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1992 e dintorni. Quando anche Nenni sapeva

9 aprile 2015 619 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il merito innegabile del film Sky su Mani pulite è stato quello di aver riaperto la riflessione su quell’avvenimento che ha segnato la storia d’Italia. Devo dire che il film non è neppure apparso così a senso unico come supponevo. I magistrati, compreso Di Pietro, non vi figurano come eroi, tanto che il regista ha avuto bisogno di inventarsene uno, un giovane collaboratore che non segue acriticamente il lavoro del Pool, dubita perfino delle buone intenzioni di Di Pietro, se ne va sbattendo la porta dopo i primi suicidi. L’accusa di fondo a Di Pietro da parte del giovane è di pensare solo a Craxi, al cinghialone. Di Craxi, con voce originale, si sente il famoso discorso sulla responsabilità collettiva del finanziamento illecito alla politica.

Mi è stato trasmessa via Facebook la registrazione della testimonianza di Craxi al processo Cusani, che non è rintracciabile via YouTube, né in altre sedi più o meno istituzionali e che non credo, visto che risale al 1993, verrà ripresa dal film televisivo. È una pagina non oscurabile. Si tratta di un passaggio fondamentale per capire la storia del finanziamento ai partiti e alle attività politiche. Lo stile di Craxi è uguale a quello di tanti suoi discorsi e interviste. Lucido, posato, perfino rilassato. A tal punto convincente che Di Pietro lo asseconda e mai lo contraddice. Contrariamente alla testimonianza di Forlani, che negava l’evidenza e sembrava calato da Marte, Craxi si assume in pieno la responsabilità, oltre naturalmente ad ammettere la piena consapevolezza, della natura del finanziamento alla politica.

Ho letto sui Diari di Nenni, che lo stesso leader storico del Psi conosceva bene il problema, perché egli annota, il 28 settembre del 1971, a proposito degli attacchi del giornale “Il Candido” dei fratelli Pisanò a Giacomo Mancini, accusato di aver preso soldi ai tempi in cui era ministro del Lavori pubblici: “C’erano due cose che si potevano fare subito quando la campagna contro Mancini si è scatenata. Un’assunzione di responsabilità collettiva della direzione del partito che coprisse Mancini e gli permettesse di rispondere che la fiducia del partito gli consentiva di opporre alle accuse il suo disprezzo, oppure la querela per diffamazione e le dimissioni da segretario del partito (il ritiro provvisorio suggerisce Riccardo) per presentarsi con maggior libertà al giudice. Oggi l’una e l’altra cosa sono difficili e pressoché impossibili. Da qui l’estrema difficoltà del caso che rientra nell’annoso problema del finanziamento dei partiti. C’è in questo una responsabilità collettiva che riguarda l’entità di ciò che si spende, il triplo, per quanto riguarda il nostro partito”.

Il triplo spendeva il Psi nel 1971 rispetto a quello che incassava. Doveva sostenere la sua struttura centrale e periferica, l’Avanti e Mondoperaio, Critica sociale, le sue iniziative, i suoi congressi. Quanto spendevano gli altri? In particolare a quanto ammontava la spesa del Pci, allora in parte coperta dal flusso di denari che proveniva dall’Urss e dai paesi del patto di Varsavia e che Gianni Cervetti, nel libro “L’Oro di Mosca” sostiene essersi interrotto solo nel 1976? Per gran parte il suo bilancio era poi frutto di approvvigionamenti e di contributi del mondo cooperativo (in Emilia-Romagna e in Veneto il rapporto era 2/3 al Pci e 1/3 al Psi) e privato, che finanziava l’intero sistema politico italiano. Ci sono stati arricchimenti personali che nulla avevano a che fare con la politica. Casi di corruzione e di concussione, di truffa e di bancarotta, ci sono stati appalti truccati (in Emilia-Romagna non ce n’era bisogno perché partecipavano solo le cooperative). Questi andavano perseguiti, senza far salire sul carro degli imputati alcuni partiti, permettendo agli altri di salire sul banco dell’accusa. In questo Mani pulite ha commesso la più grande ingiustizia. È stato un processo politico di una parte su un reato comune a tutti.

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