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Saragat e la scissione di Palazzo Barberini (seconda puntata)

16 gennaio 2017 135 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La legge di amnistia, la successiva votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7 della Costituzione che vi includerà i Patti lateranensi, scelte che si sommano alle divaricazioni prodottesi nel passato tutt’altro che remoto (la svolta di Salerno del 1944 di Togliatti su tutte) celano però il vero problema che stava dinnanzi ai socialisti. E cioè il giudizio sul comunismo sovietico e solo dopo sul Pci. Esattamente in questa successione. Farlo all’incontrario portava fuori strada. Era questo che nel passato aveva diviso socialisti e comunisti italiani. Nel 1921 furono i ventuno punti di Mosca, e la conseguente necessità per i leader comunisti di espellere i riformisti dal partito, la ragione della scissione. Nel 1922 furono ancora i dictat di Mosca, e stavolta Serrati volle piegarsi contrariamente all’anno prima, a determinare l’espulsione dal Psi di Turati, Prampolini, Treves e degli altri riformisti. E poi lo stesso argomento, e cioè l’adesione all’Internazionale comunista, comportò la svolta di Serrati del 1924, che coi suoi terzinternazionalisti lasciò il Psi ed entrò nel Pcdi, con Nenni a sguainare la scimitarra per la sopravvivenza del partito e poi a perseguire la prospettiva di una nuova unificazione tra Psi e Psu (che si chiamò poi Psli e infine Psuli), che a Parigi nel 1930 vide massimalisti e riformisti di nuovo insieme. Ancora lo stesso vecchio argomento divideva i socialisti: ancora la questione del rapporto coi comunisti. Che peraltro, nell’immediato dopoguerra, pareva diventato di ben diversa consistenza, coi comunisti italiani che da piccolo partito di rivoluzionari s’erano trasformati in una grande forza politica di massa, e per di più orientati a consolidare, non a demolire, quella democrazia che avevano contribuito a conquistare durante la lotta di liberazione. Questo però deve essere conciliato col suo opposto, perchè in loro restava fondamentale, questo era il filo di continuità col 1921, lo stretto legame con Mosca.

Adesso, dinnanzi ai socialisti, come una dannazione, oscillava il pendolo del filocomunismo e dell’unità socialista, progetti che s’escludevano a vicenda e che rimbalzavano nel dibattito politico come un’alternativa che era impossibile porre a sintesi. Partire dall’esame del Pci oppure da quello del comunismo? Questo era il punto di fondo. E come mettere a sistema l’esistenza dell’uno con quella dell’altro, il loro livello di relazione e addirittura di dipendenza? La questione dell’unificazione parigina del 1930 veniva, così, ancora, messa in discussione. Lo aveva sottolineato Saragat, che nel 1930 proveniva dal partito di Turati e che condusse l’operazione di ricongiunzione con Nenni, anche allora leader del Psi. I due, che avevano unito il socialismo italiano, si apprestavano ora a dividerlo di nuovo. E ancora, sul vecchio tema del rapporto coi comunisti e col comunismo. Lo riuniranno e poi lo divideranno di nuovo (ma la scissione del 1969 non sarà colpa loro). Anche Saragat aveva firmato i vari testi del patto d’unità d’azione col Pci e anche lui l’aveva giudicato necessario durante il fascismo, ma anche dopo la Liberazione. Aveva, Saragat, contestato la corrente fusionista e anche Nenni, che peraltro aveva sempre considerato la fusione una prospettiva d’avvenire. Dopo il primo Consiglio nazionale del luglio del 1945, ma già prima, tra Saragat e Nenni c’era stata un profonda divaricazione di giudizi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov Nenni era andato in minoranza nel Psi e aveva preferito appartarsi anche dal partito, mentre Saragat e Tasca erano diventati i fautori dell’immediata rottura di ogni rapporto coi comunisti, allora accusati di subalternità addirittura col nazismo.

In Saragat, già allora, era comparsa quella sua convinzione dell’antitesi tra socialismo democratico e umanitario, da un lato, e comunismo realizzato, di stampo totalitario, dall’altro. Due visioni antiteche, che del resto anche Silone e lo stesso Tasca, due che provenivano dalle fila comuniste e ne erano usciti proprio su questo argomento, avevano prospettato. Non si riusciva tuttavia a comprendere allora perchè il leader dell’autonomismo socialista continuasse ad apporre la sua firma ai vari patti d’unità d’azione col Pci che venivano firmati, anche dopo il fascismo. Nenni, e con lui anche Basso e, sia pur con distinzioni non trascurabili, lo stesso Morandi (gli ultimi due erano rimasti in Italia durante il regime), erano invece convinti della necessità del rapporto unitario coi comunisti per battere il fascismo e quando gli eserciti tedeschi superarono il confine russo, a Nenni ritornò il sorriso e la voglia di lottare assieme ai vecchi compagni d’arma che già in Spagna avevano combattuto il franchismo, col concorso degli aiuti sovietici. La resistenza degli eserciti e della popolazione sovietica all’aggressione nazista aveva fatto il resto e individuato nell’Urss di Stalin l’autentica potenza che aveva consentito di battere Hitler. Se poi si aggiunge che nella resistenza italiana i comunisti erano stati al primo posto nella dura e sanguinosa battaglia contro il nazifascismo ne derivava una considerazione che non poteva certo rimandare alle polemiche del 1921. Anche perchè il Pci di Togliatti non era affatto quello di Bordiga e di Bombacci. Lo si poteva considerare tutto meno che estremista, velleitario e ancorato alla necessità di una rivoluzione armata, facendo “come in Russia nel 1917”. Anzi, come è stato già sottolineato, Togliatti esprimeva spesso posizioni moderate, realistiche, superando a destra lo stesso Psiup. Il problema che Nenni non teneva in sufficiente considerazione, ed è davvero anomalo per chi come lui aveva sempre privilegiato la lettura della situazione internazionale ed era in quel momento ministro degli Esteri, era proprio la natura del regime sovietico e dei paesi che dopo la guerra erano finiti sotto la sua egida e, a seguire, la natura del rapporto tra Pci e Mosca.

Su questo Saragat aveva visto giusto. Lo aveva intuito già quando, a fronte di una visione ottimistica di Nenni sul futuro del comunismo, esplicitata al primo Consiglio nazionale, e che giustificava anche la prospettiva della fusione dei due partiti, visione che presupponeva inevitabile la democratizzazione del comunismo e la creazione di un’unica Internazionale, faceva da contrappeso Saragat, che già intravvedeva alle porte la contrapposizione dei blocchi occidentale e orientale e auspicava una funzione dell’Europa come potenza di mediazione e di propulsione di un dialogo tra le due parti, anche attraverso, com’era ovvio, l’Internazionale dei Partiti socialisti, alla quale quello italiano avrebbe naturalmente dovuto aderire. Per Nenni il comunismo post bellico non poteva ritornare quello dei processi di Mosca degli anni trenta, per Saragat il comunismo sovietico era l’altra faccia del socialismo, di natura totalitaria, burocratica, dispotica. Difficile, in una contrapposizione così forte, permanere a lungo in un unico partito. Si poteva partire, come faceva Nenni, dal giudizio sul Pci italiano per come si comportava in Italia e per quel che sosteneva, si poteva invece partire, come faceva Saragat, dal legame che tale partito manteneva con Mosca e col regime comunista e capire così anche la nuova moderazione di Togliatti e del Pci (una moderazione che rappresentava una vera consapevolezza democratica o la proiezione delle indicazioni sovietiche nella logica di Yalta?). La rivoluzione impossibile pareva in effetti la conseguenza, più che di una conversione di Togliatti alla democrazia “borghese”, della nuova situazione internazionale, che Togliatti, come Saragat e molto più di Nenni, tentava di interpretare. In questo senso sia Saragat che Togliatti appaiono molto più realisti di Nenni.

La causa del tracollo socialista alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 non poteva essere però solo una disfunzione organizzativa. L’Avanti infatti ne individua anche una di natura politica. Secondo il quotidiano socialista, diretto da Pertini, “il partito era stato incapace di dare una direttiva al Paese ed era irrimediabilmente diviso tra tendenze che non riuscivano a trovare un minino comun denominatore” (1). Secondo l’Avanti il partito aveva dato all’operaio e all’impiegato non una linea, ma “l’opinione del socialista A contro l’opinione del socialista B” (2). Quanto alla debolezza organizzativa il ragionamento era semplice. Se i comunisti a Torino avevano 58mila iscritti e i socialisti solo 14mila, allora anche il risultato del 2 giugno, che vedeva un Psiup più forte del Pci, poteva essere facilmente ribaltato in elezioni amministrative dove la mobilitazione era più incisiva rispetto al voto politico, che era più condizionato da un moto di opinione. E per di più a fronte di una grande astensione. La sconfitta alle elezioni amministrative del 10 novembre diede il colpo di accelerazione alla scissione, ma non ne fu certo la causa. La vera ragione fu proprio la diversa concezione del socialismo che potremmo definire, da un lato, quella di dimensione democratica e umanitaria e, dall’altro, quella rigorosamente classista. La prima portava ad una netta distinzione tra socialismo e comunismo e alla conseguente rottura tra socialisti e comunisti in Italia, la seconda alla più stretta unità d’azione in nome degli interessi del proletariato. Questo, del rapporto col comunismo e coi comunisti, non rimanda a letture ancorate ad etichette prefabbricate di destra e di sinistra nei confronti delle tendenze politiche interne al Psiup.

Prendiamo la corrente di “Iniziativa socialista”, che aveva prospettato la rottura del Cln in nome della pregiudiziale repubblicana, poi dei governi ciellenisti e l’opposizione alla presidenza democristiana del Consiglio e che era sostenuta da giovani antifascisti e da ex partigiani che nulla avevano a che fare con le vecchie barbe riformiste. Consideriamo anche la posizione di “Critica sociale”, dove invece avevano trovato la loro naturale collocazione quasi tutti i vecchi riformisti, a cominciare da Saragat fino a Simonini. Questi stessi avevano contestato la politica del partito non solo sul tema della fusione e del rapporto col Pci, ma anche sulla questione della partecipazione al governo e sulla evidenziata subalternità socialista alla Dc. In loro l’autonomia pareva valore assoluto. Anche se è netta l’impressione che le polemiche suscitate da questi ultimi sul lato destro fossero funzionali, come si dimostrerà nel prosieguo della evoluzione politica e di governo, a mantenere un rapporto di coesione col gruppo di “Iniziativa”. Era la questione del rapporto col comunismo internazionale e di conseguenza col Pci, il pomo della discordia, non l’identità di sinistra e di destra. Saragat aveva parlato al congresso di Firenze di una netta contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo autoritario. Del primo i socialisti italiani, a giudizio di Saragat, hanno avuto scarsa coscienza. Egli sottolineava come “la maggioranza, la grande maggioranza dei lavoratori dei paesi dell’Europa occidentale e centrale milita sotto la bandiera del socialismo democratico. Allora perchè questa sfiducia nelle forze costitutive del socialismo italiano, da parte dei nostri dirigenti? Perché solo da noi le masse operaie dovrebbero allontanarsi da quello che fu il loro partito storico?” (3). Domande che i socialisti si sarebbero più volte rivolti anche in seguito. E lo stesso Saragat, che col nuovo partito non riuscirà mai a sfondare una percentuale da forza politica minore, se le sarebbe rivolte ancora. Saragat continua analizzando la situazione del paese del socialismo realizzato e dichiara: “Si era in diritto di attendere che questa prima fase della dittatura, per carattere progressivo che tutti i governi operai hanno necessariamente in se stessi, avrebbe avuto un carattere transitorio e sarebbe fiorita una vera democrazia. Assistiamo invece ad un processo di involuzione, che pare smentire nel modo più clamoroso le previsioni di Marx. Invece di assistere a quella morte dello Stato che era nella profezia di Engels, abbiamo assistito al contrario. Invece di assistere all’eliminazione della burocrazia come corpo separato dalla massa del popolo, che è una delle dottrine più costanti del marxismo, abbiamo assistito allo sviluppo enorme di una burocrazia onnipotente, che si separa sempre più dalla massa del popolo. Insomma tutti i fenomeni che abbiamo constatato nel totalitarismo borghese, si verificano, su un ben diverso piano umano, ma con una simmetricità singolare, nel totalitarismo proletario” (4). La conclusione era: “E’ camuffare i dati presentare il comunismo come convertito alla nozione democratica del socialismo occidentale, quando tutto nella sua struttura organizzativa, nella sua politica, nella sua mentalità, grida il contrario” (5).

Dal canto suo Rodolfo Morandi, che si era distinto da Basso, e in parte anche da Nenni, per l’elaborazione di contenuti non omogenei a quelli comunisti e aveva portato avanti il progetto dei consigli di gestione operai anche da neo ministro dell’Industria, rispondeva a Saragat con una certa decisione: “La sinistra”, afferma Morandi, “che considera l’esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe (…) ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stesso affiancamento di essi nell’azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa qualità di classe. La destra, invece, non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno attorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che non possono tenersi con altri partiti” (6)). Due opposte concezioni della politica del partito, dunque. E un partito unico che stava dividendosi ancora sul solito tema del rapporto coi comunisti. Una dannazione.

Mauro Del Bue

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