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Sei domande sulla riforma del Senato

1 aprile 2014 715 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La cosa che mi lascia davvero perplesso è quel continuare a parlare ed agire per titoli, per slogan, via twitter e sms. Partiamo dal presupposto che è giusto trasformare il Senato e quanto mai opportuno superare il bicameralismo perfetto, cioè ripetitivo, esistente in Italia. E, aggiungo, che è sconsolante assistere ancora al solito balletto dei soliti noti che agitano pericoli di golpe solo perché si traccia un percorso di riforma Però è altrettanto assurdo evitare di entrare nel merito delle proposte, affermare che i sondaggi, ancora loro (ma su cosa vengono effettuati a proposito del Senato e chi conosce il disegno di legge del governo?) danno una larga maggioranza a Renzi e al suo progetto, che dopo trent’anni si è approvata una riforma storica, quando non si è approvato un bel nulla, perché il meccanismo dell’approvazione di una legge di revisione costituzionale è lungo e complesso, e altre amenità simili. Si può per favore entrare nel merito?

Prima domanda. Il percorso scelto è quello più idoneo? Su una materia di riforma istituzionale e costituzionale doveva essere il governo a intervenire con un disegno di legge? Non è mai stato così. La materia istituzionale, elettorale, costituzionale è sempre stata ritenuta di stretta competenza parlamentare. Si sostiene che così facendo non si è mai approdati a nulla. Dunque si è scelta una strada nuova, quella di partire dall’esecutivo. Ma non si era affermato che le regole del gioco si devono scrivere insieme e non a colpi di maggioranza? E non si era concluso, su questa materia, anche sul Senato, un accordo col più grande partito di opposizione?
Si è dunque cambiata impostazione?

Seconda domanda. Com’è noto, trattandosi di revisione costituzionale, si deve utilizzare l’articolo 138 della Costituzione. Cioè per l’approvazione del testo é necessaria la maggioranza dei due terzi sia al Senato sia alla Camera, altrimenti è obbligatorio un referendum confermativo. I tempi non sono sono brevi. La materia sarà dunque oggetto, per ottenere una siffata maggiorana, di ampio confronto e delle necessarie opportune modifiche. Perché questo assurdo, inconsueto, e anche irrispettoso appello alla obbedienza, addirittura rivolto al presidente del Senato?

Terza domanda. Le attribuzioni di competenza del nuovo Senato non sono di poco conto. Altro che eliminazione del Senato, che rimarrà tale anche nel nome. Gli si attribuiscono il potere di approvare le revisioni in materia istituzionale e costituzionale, di concorrere alla elezione del presidente della Repubblica, di eleggere parte del Csm e della Corte, la possibilità di entrare nel merito delle leggi approvate dalla Camera. Roba da esperti di diritto pubblico. Invece i membri del nuovo Senato saranno scelti tra i sindaci e i consiglieri regionali, più 21 senatori a vita e una quota ristretta di nomina del presidente della Repubblica. Con le nuove attribuzioni cosa c’entra il sistema delle autonomie locali?

Quarta domanda. Il nuovo Senato cosiddetto delle autonomie non sarebbe eletto, ma nominato. Bene. Siamo su questo coerenti. Dopo avere eliminato, non ancora per la verità, i Consigli provinciali, dopo avere prospettato una Camera di nominati e non di eletti, anche il Senato non verrà scelto dai cittadini, nemmeno in una sua quota, come proposto dal presidente Grasso. Aggiungiamoci i listini regionali bloccati e il fatto che gli assessori comunali e regionali sono anch’essi nominati e incompatibili con gli enti elettivi e mi chiedo se non esista anche una questione democratica. Non intendo qui accostarmi al grido di coloro che parlano di golpe. Però che si tolgano sempre di più poteri ai cittadini questo è innegabile.

Quinta domanda. Si dice che il risparmio, se sommato all’abolizione delle province, sarà notevole. Si parla di un miliardo e più di euro. Francamente non capisco quale sia il conto. Non si eliminano le Province e il Senato come aziende, ma come rappresentanze politiche. Quel che si risparmia sono solo i compensi degli assessori, i gettoni dei consiglieri e gli stipendi dei senatori. Oddio, su quest’ultimo punto sarebbe anche bene ragionare. I sindaci e i consiglieri regionali che arriveranno a Roma avranno pure il rimborso dei viaggi, degli alberghi, dei ristoranti. Chi li pagherà? Le regioni, i comuni. Cioè sempre lo Stato. Si sono calcolati anche questi?

Sesta domanda. Si è deciso di confinare l’inizio del dibattito e dell’approvazione della legge elettorale a dopo l’approvazione in prima lettura del ddl sul Senato. Berlusconi, su questo, ha già manifestato la sua preoccupazione e anche la contrarietà del suo partito. Perché questa sovrapposizione? Che si sia capito che senza la trasformazione del Senato la nuova legge elettorale della Camera non ha alcuna efficacia è anche positivo. Ma allora perché approvarla alla Camera? Cos’è questo balletto di finte approvazioni di leggi. Metà legge elettorale, metà legge sul Senato. Che non sia solo tutto ciò funzionale alla politica degli annunci più che alla politica delle cose?

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