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Quarto, non rubare

12 gennaio 2016 472 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non mi riferisco, come è ovvio, ai comandamenti sbagliandone il conto, ma al comune di Quarto, un centro di quasi cinquantamila abitanti nell’area metropolitana di Napoli, vinto e poi amministrato dai Cinque stelle. Nessuna persona dotata di buon senso poteva pensare che un gruppo politico di nuovo conio, per di più riempito di neofiti della politica, potesse trasferirsi dalla dimensione della protesta a quella del governo senza risentirne. È capitato a Parma, dove il sindaco Pizzarotti, peraltro in odore di eresia per Grillo e Casaleggio e di nuovi agganci politici in direzione Pd, ha perso diversi punti, circa sei negli ultimi mesi, come indice di gradimento secondo la classifica del Sole 24 ore e che, dopo aver promesso di non aprire l’inceneritore, ha fatto il contrario. È capitato a Livorno, dove il sindaco Filippo Nogarin, eletto da un anno o poco più, non solo non è più in sintonia con la sua maggioranza, ma pare decisamente in urto con la sua città, sommersa dai rifiuti.

Non c’è da stupirsi. Quando il candore, vero o presunto, si sposa con l’inesperienza, per di più coniugata con l’arroganza di sentirsi migliori, si va incontro a sonore sorprese. Quello che è capitato a Quarto é però qualcosa di più. Le notizie, che attingono da intercettazioni telefoniche, parlano di un sindaco, Rosa Capuozzo, che avrebbe compiuto un abuso edilizio nella sua abitazione (ma al momento non risulta indagata) e di almeno un amministratore, forse due, che erano espressione della malavita organizzata. Parlano anche di esponenti nazionali del partito di Grillo impegnati a minimizzare e a rinviare decisioni, dopo che la Capuozzo avrebbe informato il vertice del partito della situazione inducendoli a commissariare il comune. È vero che adesso Rosa Capuozzo è stata espulsa dal movimento e questo, se non vengono provate le sole accuse che la riguardano e cioè la presunte illegittimità compiute nel corso del restauro della sua abitazione, pare il classico provvedimento scarica barile.

Resta il tema più inquietante e cioè quello che riguarda le infiltrazioni camorristiche nel partito di Grillo. È vero che nessun altro grande partito, a cominciare dal Pd, che ha propri esponenti invischiati in vicende giudiziarie in mezza Italia, a cominciare dalla capitale, può fare la voce grossa. Anche perché, da quel che si legge, la camorra aveva puntato a infiltrarsi proprio nelle liste del Pd e di appoggiare massicciamente il suo candidato sindaco. Poi la lista pidina non è stata presentata inducendo i camorristi a ripiegare sui Cinque stelle. Però è quel candore coniugato con l’arroganza di essere antropologicamente diversi che viene oggi a cadere. E anche nel modo più disgustoso. Non sono bastate le espulsioni di tutti i parlamentari dissidenti e sono una cinquantina, attraverso un processo sommario via web, utilizzando una sorta di tribunale giacobino con tricoteuses che mostrano sempre il dito all’ingiù, adesso saltano fuori le incapacità amministrative frutto dell’inesperienza e le incursioni della malavita. Quarto, non rubare, almeno questo potevano ricordarselo, anticipando col minimo sforzo solo di tre i comandamenti, dettati a Mosè e non ancora a Grillo.

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