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Rifare l’Italia, perché è in pericolo (l’intervento di Del Bue al seminario di Città di Castello)

15 dicembre 2014 708 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il mio intervento verte qui a Città di Castello su due punti: la crisi dei partiti e la forma di stato che vogliamo costruire. L’articolo 49 della Costituzione afferma che “i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico….”. Mi fermo al metodo democratico richiamato anche dall’articolo 1 laddove si sostiene che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Oggi dobbiamo porci il duplice interrogativo sul carattere democratico di una Repubblica fondata sulla disoccupazione dei giovani, e sulla natura pseudodemocratica di un sistema politico come quello che è stato edificato negli ultimi vent’anni. Comincio con due giudizi di giudici non trascurabili e piuttosto determinanti sul nostro passato, e cioè Borrelli e Di Pietro. Borrelli ha affermato: “Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale”.

Dal canto suo queste sono le parole pronunciate da Di Pietro in una recente intervista: “Bettino Craxi si assunse le sue responsabilità e denunciò in eguale misura quelle degli altri, aiutando così la nostra inchiesta. E questo Craxi lo sapeva, non lo fece insomma a sua insaputa, non era un ingenuo. Denunciò il sistema di Tangentopoli nell’aula della Camera e davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece hanno fatto gli ipocriti e hanno continuato a farsi i ca… loro”. Per stare alla pars destruens ho finito.

Noi siamo qui però per una pars costruens. Svolgo dunque queste considerazioni.
La caratteristica di questo ventennio è un progressivo, inesorabile trasferimento del potere associativo a quello istituzionale ai capi di partito, di corrente, di gruppo, a volte anche esterni. I capi si sostituiscono al popolo, come fonte di designazione e legittimazione della classe politica. Quando sono stato eletto parlamentare dovevo superare due filtri, uno interno di partito, dovevo convincere gli iscritti, uno esterno, dovevo convincere gli elettori. La fine dei partiti come strumenti di formazione e di selezione dei dirigenti, la presenza di liste bloccate, ha generato quel che si è voluto definire una casta che risponde solo al capo. Per essere eletto oggi, almeno fino a oggi (anche coi collegi) io devo essere legato al capo o ai capi del mio partito. Aprirò dopo l’argomento primarie. Che è tutto particolare e che conferma lo snaturamento della funzione tradizionale e democratica dei partiti.

Qui c’è un primo punto generale che sottopongo all’attenzione. Occorre frenare la progressiva esautorazione popolare delle nostre istituzioni. Pensiamo alla trasformazione delle province in enti di secondo grado, del Senato in una camera delle regioni (oggi quanto mai in crisi), dei Comuni con Consigli senza poteri e con sindaci che scelgono le giunte, governatori nelle stesse condizioni. Un Senato non più elettivo e la Camera nominata con l’Italicum o con l’Alfanellum, parzialmente nominato. Anche se solo una parte del Pd oggi verrebbe eletta con le preferenze, se si blocano i cento capilista. Penso che un orientamento generale, che magari non è condiviso da tutti, sia quello di trasformare le istituzioni, alcune magari anche di sopprimerle, ma di non cominciare né di riassumerle con l’eliminazione della loro elettività.

Ritorno al tema dei partiti e aggiungo una considerazione di fondo sulla forma di stato. Noi assistiamo a due paradossi. Noi siamo l’unico paese in cui non esiste più il sistema politico del pre 89 (sistema pesante che ha risentito della presenza del Pci). I partiti nuovi sono senza storia e senza chiara identità. Quasi tutti senza regole democratiche. Oggi i partiti sono pressoché scomparsi e non sostituiti da altri strumenti di partecipazione. Il Pd, il meno antipartito, ormai si è dissolto in gruppi di potere, purtroppo in parte corrotti, una sorta di nemesi, il metodo di selezione della sua classe dirigente è affidata alle primarie, che in Costituzione non sono previste.

Le primarie equiparano gli iscritti ai non iscritti. Basta pagare due euro e questi ultimi assumono gli stessi diritti di quegli altri. Dunque azzerano l’adesione, che dovrebbe essere il fondamento di qualsiasi associazione democratica. Non parliamo degli altri partiti, nei quali prevale ormai l’uomo solo al comando. Tanto che molti, da ultimo Salvini, decidono di scrivere il nome del leader sul simbolo, proprio perché i partiti sono stati sostituti dalle leadership. È anche la logica conseguenza del fatto che noi viviamo una fase monarchica e non democratica della politica. Il partito è sostituto dall’uomo. Così come il popolo è sostituto dal capo.

Abbiamo importato dall’America le primarie, che in America si svolgono per scegliere i candidati alla presidenza. Cioè al massimo incarico istituzionale. Il Pd le usa per scegliere il suo segretario. Cioè il massimo della responsabilità interna. Svuotando così i suoi aderenti del potere conseguente all’adesione. Non penso che si debba o si possa tornare ai vecchi partiti. Certo senza identità e senza storia, senza un minimo di condivisione di valori essenziali i partiti finiscono con l’acquisire solo la parte negativa dei vecchi, senza assumerne la parte più culturalmente avvincente. Il grande paradosso è che pur essendo in costituzione sancito il carattere democratico dei partiti, non avendo poi assunto questi ultimi una personalità giuridica, possono anche essere non democratici e la Corte non può far nulla per certificarne l’incostituzionalità.

Nel dibattito alla Costituente fu posto il problema e furono i comunisti a opporsi per timore di essere dichiarati fuori legge. Non avevano torto perché nella Germania federale furono dichiarati fuori legge proprio per mancanza di anelito democratico in base alla loro personalità giuridica. Il tema fu riproposto più volte, e in particolare in occasione della legge sul finanziamento pubblico. Solo repubblicani e liberali si proclamarono favorevoli alla contestuale approvazione della legge e del riconoscimento dei partiti come soggetti aventi personalità giuridica sulla base delle prescrizioni costituzionali. Credo che questo debba avvenire. Credo che i socialisti se ne potrebbero fare portatori. Soprattuto oggi alla presenza di una larga area di corruzione che ha invaso i partiti politici. Soprattutto oggi che la democrazia nei partiti è davvero solo un’opinione.

Ma c’è di più. C’è un secondo e anche più grave paradosso. Renzi sostiene che con la nuova legge elettorale si deve sapere la sera stessa delle elezioni chi ha vinto e chi perso. Ha una visione calcistica delle elezioni, anzi da tifoso di basket. Perché almeno nel calcio esiste il pareggio. In quale paese del mondo succede? In nessuno. Non parlo solo dei paesi dove vige il sistema proporzionale. In Germania, ad esempio. dove le elezioni si possono anche non vincere, e ci si limita a verificare il consenso della pubblica opinione. Parlo anche della Francia e del Regno Unito, dove non è detto che un partito o una coalizione di partiti vinca. Anche recentemente nel paese più maggioritario del mondo è capitato che un partito, quello conservatore, non abbia conseguito la maggioranza assoluta e sia stato costretto a un’alleanza col partito liberale.

Cos’è che si continua a confondere in Italia? Si continua ad usare il sistema elettorale per il Parlamento in luogo del sistema elettorale per il presidente. Non si sceglie, come si dovrebbe, il sistema presidenziale. Si utilizza quello parlamentare con regole presidenziali. Tanto che si afferma, volutamente sbagliando, che il governo deve essere scelto dagli elettori. E quando mai è avvenuto da noi? Quando mai gli elettori hanno scelto un presidente del Consiglio? Lo hanno scelto forse “de facto”, ma non certo “de iure”.

Questi due paradossi sono inaccettabili. Fino a quando il sistema politico non riacquisterà forma democratica, evitando anche di sottrarre ai cittadini il diritto di voto nei consessi tradizionalmente elettivi, fino a quando non si sceglierà il modello presidenziale o parlamentare, con regole elettorali conseguenti, non usciremo dal tunnel. E continueremo a stupirci del degrado dei partiti e della mancata efficacia dei sistemi elettorali.

Conclusioni. Io metterei la riforma coi piedi per terra. Noi cominciano sempre dalla fine. Anche sui rimedi alla corruzione, noi oggi allunghiamo i tempi della prescrizione, ma sono i processi che vanno accorciati. Con l’allungamento dei tempi previsti per la prescrizione si accettano i tempi inaccettabili della giustizia italiana. Ma è più incivile che un imputato aspetti dieci anni per avere una sentenza o che dopo dieci anni la pena vada in prescrizione? Dunque una democrazia che torni al popolo. Noi siamo per una profonda trasformazione del sistema politico se no non saremmo qui. Non il ritorno al passato. Ma mi chiedo se questo sistema post identitario, effetto della rivoluzione giudiziaria, non sia esso stesso fonte di potenziale effetti criminosi. Pensate al potere per il potere, al successo per il successo. Uscire dal partito una volta era un dramma oggi è come andare al mercato.

Poi occorre una riforma dei partiti attribuendo loro personalità giuridica, coi requisiti attributi dall’articolo 49 della Costituzione. Infine la scelta tra repubblica parlamentare o presidenziale che è la base di qualsiasi riforma istituzionale ed elettorale. Dico questo perché mai come oggi serve una democrazia che funziona, efficace, perchè i rischi che vedeva Turati nel 1920 in quel mirabile discorso pronunciato alla Camera, e al quale abbiamo intestato il nostro convegno, non sono poi molto diversi da quelli che vediamo oggi. Occorre Rifare l’Italia perché questa Italia a noi non piace, e non credo piaccia agli italiani.

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