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Siamo tutti americani?

11 giugno 2013 529 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ce l’ha fatta Veltroni a farci diventare americani. Manteniamo altre abitudini alimentari e un sistema sanitario più giusto, anche se dispendioso. Ma uno dei pregi della nostra democrazia, e cioè quella di essere tra le più partecipate, è stato anch’esso azzerato. Votiamo più o meno come loro. Come nel Kansas o in Arizona. Siamo diventati un popolo più maturo? Nossignori. Ci siamo ammalati del morbo più pericoloso: quello del rifiuto della democrazia. Che è appassita sotto i nostri occhi. E in parte si è liquefatta senza che le venissero praticate terapie e interventi chirurgici, anche radicali. Yes, wi came, recitava lo slogan veltroniano nel 2008, preso a prestito dall’aspirante alla Casa Bianca Barack Obama, anche se per Walter era riferito alla più modesta, ma utopistica, possibilità di battere Berlusconi. E così, dalla crisi economica e politica, che ha lanciato più di un segnale di allarme, siamo arrivati alla democrazia esercitata dalla minoranza. È la prima volta che accade in Italia. Alle recenti elezioni amministrative, infatti, ha votato il 48 per cento degli aventi diritto. Più che un partito politico ha vinto dunque la signora Astensione, una donna che si è prestata in questi anni ad accoppiarsi con molti partner, da Bossi a Grillo. Ma che adesso ha rifiutato tutti i connubi e ha scelto la solitudine, l’indifferenza. Il partito meno colpito, e che dunque ha stravinto le elezioni, è l’unica forza politica in campo, e cioè il Pd. Certo si tratta del partito che pareva più in crisi dopo le divisioni, le lacerazioni, gli odiati abbracci. Ma è pur vero che il Pd è l’unico partito che abbia un minino di organizzazione territoriale e di classe dirigente politica e amministrativa presentabile sul territorio. Il resto è nulla. Il Pdl è davvero sempre e solo Berlusconi e il suo pigro elettorato si mobilita esclusivamente per rilevanti campagne politiche, nella quali è in gioco il futuro del Paese. Per il resto preferisce il mare, i monti, il Milan. La Lega, dopo i fasti di Bossi, è ancora alle prese coi suoi lividi dovuti agli scandali, alle separazioni, alle lotte fratricide, e si arrende nel Nord alzando ovunque bandiera bianca. E Grillo subisce esattamente l’effetto Berlusconi moltiplicato. I suoi elettori hanno votato lui, non i suoi simili. Che sono poi tutt’altro che attendibili. I primi mesi di conoscenza del personale politico dei Cinque stelle è stato tutt’altro che entusiasmante. Accade così che il centro-sinistra si aggiudichi sedici ballottaggi su sedici, compreso Treviso, l’inespugnabile cittadella del leghismo duro, quello che ce l’ha coi terroni e mal sopporta i neri. Compresa Catania, dove trionfa un sindaco che si diceva rinnovatore venticinque anni fa, compresa Brescia, dove la destra era di casa, compresa Siena, dove al Pd sono state associate vicende bancarie non certo edificanti. E compresa Roma, naturalmente. Una sola annotazione sul voto nella capitale. Si dubitava dell’efficacia della candidatura della Bonino nel Lazio qualche anno orsono, per via della sua natura eccessivamente laica. Marino, in questi anni, é salito agli onori della cronaca per grandi battaglie laiche e in particolare per quella sul fine vita. Non hanno spostato una virgola. Anzi molti cattolici hanno preferito lui ad Alemanno, mentre il Vaticano, che qualche anno fa avrebbe aperto i suoi tentacoli per impedire che Roma venisse presa dagli infedeli, non ha mosso un dito. Se osserviamo bene il numero dei voti arriviamo alla conclusione che se un polo perde consensi questi non vanno mai all’altro polo, ma solo all’astensione. altro che bipolarismo civile ed europeo. Letta sostiene che il suo governo dopo il voto e più forte. Ha ragione. Solo il suo partito poteva indebolirlo. Ma ha vinto le elezioni. Grazie all’astensione? Ma che importa. Siamo tutti americani, vero Wolter?

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