia Livilla, sorella di Caligola. Il Pool Letti Solitari lo venne a sapere e condannò il poveretto. Ma Agrippina, moglie di Claudio e madre di Nerone, lo richiamò a Roma e gli diede in carico l’educazione del figlioletto che avrebbe dovuto diventare imperatore. Meglio, molto meglio la Corsica e l’isola di Cavallo, dove avrebbe potuto anticipare l’arrivo di re. Seneca non sapeva davvero a cosa sarebbe andato incontro. Dopo aver scritto dieci dialoghi, e il trattato “De Beneficiis”, pubblicò anche il “De Clementia” per il giovanissimo imperatore. Gli prescriveva niente meno che moderazione d’animo, mancanza d’ira e di volontà di vendetta, indulgenza verso i nemici, sapienza per trattenere per sè i sentimenti più violenti. Si può proprio dire che quell’insegnamento raggiunse lo scopo opposto. Seneca sarà stato anche un ottimo filosofo, un grande drammaturgo, un eccellente poeta, ma come educatore fu un vero fallimento. Pensate a Nerone e a quel che fece. Fece fuori tutti i parenti e gli amici, se la prese con Seneca e poi incendiò Roma. Se avesse avuto un maestro peggiore cosa avrebbe combinato? Avrebbe anche voluto fodnare una “Nerone children”, che avrebbe potuto far concorrenza con ilfuturo di Regium lepidi. Seneca venne condannato a morte dalla furia di Nerone dopo la cosiddetta congiura dei Pisoni nella quale forse non era neppure direttamente coinvolto. Dal momento del suo esonero per fallimento come educatore al momento della sua morte, tra uno svenimento e l’altro Seneca scrisse un sacco di roba: tra le altre le “Naturales questiones” dove invitava a non temere i fenomeni naturali, le famose “Epistulae morales ad Lucilium” (ben 124 lettere divise in venti libri) in cui invitava il suo discepolo Lucilio anche alla pietas nei confronti degli schiavi, ma senza alcun sentimentalismo popolare (anzi con una venatura di netto aristocraticismo) e volgendo lo sguardo anche contro i giochi circensi così osannati dal popolo. Scrisse anche diverse tragedie, le uniche romane che son giunte integrali a noi, e il “Ludus de morte Claudii”, parodia sulla divinizzazione dell’imperatore Claudio, decretata dal senato romano dopo la sua morte. Un’ironica opera sulla “zucca o zuccone” (così definito da Tacito l’imperatore) che venne reso Dio. E che dall’Empireo fu poi cacciato agli Inferi e affidato da Minosse a un liberto di nome Menardo. Un Dio sotto un liberto? Massima eresia. Così impara stò Claudio, figlio d’una mignotta. Sfogo evidente verso l’imperatore che l’aveva condannato all’esilio. Ma non doveva prevalere la mancanza d’ira e di vendetta? Si sa, a volte le eccezioni confermano la regola. E poi tu predica bene e razzola male. Seneca venne invitato da Nerone a togliersi la vita. Lo fece tagliandosi le vene (“Dammi una lametta che mi taglio le vene”, confidò a un Rettore), e poi bevendo anche la cicuta come Socrate e infine immergendosi in una vasca d’acqua calda. Tu mi ordini di suicidarmi? E io mi suicido tre volte. Morì come uno stoico che sceglie solo la virtù e non la vita come bene insostituibile. Della vita si può fare a meno, anzi prima o poi si deve fare a meno. Vivere nell’apatia stoica e poi togliersela rappresenta anche un bel primato sulla sorte. Questa volta non svenne.

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