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La sterzata di Renzi

27 agosto 2016 172 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

L’Italvolley ha perso l’oro, ma la gara è durata poco e l’intervista di Del Debbio a Renzi, nel suggestivo salone della Versiliana, é cominciata prima del previsto. Se Occhetto scelse la Bolognina per segnare una svolta, se i democristiani optarono per il convento di Santa Dorotea per creare una corrente, se Craxi si spostò a Quarto per lanciare il suo socialismo tricolore, Renzi ha scelto la Versiliana, luogo di incontri a metà tra il politico, il letterario e il gossip estivo, per due importanti e nuove precisazioni. Anzi, per due radicali rettifiche, per due novità. D’altronde lui è toscano, toscano, e berlusconiano Del Debbio, toscano il luogo. Come dire, il Cerchio o Giglio magico…

La prima è un’autocritica. Sostiene il segretario-presidente d’aver sbagliato a personalizzare il referendum, che il voto di novembre non è contro o a favor suo, ma sulla riforma, che prevede tagli ai parlamentari (i più pagati, dice) e dunque ai costi della politica. Che Renzi abbia sbagliato a personalizzare la consultazione di novembre e che sia invece più giusto e opportuno entrare nel merito della legge costituzionale sottoposta a referendum confermativo lo ritengo un atto di saggezza, sia pur tardivo, e certo condizionato dai non rassicuranti sondaggi. Resta il fatto che inseguire il populismo col populismo è assai azzardato. Se l’argomento fondamentale è il taglio al costo dei parlamentari, allora, come ho già scritto, costa assai meno abolire il Parlamento. E’ evidente che il problema del costo della democrazia deve sempre essere rapportato alla sua efficacia ed efficienza.

Lasci perdere Renzi questo argomento (lo spieghi al guru americano che gli italiani non sono scemi) che non gli caverà un problema e si concentri, dunque, sul merito della legge, sul superamento del bicameralismo paritario, sulla riformulazione del titolo V, dopo la sciagurata riforma dell’Ulivo in salsa ultraleghista, sull’abolizione del Cnel, sull’introduzione del referendum propositivo, sull’aumento delle firme per chiedere quello abrogativo, ma sulla diminuzione della percentuale (la metà più uno dei votanti alle più recenti elezioni politiche e non più la maggioranza degli aventi diritto al voto) per validarlo. Lo faccia in modo semplice e chiaro sempre tenendo presente che gli italiani capiscono anche qualcosa in più delle calcolate suggestioni sui tagli e controtagli.

La seconda novità consiste nell’annuncio che la Legislatura durerà fino al 2018. Qui è nato un equivoco non chiarito. Renzi non si dimetterà, contrariamente a quanto più volte annunciato, qualora prevalga il no? E’ in condizione di annunciare fin d’ora che il referendum è vinto e dunque le sue dimissioni scongiurate? Assicura gli italiani, e il presidente della Repubblica, che il Pd, anche a seguito delle sue dimissioni, non farà mancare la fiducia a un nuovo governo? Domande per ora senza risposte. Personalmente non cambierei le carte in tavola. Uno degli argomenti più solidi del voto favorevole era proprio quello relativo al pericolo dell’ingovernabilità. E’ vero che può valere anche all’opposto. E cioè a depotenziare il no come voto politico contro il governo, incentivato in funzione della sua caduta. Resta però il fatto che mentre più si avvicinava il referendum sulla scala mobile del 1985 più Craxi alzava la posta, più si avvicina quello costituzionale e più Renzi l’abbassa, mentre Sbaraglia è ufficialmente invitato a un confronto e Delrio abbraccia i partigiani dell’Anpi che alla festa di Reggio fanno propaganda per il no. Una sterzata vera e propria.

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