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Butterfly: alla prima scaligera vince Chailly

8 dicembre 2016 197 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Mi sono imbattuto nelle più svariate stravaganze dei registi d’opera. Ho visto una Mimì che muore per overdose in ospedale, Lucia che si suicida della vasca da bagno, un Guglielmo Tell con uno stupro della soldataglia, una Tosca con cannoni che sparano dentro la chiesa di Santa Andrea della Valle sovrapponendosi al magnifico Te deum, un Rigoletto travestito da cameriere dritto come Michael Jordan e potrei continuare. Finalmente una Butterfly giapponese, che vive i suoi movimenti e riti nipponici del suo tempo, con un mare azzurro, ciliegi in fiore, bonzi incazzati, parenti serpenti, orpellerie varie e un dolce volto da quindicenne attempata con un figlio ricciolone biondo a occhi aperti. Il tutto giocato su scale sovrapposte e in un continuo movimento danzante di geishe che si trasformano in fantasmi. Onore alla scenografia e alla regia di Alvis Hermanis che rifiuta il culto dello stravolgimento oggi di moda e si affida a una profonda lettura dell’opera dove anche i più piccoli movimenti vengono scanditi in perfetta armonia con la musica e quelli continui della braccia in stile kabuki ricordano da vicino gli stessi che Bob Wilson impose alla sua Butterfly degli anni novanta. Ma il primo protagonista dell’opera scaligera è certamente Riccardo Chailly, che questa rappresentazione ha voluto fortemente, dirigendola con rara preparazione. L’orchestra è la principale eroina assieme a Cio cio san, che domina teatralmente tutta l’opera e la conduce al dramma finale. Chailly sottolinea il tessuto armonico di Butterfly dove Puccini condensa da par suo gli effetti in scala pentatonica tipici della musica orientale che riprenderà anche in Turandot, con la dolcezza delle sue melodie, che sfociano nell’esaltante duetto (fin troppo per la verità visto che il superficiale Pinkerton finge un amore che non c’è, prevalendo il lui solo il desiderio) del finale del primo atto. La ricerca musicale, soprattutto nella prima parte, ma anche nello spendido concertato a tre del terz’atto, fanno trasparire un Puccini novecentesco al passo con la musica dei suoi tempi che conosceva nei dettagli, da Debussy al primo Schoemberg, per imbattersi poi in Strawinsky che con la Sagre du Printemps influenzerà le sue ultime composizioni sunto delle quali sara la sua Fanciulla del west con accenni al jazz e al folclore americano. Puccini è musicista coltisssimo e inizia proprio con Butterfly il suo distacco dalla scuola verista e la sua intrusione nell’esotismo che dopo Fanciulla sfocerà in Turandot. Penso di potere affermare la superiorità di Butterfly, opera contestatissima alla sua prima scaligera del 1904, rispetto all’ultima opera del maestro, non solo perchè interrotta con la morte del compositore nel 1924, ma perchè Butterfly è più compatta, credibile, unitaria. Perchè il pianto, l’amore e la morte non sono favola ma realtà. E conducono il percorso della trama fino al tragico epilogo. La scelta di Chailly di proporre l’opera in versione originale, senza le modifiche successive al suo insuccesso, rappresenta forse la volontà del pieno riscatto dell’opera cosi come venne rappresentata alla prima del 1904 proprio alla Scala. “La farfallina volerà”, gli aveva confidato Giovanni Pascoli e Butterfly prenderà il volo. Il fiasco spinse autore ed editore a ritirare immediatamente lo spartito, per sottoporre l’opera ad un’accurata revisione che, attraverso l’eliminazione di alcuni dettagli e la modifica di alcune scene e situazioni, la rese più agile e proporzionata. Puccini inserì anche una nuova aria per Pinkerton, «Addio, fiorito asil». Una delle più importanti modifiche è tuttavia puramente musicale e riguarda la linea vocale dell’aria del suicidio di Butterfly. Credo che d’ora in poi sarà bene rappresentarla con i mutamenti introdotti in seguito dall’autore, rispettandone i motivi che lo indussero alla scelta. Tra i protagonisti comincerei con la stupefacente prova fornita dallo Sharpless di Alvarez, formidabile, straordinariamente credibile, non solo negli accenti musicali ma anche nel portamento, nei movimenti, nei gesti protettivi e ammonitori. Il console di Alvarez è il console perfetto. Maria José Siri ha interpretato con successo l’eroina pucciniana ed era la sua prima volta. La voce densa di accenti drammatici è solo leggermente carente nei registri mediobassi. Discorso a parte meriterebbe il Pinkerton di Bryan Hymel . Bene la sua musicalità e il suo portamento da bimbolone che vive la vita egoisticamente come gli rimprovera Sharpless. Meno convincente la qualità della sua voce. Pinkerton è tenore lirico. Se si vuole lirico spinto. Non tenore drammatico. Hymel canta di gola e quando forza la voce si indebolisce. Ma Pinkerton canta solo nel primo atto, poi abbandona il Giappone per l’America. Forse meglio cosi. Molto attraente e densa di accenti drammatici la Suzuki di Annalisa Stroppa, bene anche gli altri. Una buona Butterfly tutta da vedere e da apprezzare. Pubblico senza uomini di governo e con quattro terremotati invitati dal Comune di Milano nel palco reale e alla cena con l’alta borghesia milanese. Come una volta faceva il monarca coi suoi contadini. Populismo? Bè, siamo in sintonia coi tempi.

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