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Caro Darwin, deriviamo proprio tutti da Cita?

2 marzo 2012 1.166 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

L’avevo intuito quando, durante le scuole medie, m’imbattevo in certo Valeriani che parlava a denti stretti, con la fronte segnata dai capelli fino alle ciglia e il naso tozzo e schiacciato e che camminava caracollando un po’ ingobbito, quasi animalescamente. E mentre guardavo Tarzan in tivù e facevo il tifo per Cita, allora avevo anche afferrato che non c’era poi molta differenza tra un uomo e una scimmia, che a volte è anche più simpatica, come quella recentemente morta alla tenera età di ottant’anni. Lui, Charles Darwin, ci arrivò dopo studi e viaggi spesi intorno al mondo ad analizzare le specie più diversificate di uccelli, di piantine, di insetti, di fossili. Era nato a Shrewsbury nel 1809, figlio di un medico, Robert, e nipote di un altro medico, Erasmus, che aveva anche scritto un libro di zoologia. Poteva per questo assomigliare più al nonno che non al papà. Anche perché quest’ultimo, dopo che il ragazzo Charles aveva già mostrato la sua attitudine a studiare le specie animali e vegetali e stava per iniziare a riflettere sulla sua famosa teoria, voleva che si facesse prete. E lo spedì a Cambridge dove il figliolo continuò a collezionare fringuelli, coleotteri, insetti e piantine, senza mai vestire l’abito talare. Se fosse diventato prete non sarebbe diventato Darwin. Pensa te che lungimiranza questi genitori. E’ vero che all’università si era sentito male di brutto durante l’autopsia di un insetto, ma poi dovette abituarsi. E col fratellino si mise a fare esperimenti sugli insetti e sui volatili con sostanze chimiche. Lo chiamavano per questo “Gas” o “Charles il chimico” prima di Alì l’irakeno che al posto degli insetti gasava i curdi. La fonte delle sue scoperte resta il viaggio quinquennale sul Beagle del 1831-1836 in Sud America, a Capo verde, nelle isole Gapalagos, alle Falkland  (erano argentine o inglesi non si sa) e addirittura in Australia. Chissà, papà e mamma cosa gli avranno raccomandato: “Non partire Carletto, che rischi la vita, se incorni uno scoglio vicino a un’isola, dillo al tuo comandante di nave di non fare inchini e di stare alla lontana dalle moldave”. Poi assicuratisi che la nave non apparteneva alla flotta Costa crociere, lo lasciarono andare non senza averlo avvertito: “Ricordati dei Fringillidi”. Forse si trattava di un’eredità di nonno Erasmus, ma cosa fossero sti Fringillidi non gli era per niente chiaro. Però una volta che la nave raggiunse le isole Galapagos capì che così si chiamava una specie particolare di uccellini di 8-9 centimetri con il becco che variava da isola a isola. Charles cominciò a pensare che le variazioni della stessa specie traessero origine da un unico esemplare e che fossero diversamente originate. Lesse quel bel tomo di Malthus sulla popolazione mondiale che cresceva a un tasso superiore alla disponibilità alimentare limitata. E ne trasse il convincimento che nell’evoluzione della specie fosse presente una dura lotta per l’esistenza e che i più forti prevalessero sui più deboli. Il che francamente è tutto tranne che una novità. Diciamo, però, che la novità stava nell’applicazione del principio, che poi Nietszche farà suo sul piano morale, nella dimensione dell’evoluzione della specie animale. Charles approfondisce nei suoi scritti seguenti (è del 1859 “L’origine della specie per mezzo della selezione naturale”), tre livelli della sua teoria. Il primo è quello della riproduzione (che è sempre ad alto livello, evidentemente non conosceva gli attuali ritmi degli umani nell’Europa di oggi, e dunque in contrasto con la disponibilità dei mezzi di sussistenza), il secondo è quello della variazione (tra gli esseri della stessa specie con diversi caratteri frutto di fattori ereditati e di ambientamento successivo), il terzo è quello della selezione (la teoria che a vincere sono sempre i più forti, dunque). Più avanti elaborerà una diversa e aggiuntiva motivazione della selezione e cioè quella di origine sessuale. Le femmine e a volte i maschi (quell’ “a volte” presuppone che i maschi siano meno selettivi il che è almeno dubbio oggi) scelgono di riprodursi solo con alcuni e non con altri. Lui, ad esempio, Charles Darwin, scelse di riprodursi in dieci unità di figlio con certa Emma Wedgwood a partire dagli anni quaranta. E la selezione naturale gli portò via in tenera età tre esemplari. Gliene rimasero sette ed erano già una buona media. Nella sua “Origine dell’uomo” del 1871 trasse la sua eretica certezza che l’uomo e la scimmia avessero un antenato comune. La teoria dell’evoluzione di Darwin scosse il mondo e naturalmente fece piazza pulita di tutti i principi su cui si fondava la religione, almeno quella che implicava la credenza in un Dio creatore. Altro che Adamo ed Eva e che costola o mela o serpente o paradisi terrestri dei miei stivali, signori. Darwin apre un’altra strada. L’uomo che deriva dalla scimmia. Altro che l’anima che viene riservata all’uomo e negata agli animali, anche se consimili. L’uomo che viene creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Tutto sconvolto dunque. Anche se la stessa evoluzione deve avere un inizio e qui Darwin si ferma e in parte si contraddice quando egli stesso qua e là parla di creatore. Avanza anche l’ipotesi che la vita nel mondo abbia alcune centinaia di milioni di anni. Resta il fatto che, visto che aveva scoperto che l’uomo derivava da altro animale e non da Dio, la Chiesa avrebbe dovuto bruciarlo in piazza per la più grave delle eresie e non solo torturarlo come fece con Galilei, solo colpevole di avere sostenuto che era il mondo a girare su se stesso. Invece la chiesa anglicana non si mosse. Meno autoritaria di quella cattolica in un’Inghilterra molto più laica dell’Italia Darwin fu sopportato o ignorato. Prenderanno la parola in tanti dopo di lui sull’evoluzione della vita, sull’origine del mondo e dell’universo. E si arriverà alla tesi del Big bang che risponderà alle domande che da Talete in poi i filosofi si sono posti. E la teoria darwiniana sarà ancora al centro delle riflessioni, delle contestazioni e delle controversie, coi deterministi, coi metafisici, coi provvidenzialismi, che sosterranno l’esistenza di un disegno intelligente, ritenendo che Dio, se non ha creato fisicamente l’uomo, almeno ha creato il disegno della sua vita. Scrive proprio Rocco Buttiglione in un saggio sul darwinismo: “E’ la scoperta di Darwin in generale contraria al cristianesimo? Qualcuno sostiene di si perché la Bibbia dice che Dio creò il mondo con tutte le specie animali e vegetali in sei giorni e non in una lunghissima evoluzione che si stende per milioni e milioni di anni. E, soprattutto, la Bibbia non ci dice che l’uomo discende dalla scimmia”. Meraviglioso. La Bibbia non lo contempla. Il Buttiglione, implicitamente, sì.

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