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John Dewey e il Lib Lab

8 marzo 2012 7.136 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

John Dewey è americano. Nato, come gli europei Bergson e Husserl, nel 1859, vive da bambino la tragica guerra di secessione che dal 1861 al 1865 insanguina l’America e mentre ancora in corso è l’atroce carneficina degli indiani, ultima delle quali si consuma a Wounded Knee nel dicembre del 1890, quando John è già laureato in filosofia da sei anni. Il massacro di Sand Creek, a cui Fabrizio De Andrè dedicherà una stupenda canzone, era avvenuto nel 1864. Centinaia di migliaia di pellerossa trucidati, compresi donne e bambini, per occupare l’Ovest e bagnare di rosso l’avventuroso Mississipi. Anche Abramo Lincoln era stato assassinato, proprio nell’anno della vittoria del Nord sul Sud, e con lui molte speranze di democrazia e di progresso. La civiltà americana annaspava tra ambizioni, drammi e paure. E la filosofia di Dewey parte proprio da un’idea di realtà come prodotto dell’instabilità, dell’incertezza, del rischio, dell’oscurità. Altro che certezze positiviste alla Comte, altro che idealismo hegeliano che pure John aveva abbracciato in gioventù, quando in Vermont la luna non era ancora così chiara come ai tempi di Armstrong e Fitzgerald. Stimolato dall’evoluzionismo darwiniano, Dewey pensa a un mondo in continuo, incessante cambiamento. Che non si ferma mai e che dunque non può essere oggetto di riflessioni statiche e di flash fotografici. Una realtà cavalletta, che salta, che sussulta, quasi inafferrabile. La sua filosofia viene definita “strumentalismo”, una sorta di felice sintesi tra pragmatismo e illuminismo, ove la ragione è solo strumento di comprensione della realtà, essa stessa condizionata dall’ambiente che muta incessantemente. La filosofia, per questo, è spesso fallace e l’unica garanzia è l’atteggiamento della ricerca, che deve essere libero. Dewey ne fa discendere una rilevanza sociale fondamentale per l’istruzione, che deve fornire gli strumenti per la comprensione. Occorre, per alimentare una democrazia autentica, alfabetizzare le masse, fornirle competenze culturali e sociali, formare un pensiero indipendente (contro il valore del pensiero unico), predisporre l’individuo a una vocazione sociale. Qui la sua pedagogia mette in risalto la sua essenza liberale coniugandola con il carattere socialistico del suo insegnamento. L’individuo non può essere esaltato come tale, ma solo nel rapporto con gli altri e la sua filosofia diventa così progressista e liberale insieme. Potremmo anche definirla liberalsocialista. Nei suoi diversi viaggi (anche in estremo Oriente) Dewey ha la possibilità di visitare la Russia dopo la rivoluzione dell’ottobre del 1917 e studiarne i caratteri. Che c’entra il bolscevismo leninista con la libertà e il pluralismo? Dewey critica il marxismo su un punto fondamentale, e cioè la presunta inconciliabilità tra la funzione della classe operaia e quella del capitalismo. Non è vero che esista una legge naturale (come pensava Marx) tale per cui le due cose erano destinate ad entrare in un conflitto insanabile. Occorre invece che la proprietà privata sia coniugata con il bene pubblico. Qui egli non mette sotto la sua lente critica solo il capitalismo medioevale degli operai schiavi e delle donne e bambini sfruttati, ma anche il moderno taylorismo, perché l’operaio viene mantenuto senza cultura attraverso un lavoro ripetitivo e senza pensiero. La sua diventa critica radicale alla società americana e anche al mondo della filosofia. La stessa divisione della società, tra lavoro manuale e intellettuale, veniva concepita quasi in funzione dell’esaltazione dei contemplatori assoluti. Che certo non si macchiano le mani. Una sorta di privilegiati, una razza eletta, che si esercita in un platonico mondo delle idee. Possono pensare costoro, insomma, perché ne hanno il tempo. Quelli che invece lavorano a Pomigliano mica si possono permettere di fare i filosofi, no? Pensiamo a Bergson e al suo slancio vitale contrapposto alla vita di tutti i giorni. E’ un reazionario, per Dewey. All’età di settant’anni, mentre oggi si pretende il ritiro dalla vita politica, il nostro decise di dedicarsi più attivamente ad essa e formò anche un partito di stampo radicale (il terzo, oltre ai due tradizionali d’America). Ebbe meno fortuna di Adornato, Bordon e Ajala ai tempi di Alleanza democratica. Eppure le sue idee di solidarietà e di libertà saranno la base del New Deal roosveltiano. Si schierò contro lo stalinismo e fece parte della commissione Trotsky dopo l’omicidio del rivoluzionario russo avvenuto in Messico nel 1940, mentre già prima aveva preso posizione contro la condanna a morte degli anarchici Sacco e Vanzetti e richiesto il voto alle donne. Appoggiò poi l’entrata in guerra dell’America nel secondo conflitto mondiale contro il nazismo. Sempre in nome del suo liberalismo sociale. Una sorta di Lib-Lab ante litteram. Morirà nel 1950 a New York dove da decenni si era trasferito, immerso tra i meravigliosi fiati di “Moonlight serenade” eseguita da Glen Miller e delle insinuanti beguine di Cole Porter. Tra i suoi aforismi questo: “Ci vuole molta più umiltà nel successo che nella sconfitta”. Maurizio Costanzo lo avrebbe subito ingaggiato…

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