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Pirata assassinato?

2 Agosto 2014 849 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Sono stato, come molti italiani, un grande, appassionato tifoso di Marco Pantani, il pirata. Quando sulle impervie salite del Tourmalet, e poi verso Le deux alpes, si inerpicò da solo prima togliendosi la bandana sotto la pioggia e poi cavalcando la bici nel giorno del suo magico trionfo in giallo, umiliando Ulrich come al Giro aveva umiliato Tonkov, sono stato preso da un’emozione forse più forte di quella del trionfo ai mondiali di calcio del 1982. La notte della sua morte ho appreso la notizia dalla radio, stava parlando Gimondi in lacrime. Sono rimasto per ore stordito. Dunque seguo con un misto di curiosità e di apprensione le novità che fuoriescono dalla Procura di Rimini in queste ore.

Con una decisione a sorpresa si sono riaperte le indagini che sembravano chiuse a chiave e che portavano senza ragionevoli dubbi ad accertare che la causa di decesso fosse una overdose da cocaina, opera dalla vittima stessa. Oggi l’ipotesi che si va accertando è un’altra. E cioè quella dell’omicidio volontario. Si parla di ferite in tutto il corpo che sono state procurate da altri, si punta il dito sulla superficialità dei primi accertamenti, sulla sospetta velocità, solo 55 giorni, in cui il caso è stato chiuso. Si accusano gli inquirenti di avere indagato a senso unico. Questo a dieci anni dalla morte. Per dieci lunghi anni solo mamma Pantani ha pensato all’omicidio.

Se Pantani non è morto per overdose, o meglio se si è trattato di omicidio (l’ipotesi sarebbe quella di un paio di malfattori, probabilmente spacciatori, che hanno costretto Marco a bere cocaina sciolta nell’acqua, dopo una lotta con pugni e calci, che avrebbe lasciato segni in tutta la camera dell’hotel di Rimini dove Pantani era alloggiato) lo sapremo presto. Almeno questo è quel che ci auguriamo. Il ciclismo non ha bisogno di altre ferite, di altre bugie, di altre ipocrisie.

Per troppo tempo ci si è trincerati nel piu colpevole dei silenzi. Mentre Pantani era stato sorpreso a Madonna di Campiglio con l’ematocrito oltre i cinquanta, Armstrong si apprestava a vincere il suo secondo Tour da dopato. Nessuno che abbia vinto Giri e Tour in quegli anni faceva a meno dell’epo, anche se poi controllava l’ematocrito e magari con qualche flebo lo portava sotto la soglia ritenuta illegale. Ulrich, Riis, Di Luca, Basso, Virenque, e da ultimo Armstrong, insomma i campioni di quel periodo sono poi stati fermati, tutti in ritardo rispetto alle loro vittorie. L’elenco, da ultimo, si è accresciuto anche del prestigioso nome di Contador.

Non oso pensare che oggi sia ancora così. Non sono sicuro che il fenomeno doping sia stato debellato. Ma certamente i corridori, tutti i corridori, sapevano, i direttori e i medici sportivi sapevano, i giornalisti erano tenuti a sapere o quanto meno a dedurre. Invece le bocche sono rimaste chiuse, saldate per anni. L’unica cosa certa è che un campione, il nostro campione, è l’unico che ha pagato con la vita. L’hanno colpito, unico caso, mentre era sulla via del più entusiasmante trionfo. Forse aveva vinto troppo in quel Giro. Forse aveva umiliato altri. Gli hanno teso un’agguato e lo hanno trovato in dolo. Lui solo, scandalizzando anche quelli che poi daranno a loro volta scandalo. Ha scelto il silenzio e la solitudine, poi si è rifugiato in un nuovo mondo. Dove magari credeva di essere ancora il pirata sul Tourmalet. Se l’hanno ammazzato come uomo dopo averlo ammazzato come campione abbiamo il diritto di saperlo.

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