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Bene Renzi sul lavoro, ma…

9 gennaio 2014 547 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Matteo Renzi ha innescato la quarta. Spero per lui che riesca a non deragliare. Sulla riforma elettorale si potrebbe dunque trovare un accordo e così pure sul mono cameralismo, che è riforma costituzionale. Suggerirei ai socialisti di attestarsi sul modello dei sindaci. Non è ben chiaro se la proposta contenga anche l’elezione diretta del premier, o sindaco d’Italia, come lo definì Mario Segni. Delle tre carte giocate da Renzi questa sembra la meno deflagrante. Se avessimo dovuto scegliere noi un modello avremmo optato per quello tedesco, proporzionale con sbarramento, che avrebbe riportato l’elettorato a votare in base alle singole identità e non alle collocazioni. Ma noi non siamo in condizione di decidere. Possiamo solo contribuire alle decisioni. E operare nel contesto determinato da altri. Ma è sul lavoro che la proposta di Renzi mi pare convincente. Non è stata spiegata con precisione dalla bella Maria Elena Boschi a Porta a Porta, una delle stelle nascenti del firmamento renziano, nata pochi mesi fa alla Leopolda. Credo che l’idea di fondo, che riprende quella di Ichino, sia di superare le divisioni dei diritti nel mondo del lavoro. Il contratto unico e l’unica protezione sociale ne sono una giusta premessa. Il rischio, relativo, investe tutti. Il contratto unico a tempo indeterminato presuppone un triennio generalizzato di sospensione di parte dell’articolo 18. E una protezione del disoccupato con formazione solo sospesa in caso di rifiuto di più d’una proposta di lavoro. Qui siamo nel cuore della proposta Ichino ripresa dal modello danese. Resta una sola obiezione sul costo della operazione. Quanto serve per un’operazione che dovrebbe portare a una copertura generalizzata dei licenziati? Anche Ichino non aveva chiarito bene la questione. Vedo che Renzi nel suo Piano del lavoro (preferisco usare questa definizione italiana al suo enfatico Job act) propone l’aumento ulteriore della tassazione delle rendite finanziarie, già portata al 20 per cento, mentre i titoli di Stato sono al 12,5 per cento. Aggiungiamo che l’Italia ha introdotto dieci mesi fa la tassazione sulla transazioni finanziarie o Tobin tax, che non pare stia producendo quel che ci si aspettava. E prendiamo anche atto che le risorse aggiuntive ricavate dall’aumento del gettito fiscale sulle rendite finanziarie dovrà essere riversato per abbassare le tasse al mondo del lavoro e delle imprese. Resta la domanda: come paghiamo il modello Renzi?

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