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Socialista? Non basta la parola.

16 Aprile 2013 825 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Un aggettivo può essere usato in tanti modi. Vale naturalmente anche per quello di socialista. Lo dico per evitare di ingenerare equivoci. Socialista era lo stesso aggettivo che si usava per definire quello democratico e il sistema sovietico. Alla parola socialista hanno fatto riferimento i peggiori nazionalismi e le più pure utopie. Socialisti erano ad un tempo Turati, Prampolini, Matteotti, ma anche Bordiga, Togliatti, Gramsci, almeno prima del 1921. Intendevano la stessa cosa? Erano socialisti Nenni (che socialista lo è stato in due modi assai diversi), Saragat, Craxi, ma anche Basso, Morandi, Vecchietti. E prima di loro lo erano Gobetti col suo socialismo liberale e anche Serrati col suo socialismo comunista. Per non parlare di Mussolini e di Farinacci, che lo erano stati prima di diventare fascisti, e moltissimi tra i socialisti li seguirono nella nuova avventura che pensavano avesse qualcosa in comune con la vecchia fede. Dico questo perché il socialismo che noi abbiamo professato nel Psi é stato oggetto di tante revisioni che oggi non vanno dimenticate. Noi non siamo mai stati semplicemente socialisti. Siamo stati riformisti, molti di noi dalla nascita, il Psi almeno dal congresso di Palermo del 1981, poi, negli anni ottanta, abbiamo scelto il socialismo liberale, con la Conferenza di Rimini del 1982 e il rapporto tra merito e bisogno. Abbiamo sfidato tutti i massimalismi giudicandoli avversari. Da quello sindacale sul refererendum sulla scala mobile, a quello pacifista, con l’installazione dei missili a Comiso e con l’adesione all’intervento nel Golfo, a quello atlantista, con Sigonella e la condanna dei bombardamenti sulla Libia. Abbiamo praticato una politica laica, con le grandi battaglie sui diritti civili, ma non siamo mai scaduti nel laicismo integralista. Tanto che con Martelli e Formigoni abbiamo promosso il dialogo tra scuola pubblica e scuola privata. Siamo stati modernizzatori e antidogmatici. Oggi non basta la parola per risolvere i contrasti. E non sono affatto disposto a barattare le nostre ragioni con l’assunzione da parte di altri del nostro stesso aggettivo. Se Sel entra nel Partito socialista europeo è un fatto certamente positivo. Ma questo non cancella d’incanto le differenze. Vedo ad esempio che Vendola è contrario alla candidatura di Amato alla presidenza della Repubblica. Solo perché è stato socialista prima di lui? Forse perchè lo è stato in modo diverso. D’altronde anche in Europa non tutti i socialismi sono uguali. Blair, ad esempio, non è Hollande, e men che meno la Aubry. E non vale più segnare il vecchio comun denominatore della democrazia contrapposta a una dittatura che non c’è dal 1989. Oggi più che mai quel che deve distinguere, dunque, sono i programmi, non solo le parole. Sarebbe positivo che la sinistra Italiana tutta assumesse la nostra stessa qualifica. Ma questa non cancellarebbe d’incanto le nostre differenze. Lo dico perché sui temi economici e sociali, penso alla scelta di Ariaudo e della Fiom come interlocutore privilegiato, restano enormi distanze. Tanto che all’assunzione dell’identità socialista europea non fa da corollario la scelta di analogo nome in Italia e che la definizione di progressista è stata imposta a Bersani, al posto di quella di riformista, proprio da Sel. Se usassimo dunque come discriminante solo una parola dovremmo oggi fare un solo partito con Sel e magari con la sinistra del Pd antirenziana. Strano però perchè mentre Renzi dice di ispirarsi anche a Blair, costoro continuano a citare Berlinguer. Vedo che anche in quel che resta di noi esiste una certa confusione. Si oscilla tra il culto di una espressione fino alla sua riscoperta addirittura in chiave pre-craxiana. Come se il peccato degenerativo fosse stato proprio il nostro. Credo sarebbe un errore inchinarci a un feticcio. Aveva torto la vecchia pubblicità. No, non basta la parola.

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