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Venticinque anni dopo. Perché in Italia il muro cadde all’incontrario

16 Novembre 2014 1.813 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Nel novembre del 1989 cadde, col muro di Berlino, il comunismo europeo. Due anni dopo si sgretolò definitivamente l’Unione sovietica. Cambiò il mondo proprio in occasione del duecentesimo anniversario delle rivoluzione francese che aveva proclamato i principi della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità. In Italia la fine del comunismo non riguardava solo il Pci, come in molti pensavano allora. Il Pci fu il primo partito a trasformarsi, cambiando il nome, indicendo due congressi per trovarne un altro, proclamandosi per un anno solo come una “cosa”, chiedendo l’iscrizione all’Internazionale socialista. Il Psi rimase inspiegabilmente fermo. Convinto della sua ragione storica e attendendo i nuovi compagni nell’alveo di una futura unità socialista, prevista solo come prospettiva d’avvenire e non come politica da prospettare per l’immediato. Tanto che continuò a governare con Andreotti.

Anziché vivere quegli avvenimenti con gioia e con soddisfazione perché aprivano la nostra prospettiva, quella di una alternativa socialista e democratica della sinistra italiana, Craxi li visse con preoccupazione. Veniva in effetti meno la tradizionale funzione del Psi, quella di partito che godeva di una rendita di posizione, ma si doveva aprirne un’altra, quella di partito che si lanciava, dopo la fine del comunismo, nella riunificazione della sinistra socialista italiana. Non era facile. Occhetto e la maggioranza dell’ex Pci temevano l’unità con Craxi e il Psi. Avevano paura di essere egemonizzati. Si usò proprio quel termine, assurdo per un partito che era più grande di quello dal quale temeva di subire l’egemonia, ma appropriato perché l’unità sarebbe avvenuta sulle tradizionali posizioni del più piccolo. In fondo la passività di Craxi fini per agevolarli. Si poteva procedere anche senza di noi.

Non si capì quel che era chiaro. La fine del Pci si portava dietro la fine di un intero sistema politico, caratterizzato dalla presenza del più forte partito comunista europeo. Tutto il sistema era vissuto di questo. La pesantezza economica del Pci si era trasferita di fatto anche sugli altri. Anche il Psi e la Dc disponevano di apparati, di immobili, di giornali. E il finanziamento del sistema era irregolare e illegale. Tutti lo sapevamo. Arrivavano i rubli da Mosca e i dollari da Washington. Per i partiti intermedi, Psi compreso, serviva solo un corposo finanziamento interno. Alla fine del comunismo si sommò dunque la fine di un sistema che non aveva più giustificazioni ideali, né protezioni internazionali. E quella svolta incroció una crisi fiscale, soprattutto al nord, che determinò quel che intelligentemente Luciano Cafagna definì “La grande slavina”.

Il sistema politico italiano si avviò così a un’esplosione originata dagli avvenimenti internazionali, dalla loro particolare ricaduta interna e dalle nuove difficoltà dei ceti produttivi, chiamati a nuovi sacrifici, ignoti negli anni ottanta e dovuti all’incremento del debito. Il primo avviso ai naviganti fu il trionfo della Lega alle elezioni del 1990 in tutto il Nord. Votavano Lega elettori che non dovevano più turarsi il naso ed erano stanchi dei vecchi partiti. L’obiettivo divenne “Roma ladrona”. Il Psi ottenne un buon risultato alle regionali del 1990 superando il 15,5%. Eppure al Nord perse qualche punto a vantaggio della Lega. Il secondo segnale di disgregazione fu il referendum Segni del 1991, che contro tutte le previsioni ottenne la maggioranza dei votanti. Era cosa da poco la preferenza unica, ma era un voto anche contro Craxi e il Psi che avevano invitato tutti ad andare al mare.

Poi il colpo, quello decisivo, sferrato dall’apertura delle indagini di Mani Pulite. Queste indagini non si sarebbero mai verificate senza gli altri tre avvenimenti, e cioè la fine del comunismo, la crisi fiscale del nord, che aveva dato origine alla Lega, e la grande insoddisfazione dell’opinione pubblica che si era manifestata col referendum Segni. Il Psi non aveva valutato l’unica alternativa possibile. Quella cioè di assecondare la revisione comunista, offrendo la sua proposta di unità anche sganciandosi dal governo, o di tagliarle la strada, anticipando le elezioni dopo la fine della guerra del Golfo. Quella crisi aperta e poi inspiegabilmente chiusa appare un movimento senza senso. Nel 1992 era tardi. Il colpo giudiziario era già partito, col consenso del possibile alleato, il Pds, e con quello della destra che si vedeva rimessa in gioco. Le inchieste furono orientate politicamente. D’altronde, senza gli appoggi politici, economici, editoriali non avrebbe potuto avere successo. Qualsiasi legge che potesse rimetterla su altri canali venne bloccata da un presidente della Repubblica ormai subalterno al Pool di Milano.

Così il muro fini in Italia per crollare all’incontrario, sulla testa dei socialisti e democristiani, salvando coloro che comunisti erano stati prima che crollasse. Solo Cossiga, tra i vecchi leader politici, aveva capito il segno del cambiamento. Paradosso della storia forse. Omicidio e suicidio insieme. Ma il cadavere che venne seppellito nel 1994, del quale celebriamo non senza motivi di rimpianto il ventesimo anniversario della scomparsa, era forse morto tempo prima. Quel che nacque fu solo una lunga dannosa transizione verso il nulla, costruito sulle macerie del vecchio sistema politico, caratterizzato da nuovi partiti senza identità, nuove leggi elettorali contraddittorie, nuovi leader senza storia. E oggi paghiamo tutte le conseguenze della fine della politica. Davvero la politica e la storia era finite sotto i calcinacci del muro, come profetizzò allora un famoso storico? In Italia sì.

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