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Antonio Piccinini, martire socialista novant’anni dopo

1 Marzo 2014 13.675 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Si è svolta venerdì 28 febbraio, in occasione del novantesimo anniversario del suo omicidio, la commemorazione del martire socialista Antonio Piccinini. Mauro Del Bue, direttore dell’Avanti, ha detto tra l’altro nel suo intervento: “Piccinini era uomo buono, dolce, non certo un rivoluzionario pericoloso, come l’aveva definito la questura del regime. Così lo ricorda un vecchio riformista come Francesco Bellentani nel suo intervento al convegno su “Prampolini e il socialismo riformista” che si svolse a Reggio Emilia nel 1978. Certo Piccinini era un dirigente massimalista e nel febbraio del 1924, quando venne brutalmente assassinato, esistevano tre partiti provenienti dal solo Psi. Nel 1921 si era staccato il Pcdi, dopo il rifiuto di Serrati di espellere, come voleva Mosca, i riformisti. Nell’ottobre del 1922 Serrati cambiò idea e cacciò Turati, Prampolini e Matteotti che fondarono il Psu. Poi, nel 1923, Serrati si distaccò dal Psi coi suoi terzinternazionalistie nel 1924 aderì alla lista e al Partito comunista. Così Piccinini fu candidato alle elezioni del 6 aprile del 1924 dal Psi massimalista che a Reggio rappresentava una esile minoranza. Venne ucciso nella sera del giovedì grasso del 28 febbraio, prelevato in casa sua da una banda di sicari fascisti,bastonato e martoriato lungo i binari della ferrovia. Piccinini era stato anche protagonista, col futuro leader socialdemocratico Alberto Simonini, che era allora massimalista e rivoluzionario, della messa in minoranza di Camillo Prampolini e dei riformisti nel congresso del giugno del 1919. Piccinini, dopo il congresso vinto di misura, divenne anche segretario della federazione, anche grazie all’intervento di Nicola Bombacci che venne a Reggio a sostenere la posizione massimalista. Ma durò poco. Nel gennaio del 1920 i riformisti tornarono alla guida del Psi in un congresso provinciale straordinario, anche grazie a un forte intervento di Amilcare Storchi che ebbe a sostenere “Forse in Italia c’è chi sa dire meglio di noi, ma non chi sa fare meglio di noi”. Si riferiva alla capacità dei socialisti riformisti di costruire elementi di socialismo nella terra reggiana, grazie alla cooperazione, al sindacato, alle municipalizzazioni e alle politiche di educazione e di assistenza promosse dai comuni. Piccinini venne candidato contro la sua volontà dalla direzione nazionale del Psi e alla fine venne eletto deputato post mortem. Al suo posto subentrò il segretario nazionale del partito Bacci, che il martire reggiano aveva sopravanzato nelle preferenze nel collegio di Reggio, Modena, Parma e Piacenza. Le elezioni furono costellate di violenze, di aggressioni,di intimidazioni che Giacomo Matteotti vorrà ricordare nel suo famoso discorso di denuncia all’apertura della nuova Camera. I fascisti stravinsero sopravanzando il 60 per cento, e non ebbero bisogno di usare i meccanismi della nuova legge Acerbo che assicurava i due terzi dei seggi al primo partito se avesse superato solo il 25 per cento. Oggi siamo leggermente più democratici con la proposta di legge elettorale BR (Berlusconi-Renzi). Senza potere dunque dare eccessiva valenza al voto, ugualmente ricordo che il primo partito dei tre che derivavano dal Psi fu il Psu riformista che conseguì il 5,9%,leggermente inferiore fu il risultato del Psi col 5% e molto inferiore, il 3,7%,quello dei comunisti. A Reggio il Psu si presentò alle elezioni e stavolta, contrariamente alle elezioni del 1921 e a quelle del Comune di Reggio del 1922,i prampoliniani non diedero l’indicazione dell’astensione. Si presentò anche Prampolini che venne eletto. Nella provincia il Psu ottenne oltre il 15,52% dei voti, il Psi solo il 2,26% e il Pdci 1,91%. Questo testimoniava la perdurante forza dei riformisti e la debolezza dei massimalisti e soprattutto dei comunisti.Quasi impercettibile risultò l’adesione al Pdci del gruppo dei terzinternazionalisti che a Reggio era capeggiato dal futuro sindaco di Reggio Cesare Campioli. Per il delitto di Piccinini si svolsero due processi, uno nel  1925 e l’altro nel dopoguerra. Nel  primo i quattro imputati, i due fratelli Bonilauri, Calvi e Notari, vennero clamorosamente assolti, nell’altro venne ritenuto colpevole il solo Calvi che però era mortoin guerra e gli altri tre furono assolti per insufficienza di prove. La brutalità dell’omicidio viene descritta nei particolari da Giorgio Boccolari nel suo libro. Piccinini venne prelevato a casa sua e convinto ad uscire col pretesto di una riunione di partito, ma la tessera esibita per convincere Piccinini era quella di Rodolfo Magnani, l’ex prete che si era spretato per aderire al socialismo evangelico e riformista di Prampolini. La tessera di Magnani, che gli era stata trafugata, era quella del Psu e Piccinini aderiva al Psi. Dunque egli capì subito che si trattava di un tranello. Volle ugualmente evitare di creare problemi alla sua famiglia e uscì di casa coi suoi aguzzini che lo portarono vicino alla ferrovia, lo bastonarono, lo trafissero di colpi d’arma da fuoco e poi fecero strazio del suo corpo. Il martire socialista sarà poi, oltre che ricordato da Giacomo Matteotti nel suo celebre discorso alla Camera, commemorato da Pietro Nenni nel febbraio del 1946, e dinnanzi alla sua abitazione di viale Trento e Trieste venne eretto un cippo a ricordo di una figura socialista che in tutta Italia ha saputo testimoniare la cruda evidenza della violenza e della sopraffazione politica, che un regime appena nato ha voluto seminare in Italia contro i suoi oppositori.

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