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Da Brodolini a Ichino

18 agosto 2014 510 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Meno male che c’era un socialista come Brodolini al ministero del lavoro in un governo di centro sinistra. Un ministro che pensava ai lavoratori e ai loro diritti. Nacque così, in un’Italia dove esplodeva l’autunno caldo e si rivendicavano nuovi spazi di democrazia nelle grandi fabbriche, lo statuto dei diritti dei lavoratori. Apprezzato dalla triplice sindacale, la legge che lo istituì venne approvata quando Giacomo Brodolini era già morto, nel 1970. E, strano a dirsi, mentre Dc, Psi, Psdi e Pri votarono a favore il Pci si astenne con la motivazione tipica di un partito di opposizione. E cioè che il provvedimento era poca cosa. Che bisognava fare di più. Che andavano tutelati anche i lavoratori delle aziende sotto i quindici dipendenti con identiche norme.

Da allora sono trascorsi quarantaquattro anni. Il lavoro è cambiato. L’economia è cambiata. Le emergenze sono diventate altre. La prima e più clamorosa è quella delle disoccupazione, soprattuto giovanile e soprattuto al Sud. La seconda è quella della molteplicità dei contratti a termine, alcuni a rischio di precarizzazione. La struttura economica è diventata ancora più articolata e parcellizzata. Allora si pensava alla Fiat, oggi al sistema Nord-Est. Allora al centro c’era Italia e il capitalismo occidentale, oggi al centro c’è l’Europa coi suoi vincoli e la sfida è con l’Asia.

Come per la Costituzione, anche per qualsiasi altro testo occorrono aggiornamenti. Ho personalmente lottato fin da ragazzo contro i dogmi. Dovevo riuscire a capire con la ragione non con la fede. E oggi capisco che occorra riscrivere un testo di tutela dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, perché una parte, circa la metà, essendo assunta non a tempo determinato, diritti e tutele non ne ha, di qui la duplicità dei diritti e dunque la palese ingiustizia di una tutela parziale. Il tutto in una situazione dove il primo diritto, sancito dall’articolo uno della Costituzione, quello al lavoro, è clamorosamente disatteso.

Personalmente non sono mai stato un fanatico dei professori. Mi piaceva contestarli già al tempo del Liceo. Però devo ammettere che gli studi e le proposte che sulla materia sono pervenuti da Pietro Ichino, mi paiono utili e convincenti. Si parte appunto da un presupposto. E cioè che i lavoratori sono tutti uguali e tutti devono essere trattati allo stesso modo. Dunque un contratto unico, con tutele che crescono mano a mano che il lavoratore procede nel suo incarico. La tutela viene concepita non per quel lavoro, ma per un lavoro. Dunque nei casi di crisi e di eccezionale bisogno dell’azienda, il lavoratore può perdere il lavoro, ma viene ugualmente tutelato dall’azienda e dallo stato con un compenso sostanzioso che prelude all’obbligo di frequentazione di corsi di formazione e di reintegro nella produzione. Quello che del modello Ichino mi lascia tuttora perplesso è il costo, dunque la sostenibilità di tutta l’operazione, da parte dello stato.

Ho cercato, semplificandolo, di sintetizzare il modello Ichino, che non è un nuovo totem. E che naturalmente può essere corretto. L’idea moderna che mi pare più si adatti ai bisogni di oggi è proprio quella di pensare all’occupazione, non alla difesa di una determinata occupazione. Che significa flessibilità. Dunque flex security, flessibilità nella sicurezza. Slogan dei socialisti europei. Questa linea credo che trovi sostanzialmente concorde il governo. Ma personalmente penso dovrebbe essere patrocinata dal nostro partito, che con Brodolini volle dare una giusta risposta tra la fine degli anni sessanta e l’inizio del settanta al mondo del lavoro, e che oggi intende dare una nuova risposta che faciliti il lavoro per chi non ce l’ha e che tuteli i lavoratori allo stesso modo.

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