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Perchè difendo Jobs act e buona scuola

17 maggio 2015 698 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Sarà per il nostro alto tasso di originalità ma dobbiamo esprimere un giudizio positivo sui due provvedimenti del governo più contestati e cioè il Jobs act e i cosiddetti provvedimenti per la buona scuola. Dispiace che su entrambi il sindacato si sia mobilitato con scioperi e proteste. Anche se, almeno sul primo, Renzi ci ha messo del suo, con quell’atteggiamento di sfida che sul secondo si è invece risparmiato. Che al presidente del consiglio piaccia assumere atteggiamenti da Gregorio, er fusto del Pretorio, è palese. Che l’arte del governare comporti talvolta la necessità di saper ascoltare e anche di mediare è parimenti evidente.

Se in Italia ci sono stati un paio di centinaia di migliaia di trasformazioni di contratti a tempo determinato in tempo indeterminato, sia pure non più vincolato da garanzie più o meno a vita, è un fatto positivo e incoraggiante. Si tratta di lavoratori che hanno acquisito migliori condizioni dal punto di vista previdenziale, sanitario, maggiori possibilità di contrarre mutui bancari. È un passo avanti che mi auguro possa produrne altri, magari sorretto da quell’inversione di tendenza del tasso di sviluppo che è sotto i nostri occhi anche se per ora non produce nuova occupazione. Il tema della disoccupazione dovrebbe semmai essere all’ordine del giorno delle forze di progresso, più che non la difesa ad oltranza di vecchie barriere ideologiche.

È un po’ quel che avviene nella scuola. Il governo decide di regolarizzare la posizione di centomila insegnanti. Naturalmente non sono tutti, ma si tratta pur sempre di un passo avanti rispetto a nessuno. Forse sarebbe il caso di procedere con un piano pluriennale per sistemare tutte le posizioni, anziché retrocedere quelli che oggi non vengono assunti e delegarli a futuri concorsi. Su questo si può discutere, ma sul resto? Perché si contesta l’autonomia scolastica e il nuovo ruolo di responsabilità dei presidi? Come e chi deve assumersi la responsabilità del buon funzionamento di un istituto?

Mi viene il dubbio che anche su questo si giochi una partita di potere. Se le decisioni passano da un esclusivo ordine di graduatoria al merito, crolla un’intera impalcatura. Costituita da inamovibilità e da rendita di posizione. È giusto o no? E poi. Ho sempre pensato che i veri protagonisti della scuola, senza nulla togliere agli insegnanti, debbano essere gli studenti. Se parliamo di sanità sappiamo che il primo pensiero va ai cittadini e che il ruolo dei medici in un ospedale debba essere quello di curare i pazienti nel miglior modo possibile e non in quello più utile per la loro carriera.

Perché non si deve ragionare così anche per la scuola? Si tratta del momento fondamentale della formazione dei cittadini di domani. Qualsiasi deformazione, ritardo, incapacità si può ripercuotere per tutta la vita sulle future generazioni. È ovvio che gli sforzi di un governo debbano serre rivolti innanzitutto a questo con nuovi strumenti. Da Internet, ai buoni per la formazione, ai nuovi rapporti scuola-lavoro, ma anche alla valutazione degli insegnanti. Ho sempre pensato che non possa bastare un’abilitazione ottenuta prima di iniziare una carriera per formare definitivamente un insegnante. Se gli studenti devono essere valutati è necessario che anche gli insegnanti lo siano, anche periodicamente. Resta solo il dubbio dei valutatori dei valutatori in quel gioco di scatole cinesi che rischia di non finire mai, di creare sospetti, di generare risentimenti. Lo sappiamo. Una graduatoria è spesso oggettiva, un giudizio di merito sempre soggettivo. Ma lo è anche quello dei singoli insegnanti nei confronti degli studenti. Se lo possono esprimere devono anche saperlo accettare.

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