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Se ventitré miliardi ci sembran pochi…

14 ottobre 2014 676 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Dunque si annuncia una manovra da 23 miliardi nella legge di stabilità. Una volta si chiamava finanziaria. In Italia cambiano i nomi e non le cose. Le cifre sono chiare. Servono dieci miliardi, per confermare gli ottanta euro, gli altri per gli ammortizzatori sociali promessi e per tagliare il costo delle imprese e del lavoro. Undici miliardi e mezzo si pensa di ricavarli portando il rapporto deficit-Pil dal 2,2 al 2,9, altri dieci, undici miliardi sono risparmi ottenuti dal taglio di spesa pubblica, distribuita tra ministeri, regioni ed enti locali. Diciamo che l’aumento del deficit e il rinvio del pareggio di bilancio hanno messo in allarme Bruxelles. Per questo pare sia stata messa una clausola di salvaguardia nel caso non si raggiunga nel 2017 il pareggio di bilancio, relativa ad aumenti dell’Iva e di imposte indirette pari a 12,4 miliardi. Tocchiamo ferro.

Ci sono tre punti che mi auguro possano essere adeguatamente approfonditi. Il primo è quello relativo alla spending review di Cottarelli. Dove è finita? È stata abrogata? È stata inserita sciogliendola tra ministeri, regioni ed enti locali? Ma se ogni ministero decide cosa tagliare e così sarà per regioni ed enti locali, a cosa è servito Cottarelli? La seconda riguarda il peso che ricadrà ancora sui Comuni (prendiamo atto che la cosiddetta abolizione delle Province, cioè degli organi democratici delle Province, ha prodotto un risparmio di poche centinaia di milioni). Con l’aria che tira, e lo dico con cognizione di causa perché fino a tre mesi fa sono stato amministratore locale, i comuni non hanno molti soldi da tagliare. Certo si potrebbe risparmiare qualcosa nei servizi (io ho privatizzato le piscine producendo un taglio di spese di circa un milione di euro annuo), poi ci sono le municipalizzate, che però vanno attentamente vagliate. Eviterei di tagliare quelle che danno utili e che permettono finanziamenti di prestazioni comunali. La terza riguarda la manovra fiscale. È troppo debole, troppo poco coraggiosa.

Se vogliamo stimolare la crescita serve un taglio più netto dell’Irap, la tassa sulla produzione, e del costo del lavoro, cioè sul cosiddetto fiscaldrag. Se facciamo due conti, tolti i dieci miliardi per gli ottanta euro, tolto il miliardo e mezzo promesso per gli ammortizzatori sociali nel jobs act, restano due soldi. Davvero pensiamo di offrire una nuova opportunità alla crescita se non detassatiamo corposamente le tasse sulle imprese e il lavoro? Se servono, secondo tutti gli economisti, dai venti ai tenta miliardi e noi ne mettiamo a disposizione solo 4 o 5, che risultati pensiamo di ottenere? Vedremo, il tempo del confronto è aperto, più con Bruxelles che con il Parlamento, da quel che si capisce. Il meeting europeo di Milano è stato utile per la credibilità del governo italiano. Era opportuno che Renzi si presentasse con il jobs act approvato dal Senato. Lui poi è bravissimo a trasformare l’inizio di una approvazione in una definitiva. Sullo sfondo resta la questione del TFR. Anticiparlo o no? Se lo anticipi danneggi le imprese. A meno che le banche non lo finanzino. Potenzialmente, ma si tratta di un evento volontario, l’operazione viene stimata in 11 miliardi di euro. Le banche nicchiano, chiedono ulteriori garanzie. Ma se dobbiamo litigare con le banche non si poteva scegliere un argomento migliore?

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