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Marco Biagi: chi lo ricorda come martire e chi non l’ha dimenticato come riformista

19 marzo 2012 1.832 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Dieci anni dopo il suo barbaro assassinio ad opera delle Bierre, in tanti hanno voluto ricordare Marco Biagi. C’è chi lo ha fatto, e sinceramente, per celebrare la vittima del terrorismo rosso, e chi invece lo ha fatto anche per ricordare il suo messaggio politico. Noi socialisti riformisti lo dobbiamo celebrare come vittima di un assurdo atto di sangue, ma anche come autore di un progetto di riforma del mercato del lavoro che avrebbe dovuto collocare l’Italia al passo dell’Europa. E’ evidente che chi ha anche duramente contestato Biagi, come il vertice della Cgil, non porta responsabiltà, neppure indiretta, sulla sua morte. Si può infatti dissentire da Biagi come oggi da Ichino o da qualsiasi esponente di governo, di associazione di categoria, di sindacato, del mondo giuslvavorista, che esprima posizioni di riforma del mercato del lavoro, senza essere per questo indicati come portatori, anche solo indiretti, di violenza. Eppure coloro che si sono occupati di questo sanno perfettamente che si tratta di materia ad alto rischio, dove la violenza si esercita con particolare intensità. Gli omicidi, prima di quello di Biagi, di Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona, il ferimento di Antonio Da Empoli e di Gino Giugni, sono lì a testimoniare che il terrorismo colpisce coloro che tentano di introdurre riforme al mercato del lavoro. Colpisce i riformisti e non i conservatori. Siano essi di destra o di sinistra. Biagi ha elaborato il suo libro bianco fondato sullo statuto dei lavori, ha compreso tra i primi che la difesa del lavoratore deve essere intesa come difesa dalla disoccupazione e non dal lavoro che svolge, che occorre introdurre amortizzatori sociali per coloro che il lavoro lo perdono o per coloro che devono passare da un lavoro a un altro e su questo il suo progetto non era stato completato. E oggi che il governo Monti ha ripreso la questione si esercitano in tanti (dalla Confindustria alla Cgil) per difendere posizioni conservatrici e in qualche misura anche ideologiche. Io penso che il Psi debba attestarsi sulle posizioni del Pse che ha lanciato la Flex security, che è la piattaforma politica del socialismo europeo. Accettando la sfida della flessibilità (oggi il lavoro non è quello di cinquant’anni fa e la possibilità di passare da un lavoro a un altro è assai alta, il problema è di evitare di passare da un lavoro alla disoccupazione e la possibilità di percepire un compenso anche quando non si lavora). Il Psi non può essere dalla parte di estremismi ideologici che si ispirano sempre alla logica del “giù le mani” Il conservatorismo delle mani è insopportabile. C’è chi le vuole sempre giù, dalla Costituzione, dall’articolo 18 (che va preservato nella sostanza, ma messo in discussione per gli aspetti che sono oggi superati), e ieri dalla scala mobile, dai missili a Comiso, prima ancora dal Vietnam, dalla Cambogia, molto meno dall’Ungheria e dalla Cecolsovacchia. Il conservator-manismo. Oggi è necessario il contrario. La sfida della crisi economica e finanziaria impone un riformismo a tutto campo il cui unico comun denominatore deve essere la difesa del livello di vita dei cittadini e in particolare di coloro che stanno peggio. Per un socialista questo dovrebbe essere perfino superfluo ricordarlo. Un riformista non può mai nutrirsi di veti ideologici, ma solo di impedimenti pratici. Non può usare la tattica (vedi Pomigliano e Mirafiori) del “tanto peggio tanto meglio”. Non può considerare una vittoria, ma una sconfitta, l’impedire un cambiamento bloccando la realtà all’assoluto immobilismo, quando l’immobolismo è la causa della precarietà e della crisi. Non si onora Marco Biagi rinnegandone il messaggio di innovatore sociale. Lo si onora con coerenza sposando il suo progetto.

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