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Seconda giornata. Il congresso Turco

3 settembre 2016 250 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Nei meandri di Rebibbia ormai siamo quasi di casa. La polizia penitenziaria ci riconosce, è gentile e simpatica. D’altronde la sensibilità di Marco Pannella e della sua band per i problemi della giustizia e delle carceri è qui molto apprezzata. Dalle autorità che hanno parlato nella prima giornata quasi fossero iscritti al partito, e anche dagli addetti alla sicurezza che quasi ci ringraziano di essere presenti, traspare complicità.
La seconda giornata del congresso è quella dominata da tre personaggi che hanno conosciuto il carcere, ne hanno masticato il sapore di solitudine e di disperazione. Uno di loro è Raffaele Sollecito, assolto con formula piena dall’accusa di avere ucciso Meredith Kercher, insieme a Amanda Knox. Sollecito afferma che non se la sente di fare politica e tuttavia avverte il dovere di appoggiare le battaglie dei radicali sulla giustizia. Si presenta vestito da giovane elegante e sobrio, con cravata e spilletta. In galera ha trascorso 4 anni e sei mesi di isolamento in attesa di giudizio, per poi essere dichiarato finalmente innocente. Dichiara che sarebbe giusto abolire il carcere preventivo e nei casi di pericolo di fuga, possibilità di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove suggerisce pene alternative al carcere.
Parla anche Marcello Dell’Utri. E’ stato condannato a 7 anni e detenuto a Rebibbia per concorso esterno in associazione mafiosa: «Abbiamo un ordinamento carcerario ottocentesco, primitivo, che non ottempera alla rieducazione – dice intervenendo al congresso -. Non vedo i bagliori del pensiero contenuto nella nostra Costituzione. Io ho fatto un’esperienza a Parma di due anni e quattro mesi a Rebibbia: Parma è un lager, Rebibbia a confronto è un hotel a cinque stelle». Ogni carcere «è un principato – fa notare l’ex parlamentare Pdl -. Ci sono regole per ogni carcere, non c’è una certezza in niente. Il carcere è fatto per punire non per l’espiazione e la rieducazione, e se uno deve soffrire che soffra pure. Di questo dovrebbero occuparsi i nostri governanti. E per questo ho aderito al partito radicale: ho imparato più dietro le sbarre che fuori».
Anche Totó Cuffaro e presente, come un delegato qualsiasi, prende appunti, sorride, acconsente col capo. Anche lui si è iscritto al Partito radicale. Ma veniamo alle questioni interne.
Il bilancio presentato da Maurizio Turco e contestato dagli oppositori (Cicciomessere, Maggi, Staderini, Cappato) è stato approvato a larga maggioranza con duecento voti a favore solo una ventina di contrari. Appare così chiaro che i rapporti di forza tra i due gruppi siano a netto vantaggio di quello pannelliano doc. I dissidenti, che si vantano dell’appoggio di Emma Bonino, finora assente, vorrebbero di fatto chiudere il partito transnazionale e ritornare a un soggetto nazionale che fa battaglie transnazionali. Tradotto, vorrebbero un soggetto che si presenta alle elezioni, a tutte le elezioni, da quelle politiche a quelle amministrative come Maggi e Cappato, sconfessati da Turco, hanno già fatto in occasione di quelle di Roma e Milano. Nessuna scissione, assicura Maggi, uno dei capi dell’opposizione, d’altronde nel Partito radicale non è previsto l’istituto dell’espulsione.
Battaglia sull’idea di proseguire il congresso altrove, magari aggiungendovi quello dei Radicali italiani. Proposta irricevibile.
Tutti aspettano Emma, ma non si sa se la donna, che dopo Pannella ha interpretato al meglio le battaglie radicali, arriverà.
En attendand il dibattito prosegue. Con un finale di vittoria già scritto.

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