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40,8%

15 giugno 2014 867 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Si tratta di un numero mostrato come un trofeo di vittoria. Il 40,8 per cento ottenuto dal Pd di Renzi, che campeggiava sul palco dell’Assemblea nazionale, è la percentuale più alta ottenuta da un partito di sinistra in Italia. Si può obiettare che il Pd non è esattamente un partito di sinistra, ma di centro-sinistra, che è ormai rimasto solo (Sel ha raggiunto e male pena il 4 per cento in una lista che comprendeva anche altri partiti), che il centro non esiste più e il confine del Pd lambisce ormai la destra. Tutto vero. Però il numero è impressionante, soprattuto se paragonato alla percentuale ottenuta solo l’anno scorso, con un aumento addirittura del 15 per cento. D’accordo sulla minore percentuale di votanti. Anche in termini assoluti, però, l’aumento è vertiginoso, con oltre due milioni e mezzo di elettori in più.

Merito di Renzi. Ma lo stesso Renzi ha fotografato bene il significato del successo. Si tratta di un investimento di fiducia. Ora bisogna fare quel che la gente attende, altrimenti così, come sono stati conquistati, quei voti si perdono. Perfetto. Non credo che il popolo italiano abbia messo nel suo cantiere dei desideri al primo posto la riforma del Senato. In prima fila ci sono i temi economici, il lavoro su tutto. E su questo argomento ancora non si può certo cantare vittoria. Gli ultimi dati sono assai preoccupanti. Con un segno meno sul Pil nel primo trimestre e una disoccupazione giovanile balzata addirittura al 46 per cento. Tuttavia oggi pare che per Renzi il bisogno più impellente sia di fare approvare la sua riforma del Senato.

Non la riforma del Senato, ma la sua, o meglio quella che pare avere concordato con Berlusconi, anche se su questo punto l’interlocutore privilegiato pare oggi dare un’altra versione. Dunque una riforma che non solo preveda un Senato senza il voto di fiducia e sulle leggi più importanti, che sia senza senatori stipendiati, ma che non sia eletto direttamente. Su quest’ultimo punto in particolare sono emersi dissensi all’interno del gruppo parlamentare del Pd e la proposta di legge Chiti ne è la testimonianza. Così si è giunti alla sostituzione in Commissione di Chiti, poi di Mauro, su mandato di Renzi, e di Mineo. La giustificazione offerta quest’oggi da Renzi è la seguente: se esistono casi di coscienza si manifestìno in Aula, in Commissione no, perché si rischia di mettere sotto la maggioranza. I casi di coscienza sarebbero ammessi cioè solo nelle situazioni in cui la coscienza non disturba la maggioranza. Una coscienza, dunque, limitata al 49 per cento.

I casi sono due. O Renzi ha già l’accordo con Berlusconi che oggi pare avere spostato la sua attenzione sull’elezione diretta del presidente della Repubblica, oppure quel che oggi egli non vuole concedere ai suoi dissidenti, e cioè la mediazione, deve concederlo domani alla sua opposizione parlamentare. Vedremo. Siccome è giusto che la legge sulla riforma del Senato venga approvata, mi preoccupa questo doppio forno renziano. Intransigente coi suoi, disponibile cogli altri. Vuoi davvero che Berlusconi voglia approvare una riforma del Senato con quattordici dissidenti del Pd che si sono autosospesi dal loro gruppo e che hanno aperto una ferita proprio nel 40,8 per cento avversario? Anche questa sarebbe una novità. E Renzi ci ha ormai abituato ai colpi di scena.

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