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Trump, la Brexit e il referendum

17 novembre 2016 151 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Una sottile e coerente continuità lega insieme, e ci potremmo inserire anche l’esito scioccante del referendum in Colombia sfavorevole alla pace, la decisione dei britannici di uscire dall’Europa politica, giacché di quella monetaria non facevano parte, l’esito imprevisto, ma non imprevedibile, delle elezioni americane, la possibile, non voglio dire probabile, vittoria del no al referendum costituzionale in Italia. Bisognerebbe avere il coraggio di evitare facili interpretazioni e scomuniche superficiali e tentare di andare alle radici di un fenomeno che segna quasi ovunque una crisi del sistema democratico e genera nuovi miti salvifici in nome del cambiamento. E soprattutto provoca il ribaltamento della vecchia massima andreottiana, giacché il potere oggi logora, e anche velocemente, chi ce l’ha.

Walter Veltroni compie oggi su L’Unità una riflessione condivisibile alla quale manca però un’autocritica. Vediamo cos’è condivisibile. Innanzitutto il considerare la nostra epoca come figlia dell’ottantanove, della fine degli scontri ideologici e bipolari, dell’inizio di una nuova fase che avrebbe dovuto esaltare la democrazia e le forze riformiste che avevano saputo costruire il loro progetto nell’occidente liberale. Il nuovo mondo ha aperto invece la porta a un periodo di forti tensioni internazionali, a molti focolai di guerra, allo sviluppo di un nuovo terrorismo di stampo religioso incontrollato e non più governato dalle vecchie divisioni. A questo ha fatto da contraltare una globalizzazione economica che ha visto l’entrata sul mercato internazionale di un intero continente, l’Asia, che ne era parzialmente escluso.

Su questo l’analisi di Veltroni glissa. Ma è proprio la globalizzazione, che è figlia della fine del comunismo e delle ideologie (la Cina resta formalmente comunista, ma si è trasformata più di tutti gli altri paesi post comunisti in potenza capitalistica moderna, per di più senza troppi vincoli e controlli), che ha generato problemi alle economie europee e anche americana. Quando il prezzo dei prodotti varia così tanto, perchè diverso è il costo delle materie prime, delle tecnologie e del lavoro, allora la crisi si sviluppa e non la si può affrontare con vecchie ricette, come i dazi e l’autarchia, soprattutto quando il debito di questi paesi è tutt’altro che nelle mani loro, ma in buona parte risulta comprato, come in America, proprio da paesi, come la Cina, che si vorrebbero penalizzare.

Il terzo elemento di crisi è datato 2008, quando le banche americane sono entrate in default per via dei cosiddetti derivati. Solo in quel momento si è compresa la perfida natura del governo della finanza, che si basa sulla capacità di governo di pochissimi e sulla suggestione generale. Non c’è nulla di più lontano dalla democrazia della finanza, con le borse che spostano miliardi di dollari in pochi secondi, che generano la spropositata ricchezza di alcuni e la povertà dei più. Dal 2008 anche l’Europa è entrata in una fase di riflusso, che poi è stato solo parzialmente recuperato, meno in Italia che altrove. In tutto questo si agitano paure, si mostrano spettri, si inventano originali e mirabolanti ricette. E’ l’epoca dei Dulcamara che vendono con successo i loro elisir. Ovunque fanno presa sui più poveri e soprattutto su un ceto medio che è stato penalizzato dalla crisi. La richiesta è che provengano dal nulla, che siano personalità che hanno in odio la politica democratica, che sappiano convincere con suggestioni, emozioni, illusioni, in un mondo della comunicazione che ha cambiato il nostro linguaggio e che ha sostituito l’istinto alla razionalità.

In tutto questo sinistra e destra non esistono più. Sono luoghi geografici, non politici. L’America che ha premiato il superdestro Trump avrebbe potuto lo stesso giorno affidarsi al supersinistro Sanders. Il cemento è l’anti establishment, con la conseguenza che anche i premiati saranno presto disarcionati perché nuovo establishment. D’altronde tutto si brucia e si consuma. Molti neri hanno votato Trump perchè delusi da Obama, così come molti conservatori hanno votato exit in Gran Bretagna perchè delusi da Cameron, mentre in Italia molti voteranno no perché delusi da Renzi. Perfino la Merkel non è stata premiata e molti suoi elettori la contestano per la sua politica attorno ai migranti. Delusi anche loro.

I riformisti di tutto il mondo devono comprendere che oggi in gioco c’è la nostra democrazia, colpita dal terrorismo, dalla crisi economica, da una finanza selvaggia, da una globalizzazione svantaggiosa. Se si pensa ad un impossibile ritorno al passato si compie l’errore più grande, con spinte nazionalistiche controproducenti e illusorie, con muri anti storici, con criminalizzazioni assurde. Ma se i riformisti non si accorgono di quel che si sta preparando è forse anche peggio. Troppe volte negli appuntamenti con la storia anche i settori più avanzati della politica hanno clamorosamente sbagliato analisi e proposta. Io non penso che bisogna tornare a Marx solo perché oggi è più vera la sua profezia di una progressiva e inevitabile proletarizzazione del ceto medio. Marx nulla poteva sapere della globalizzazione, del ruolo preponderante della finanza, del nuovo mondo delle tecnologie e della comunicazione. Tuttavia una nuova forma della politica che sappia schierarsi dalla parte dei deboli e governare ed equilibrare le pulsioni economiche e finanziarie è oggi necessaria. Oggi come non mai serve un mercato regolato, uno stato attivo, leggi e norme che sappiano assicurare anche all’Europa una crescita soddisfacente. Per non aprire le porte ai nuovi cavalieri dell’Apocalisse, anche in Italia, serve intelligenza. Non solo giovinezza. E Veltroni che del mito americano e del suo sistema politico è stato alfiere, propagandista e propugnatore in Italia, non si sente anche un po’ in colpa?

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