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L’Italia alla rovescia

29 dicembre 2016 233 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

I magistrati sono una categoria che protesta perché si é adottata un’età pensionistica più bassa, da 72 a 70 anni. Mica son pochi. Anzi sono più della media delle altre categorie. Anche i docenti universitari, i cosiddetti baroni, e i primari ospedalieri hanno contestato la norma che li manda in pensione a soli 70 anni. Valli a capire. L’Italia è uno strano paese. Stanno saltando alcuni perni tradizionali. Dopo i partiti, che interpretavano l’unità nazionale ed erano scuole di formazione, spesso trasformandosi anche in centri di collocamento, anche i sindacati non se la passano bene e la cooperazione è in preda a una crisi che pare senza fine. Il paese non cresce e aumentano le disuguaglianze.

Nel 2015 la povertà ha raggiunto 4,6 milioni di persone, quasi 400mila in più rispetto al 2014, pari al 7,6% della popolazione. Sempre l’Istat ci spiega che è aumentata anche la popolazione a rischio povertà: 17 milioni e 469 mila persone, il 28,7% del totale. Più di uno su quattro. Un dato inferiore, in Europa, solo alla Romania e alla Grecia. Si è allargata, infine, la forbice dei redditi. Dal 2009 al 2014 il reddito è calato di più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche, il cui reddito è passato da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

Niente è come negli anni ottanta, niente è come nella fase precedente la grande crisi del 2008. Questo rende sempre più insopportabili, i privilegi, le corporazioni chiuse, la difesa castale. Un magistrato che in pensione si mette a fare l’avvocato, un medico che oltre la pensione percepisce un altro reddito da una casa di cura privata, un dirigente della cooperazione, ed é una prassi, che oltre la pensione ottiene anche una consulenza dalla sua stessa cooperativa, un professore che oltre il proprio reddito pensionistico ne aggiunge un altro esercitando la professione in una scuola privata o religiosa, e potrei continuare, non solo aumentano il loro già alto redditi, ma tolgono ad altri, soprattutto ai giovani, la possibilità di entrare nel mercato del lavoro.

La società oggi è frazionata, divisa, insoddisfatta. Non solo in Italia ma nell’intero mondo occidentale saltano i governi, di destra, di sinistra, di centro. L’Italia che era un paese ricco, si é drasticamente impoverito, anche se il risparmio privato è di oltre 4mila miliardi, il doppio del debito pubblico. Mancano gli investimenti e il lavoro. Purtroppo Renzi si è speso, tra gli 80 euro e l’abolizione dell’Imu sulla prima casa fino all’aumento delle quattordicesime, in una politica che non ha dato risultati tangibili. Sarebbe stato meglio investire in opere pubbliche e private l’ammontare delle risorse, circa trenta miliardi, con più concreti vantaggi per lo sviluppo e il lavoro. Anche per questo l’Italia va alla rovescia. E quando in Europa ci rimproverano non hanno tutti i torti.

Abbiamo il debito pubblico più alto, secondo solo alla Grecia, a noi non consentono di uscire per questo dai parametri, contrariamente a quel che avviene per la Francia e la Spagna, e se lo facessimo è tutto da vedere in che situazione sarebbe l’andamento del debito, come andrebbero a finire le aste dei nostri bot, a quale livello il nostro spread. La nostra spesa che doveva diminuire, come accaduto e considerevolmente in Spagna, é invece ulteriormente aumentata, alla faccia della spending review. Solo lievemente é diminuita la disoccupazione, mentre la tassazione sul lavoro, che l’anno scorso era stata tagliata per le prime assunzioni, quest’anno è tornata quella di prima. Così le ingiustizie, le disuguaglianze, i doppi, i tripli lavori, l’evasione di massa, il rifiuto di andare in pensione, il bisogno di sommare a una pensione un altro lavoro, questa dannata furbizia che spesso ci ha salvato nascondendo il nostro reale livello di vita, questo italico vezzo che ci fa unici, si é oggi trasformato in un’anomala tendenza a farci del male.

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