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A proposito del volume appena uscito. Venerio Cattani, un socialista libero

28 giugno 2013 1.138 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Eravamo lontani parenti. Anche lui come me di Reggio Emilia, era stato giovanissimo dirigente della Federazione giovanile socialista. Un anziano socialista reggiano me lo ricordò, una volta, come un ragazzotto con le braghe corte che al congresso del 1946 ebbe la sfrontatezza di contestare apertamente, alzandosi dal pubblico di scatto, quell’Alberto Simonini che dei socialisti reggiani era leader fino alla scissione del gennaio del 1947 e che veniva considerato niente meno che l’erede naturale di Camillo Prampolini.Più tardi, c’è da giurarlo, Venerio saprà contestare se stesso e assolvere con formula piena il suo interlocutore. Nel 1947 Venerio divenne segretario dei giovani socialisti e il PSI era appena stato segnato dalla scissione di Saragat. Il Psi di Nenni, Basso e Morandi s’apprestava a varare il Fronte popolare coi comunisti, dopo la loro espulsione dal governo alla quale vollero uniformarsi i socialisti, e a divenire, dopo la breve parentesi relativamente autonomista della nuova maggioranza di Lombardi e Jacometti, che s’affermò al congresso di Genova del 1948 dopo la pesante sconfitta del fronte e soprattutto dei candidati socialisti, un partito a sovranità limitata. Nel bel volume curato da Alessandra Frontani su Venerio Cattani (Venerio Cattani. Esame di coscienza di un socialista democratico, Taranto 2013) non si prescinde, nell’approccio di quest’ultimo alla politica, dal contesto di guerra fredda nel quale avvenì. Il giovane Cattani lo rivela senza falsi pudori nell’intervista di Giampiero Mughini, pubblicata nella seconda parte del volume assieme a suoi discorsi e articoli vari. “Ero bassiano”, ammette Cattani. “Fu Basso a farmi nominare segretario della Federazione giovanile. Ero rigorosamnetle leninista”. Il Psi che uscì dal congresso di Firenze del 1949, nel quale venne consumata l’ultima epurazione politica con il distacco di Giuseppe Romita, si presentava come un partito assuefatto alle logiche e ai miti comunisti. Alla conferenza dei giovani socialisti che si svolse a Modena nel 1951, dove l’anno precedente la polizia aveva sparato sui manifestanti uccidendone sei, Morandi dichiarò che il marxismo-leninismo era la sola ideologia del partito. Poco prima Morandi aveva ereditato l’apparato che era stato, fino al 1948, assoluto monopolio di Lelio Basso. Ma Basso, dopo il 1948, era finito in disgrazia a causa della responsabilità a lui attribuita della sconfitta elettorale, ma in realtà per la sua minor assuefazione ai miti del leninismo e del filosovietismo. I giovani che erano stati bassiani divennero così tutti morandiani. Come Cattani, che venne chiamato a dirigere prima la Federazione del PSI di Ravenna e poi quella di Ferrara. I giovani funzionari del partito che venivano inviati in giro per l’Italia non erano pochi. Tra loro Raniero Panzieri, che era docente di filosofia del diritto, e fu inviato in Sicilia e dal 1951 al 1955 guidò il regionale siciliano, Giusto Tolloy, che divene capo indiscusso del PSI emiliano, mentre Dario Valori dal 1950 fu promosso a capo della Federazione giovanile socialista anche per allevare nuovi quadri da inviare in periferia. Tra i meriti di Morandi, assieme a una ortodossia che anche Nenni riteneva quasi religiosa (lo definì “un teologo”) per l’unità politica della classe operaia e per la difesa dell’Urss dal presunto attacco occidentale, vi era certamente quello di avere dotato il Partito socialista di una organizzazione efficiente. E qui sta forse la contraddizione più profonda della storia socialista del dopoguerra: da un lato quella di un partito subalterno, dotato tuttavia di una sua profonda e radicata autonomia organizzativa, dall’altro quella di un partito poi divenuto autonomo, ma tuttavia incapace di sviluppare una sua organizzazione. Questo, in età ove ancora non s’era affacciata l’egemonia della politica televisiva, equivaleva a una ragione o meno di esistenza politica. Il Psi, e si apre la vera stagione politica di Venerio, la sua più significativa, duratura, e perfino attuale, ragion politica, inizia nel 1956 la sua revisione, dopo il XX congresso del PCUS e le denunce dei crimini di Stalin, e soprattutto dopo l’invasione del cari armati sovietici in Ungheria. In molti rimasero sbalorditi, storditi, sopraffatti da quegli eventi che videro Togliatti alle prese con dissociazioni politiche di primo piano che interessarono però soprattutto il mondo intellettuale. Altri trovarono il motivo storico, che da qualche anno, almeno dalla cosiddetta politica di “apertura a sinistra” di Nenni del 1953 cercavano, per rompere con l’Urss e con lo stesso Pci. Al congresso di Venezia del febbraio del 1957 Venerio Cattani diventa protagonista, assieme a Guido Maazzali e a Cesarino Bensi, del primo tentativo di organizzazione di una corrente autonomista che faceva riferimento alle nuove idee di Pietro Nenni, lanciato verso l’unificazione con Saragat, col quale si era incontrato nell’estate dell’anno prima a Pralognan. Ma al suo primo disvelarsi l’organizzazione autonomista si mostrò disastrosa. Nenni prevalse sulla linea politica, ma poi, grazie al meccanismo delle preferenze, ingenuamente accordato su lista unica, in Comitato centrale prevalsero gli uomini della sinistra e Saragat volle mettere la “pietra tombale” sulla unificazione, pietra che rimuoverà solo dopo la sua elezione alla presidenza della Repubblica, che seguirà di pochi mesi la formazione del primo governo organico di centro-sinistra. Tra il 1956 e il 1963 Venerio Cattani è forse il dirigente socialista (nel 1958 verrà eletto per la prima volta deputato nel collegio di Bologna) che più si espone nella battaglia autonomista e nel dialogo con la Dc per il centro-sinistra. Viene considerato il socialista più moderno, quello più orientato a seguire il modello socialdemocratico senza riserve e timidezze, quello che più intende rompere con certezze archeologiche che ancora sopravvivevano nel partito. Nel suo mirabile intervento al congresso di Milano del 1961 egli delinea con lucidità il significato della divisione presente nel partito (la minoranza formerà, nel gennaio del 1964, il nuovo Psiup con finanziamenti sovietici) tra coloro che “erano rimasti fermi all’epoca delle rivendicazioni” e coloro che intendevano assumersi “responsabilità nella direzione del Paese”. E questo nel momento in cui l’alto livello di sviluppo economico italiano avrebbe dovuto essere orientato verso un orizzonte di maggiore armonia ed equità. Nasce in quei tempi la politica di pianificazione anche grazie alla creatività di uomini come Riccardo Lombardi, pianificazione che fu alla base dei primi programmi del centro-sinistra a proposito del quali Cattani esprime, nell’intervista rilasciata ad Antonio Landolfi e pubblicata nel volume curato alla Frontani, un giudizio lapidario. “Il centro-sinistra “, proclama Cattani “è stata l’unica cosa seria fatta dai socialisti dal 1892 al 1993”. Per capire Venerio, che nei governi di centro-sinistra sarà più volte sottosegretario, ma non ministro (“Ruppi con Nenni al congresso del partito del 1968”, mi confidò, “perché mi preferiva Giusto Tolloi, pensa te…”) bisogna capire il suo stile. Grande semplificatore, come tutti i più popolari uomini politici, quando parlava, generalmente a braccio e anche quando scriveva, con esemplare capacità di sintesi, prediligeva la chiarezza delle affermazioni, che spesso condiva con frasi ad effetto che potevano apparire semplificazioni eccessive. Lo faceva per farsi capire e anche da chi non possedeva gli strumenti per comprendere discorsi più sofisticati. Era in fondo lo stile del socialismo padano, o emiliano, quello che lui amava e che tutti i socialisti della sua terra amavano. Lo stile di Camillo Prampolini che doveva farsi intendere dagli analfabeti, e parlava con aggettivazioni elementari e che potevano apparire un po’ banali, anche se il vecchio socialista reggiano era profondamente dotato di cultura filosofica e umanistica. Su Prampolini il volume pubblica lo studio di Cattani posto all’interno della Storia del Parlamento. E vi sottilinea il carattere profetico e religioso del personaggio, ma anche le sue forti polemiche coi massimalisti e i comunisti, ad esempio quelle con l’Ordine nuovo di Antonio Gramsci, che nel 1920 rispose con parole di fuoco ai riformisti di Reggio Emilia scomunicandoli in nome del bolscevismo. In Cattani possiamo effettivamente riscontrare l’esistenza di tre dimensioni che possono anche essere suddivise temporalmente. Quella del giovane frontista, dell’infaticabile organizzatore ambulante dell’idea socialista, quella del vivace e combattente dirigente dell’autonomismo nenniano, propulsore della politica di centro-sinistra e dell’unificazione socialista, e poi, infine, quello dello scrittore e del giornalista di assoluto livello nazionale. Venerio, che naturalmente frequentai sopratutto nell’ultima fase della sua vita politica e durante la sua intensa attività di scrittore e giornalista, diciamo tra il 1972, anno in cui perse il seggio parlamentare, pur rimanendo con Bettino Craxi alla guida della corrente autonomista, fino alla morte, è stato uno dei miei oratori e scrittori preferiti. Raramente un suo discorso o un suo scritto erano deja vu. Affrontati sempre con puntigliosa originalità Venerio sapeva tenerti sulla corda. C’è nei suoi libri, quello su Arpinati e Nanni, i due compagni di sventura entrambi uccisi dai partigiani, anche se il primo era stato nemico di Mussolini e il secondo un socialista turatiano, quello su “Teodoro, re di Corsica”, che ho avuto l’onore di presentare a Reggio Emilia con lui e Franco Boiardi, qualcosa dei protagonisti che molto rispecchia il suo temperamento, una forte tensione eretica, una libertà spinta fino al confine dell’autolesionismo, il sottile piacere di remare contro corrente. Anche se condensati di lucida razionalità, sempre. E “Il signore del lago”, un altro romanzo storico, un’altra poetica raffigurazione di luoghi e personaggi questa volta di stampo rinascimentale, ci ripropone in fondo lui stesso alle prese con la sua vigorosa solitudine. Negli ultimi anni della sua vita, aveva collaborato con Il Giorno e altre testate giornalistiche, mi sentiva spesso. Ero diventato uno dei suoi pochi punti di riferimento per attingere qualche notizia politica, indiscrezioni a largo raggio, qualche indizio di rinascita di soggetti politici di stampo vagamente socialista. Mi invitò più volte a casa sua, assieme ad Antonio Landolfi, una casa dove regnava in tutta la sua potenza e capacità culinaria l’arte sopraffina dell’affettuosissima sua consorte Maria. Si parlava tra piatti romani ed emiliani, si ricordava e si rideva. Perché una delle prerogative di Venerio, è bene ricordarlo, era proprio quel sorriso largo che ti sventagliava davanti anche di fronte ai dilemmi politici di più difficile soluzione. Quella sua innata ironia che tutto sapeva sdrammatizzare. Anche in questo emiliano, molto.

 

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