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Hume: io vi dimostro che non esisto…

10 Aprile 2011 1.809 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Viene descritto come un empirista integrale. Nel senso che voleva cercare anche la dimostrazione del sapore della mela. Che non sapesse di pesce, ma di mela, appunto. E se nessuno glielo spiegava razionalmente allora ne dubitava. Finì nello scetticismo più puro perchè, seguendo la sua ossessione del metodo sperimentale applicato a tutto, concluse che non c’era nulla di vero, nemmeno l’essere pensante di Cartesio. Nemmeno l’io, che era solo una supposizione. Nulla. Si chiese anche a cosa servisse mai la filosofia e si rispose affermando che serviva solo a perder del tempo. Si chiamava Hume ed era nato ad Edimburgo, in Scozia nel 1711, ove morì nel 1776. Naturalmente pensava che gli scozzesi fossero assai meglio degli inglesi e che i Tories fossero meglio degli Whigs. Era di centrodestra. Forse perché aveva già conosciuto Di Pietro. Ma che fossero esistenti entrambi i partiti, questo era anche per lui un mistero. Come provarlo? Si potrebbe convenire. Pensiamo all’onorevole Scilipoti. Che esista davvero è difficile provarlo. Può essere un’entità metafisica transitoriamente e responsabilmente spuntata come un fungo nel’inverno italiano del 2010 e poi destinato, sempre responsabilmente, a ritornare d’improvviso nel nulla a primavera. Hume scrisse il “Trattato sulla natura umana”, che poi rielaborò più tardi, quando si trovava  in Francia e pensava: “Adesso chissà cosa succede”. Neanche fosse “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci. Sperava nella censura, per poter diventare un caso e rispondere e farsi così un pò di pubblicità. Invece niente. Nessuno se lo filò e il libro passò quasi inosservato. Forse solo Kant se ne accorse e da quel libro il grande filosofo tedesco attinse molte delle sue riflessioni future. Diciamo la verità. Hume anticipa i tempi. Siamo nel pieno illuminismo e in Francia si prepara l’Enciclopedia di Diderot, più o meno coetaneo di Hume, mentre Voltaire, più vecchio di circa vent’anni, scrive sulla ragione. E lui Hume-Hume, che fa? Anticipa tutte le critiche alla ragione che poi vengono fatte proprie da Rousseau, che di Hume è più vecchio d’un solo anno e che fu anche per un breve periodo suo amico, ma più tardi anche da Schopenauer e da Nietszche. Che dire? Fece tutto lui, alzò la bandiera empirista e illuminista e poi l’ammainò. Come razionalista contestò efficacemente i dogmi delle religioni. Per lui i miracoli non erano davvero possibili perché nessuno poteva scientificamente provarli. Neanche Berlusconi o la regina d’Inghilterra. “Davvero Lazzaro si è alzato da morto all’invito di Cristo? E chi me lo prova scientificamente. Chi mi porta gli esami di Lazzaro da vivo e poi la certificazione autentica della sua morte? E chi mi porta le analisi di Lazzaro risorto, sicuri che non siano state falsificate?”. Boh…. Era un tipo allegro, il nostro, e pensò bene di scrivere anche la sua orazione funebre, cosa che è riservata solo alle persone di spirito che su tutto scherzano, anche sulla morte. Divenne tutore di un pazzo e poi segretario d’un generale. Ma per capire l’origine della teoria della conoscenza che trovò in Hume il suo più autorevole fautore prima di Kant, cioè l’indagine sull’intelletto umano e sul suo rapporto con la realtà esterna, bisogna risalire indietro nel tempo. Diciamo che se i primi filosofi si proponevano il problema dell’origine del mondo e magari anche dell’universo, se da Socrate in poi si posero la questione dell’uomo dal punto vista morale ed etico, con Platone e Aristotele anche politico, se a Roma la filosofia venne coniugata con i bisogni dello Stato, se con l’avvento della religione cattolica i filosofi erano tutti intenti ad approfondire le questioni delicatissime e misteriose della trinità, di Dio, della madonna, dall’avvento della scienza e del metodo sperimentale i pensatori si rivolsero ancora all’uomo, ma usando un metodo tutto nuovo, quello valso per spiegare le leggi della matematica, della fisica, dell’astronomia. Per questo andarono incontro a nuovi dubbi. Adottare il metodo scientifico nell’indagine sull’uomo si rivelerà un errore. E aprirà la strada a nuovi irrazionalismi. Hume si pone lì in mezzo. E continua ad insinuare il culto del dubbio. Chi sono i pazzi? Moderna teoria alla Jervis. Uno è pazzo solo perché è in minoranza. Dice che anziché un uomo si sente una cotoletta al limone? E allora è solo uno contro tutti. Chi dice che tutti abbiano ragione e lui sbagli? Col metodo sperimentale si arriva anche a conclusioni come questa. Il suo procedimento per arrivare allo scetticismo è complicato. Parte dalla distinzione tra impressioni e idee, come due tipi di percezione. Le idee possono essere semplici o complesse. Quelle semplici derivano da impressioni semplici. E ad ogni idea corrisponde un’impressione analoga. Quelle complesse non assomigliano invece alle impressioni. Se penso a un uomo con cinque gambe, ma anche a un fantasma, io non ho mai avuto una semplice impressione di questo tipo, perchè la mia esperienza non ha mai incontrato uomini siffatti e neanche fantasmi. Però le cinque gambe, magari due alla volta, le ho viste e anche un uomo e pure un uomo vestito di bianco e magari bendato che chiamano fantasma. Quindi ho avuto più immagini che insieme mi fanno quelle integrate e complesse. Se io penso all’opposizione in Italia in questo momento non ho ricavato questa idea complessa da una impressione reale, ma solo dal fatto che in Parlamento siedono alcuni partiti che dicono di essere all’apposizione e che si chiamano Udc, Pd, Idv, tallonati fuori da un certo Vendola e da un rottamatore. La rottamazione è un’idea complessa. Perché non si è mai visto degli uomini rottamati come le auto vecchie. Però pensare a Bersani, D’Alema e Veltroni che vengono portati come ferri vecchi in un cantiere e tagliati a fette e riproposti come impiegati di banca, operai dell’Italsider o anche come scrittori e poeti fa un certo effetto. Chiaro? Non pensava certamente a loro Hume che contribuì in modo decisivo alla bancarotta della ragionevolezza del XVIII secolo. Alla fine della sua ricerca egli arriva al punto di concludere che dall’esperienza e dalla osservazione nulla si possa apprendere. E sostiene con pacato distacco: “Se crediamo che il fuoco riscaldi e l’acqua rinfreschi è solo perchè ci costa troppa fatica pensare il contrario”. Così quando aveva sete si metteva a cercare il fuoco e per scaldarsi voleva acqua gelida. E solo per andare controcorrente voleva che qualcuno gli dimostrasse che stava sbagliando. E chi dice mai che fare l’amore è piacevole? E chi dice che l’impotenza sia invece più deprimente? Questo magari lo confessava a se stesso visto che dopo i sessant’anni qualche problema è anche giusto avercelo. Però Hume a forza di farsi domande senza risposta rimase zitto per sempre all’età di 65 anni. Però, Hume, ho un sospetto. Che anche di fronte al Padreterno non gli abbia chiesto prova della sua esistenza e non sia stato per questo rimandato indietro.

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