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Luigi Tenco cinquant’anni dopo

30 gennaio 2017 127 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Rimasi sconvolto. Avevo appena 15 anni e quando un amico mi comunicò la drammatica notizia del suicidio di Tenco mi colse un brivido. Di protesta, di ribellione, non solo di sconcerto. Fu il primo che mi prese in età adolescenziale. Il resto lo modulai nel successivo sessantotto studentesco. Conoscevo di Tenco gia alcune canzoni: “Mi sono innamorato di te”, “Ho capito che ti amo”. Mi addormentavo dopo la sigla di chiusura di Maigret, dopo quel dolcissimo, poetico, disperato “Un giorno dopo l’altro”, dove si proponeva amaramente la speranza come “un’abitudine”. In stile e profumo parigino.

Tenco mi aveva già conciliato con la depressione estetica del ragazzo cresciuto nel tranquillo dopoguerra. Quello in cui dovevamo essere contenti di essere nati. Senza bombe, senza morte, senza fame, con la televisione, il papà con la Cinquecento e la mamma con la lavatrice. I problemi di un giovanissimo alla ricerca di se stesso potevano aspettare. E invece no, Luigi Tenco ci aveva raccontato anche le nostre angosce. La sera prima di quel 27 gennaio avevo ascoltato con mio padre, che provvedeva a registrare le canzoni del Festival attraverso un apparecchio rudimentale col filo, tutte le esibizioni e quando comparve Tenco con la sua “Ciao amore ciao” ne restammo rapiti entrambi.

Lui impersonava anche fisicamente il giovane ribelle, con la sua chioma spettinata al vento e gli occhi così espressivi. Era però, la sua, una ribellione colta, con giacca e cravatta e tinta intellettuale che nulla c’entrava con lo stile rude dei complessi dei capelloni. Il testo era di un’originalità impressionante per l’epoca. Parlava di emigrazione, di strade bianche come il sale, poi quel “non sapere fare niente in un mondo che sa tutto” e ancora “il non capirci niente e aver voglia di tornare da te” erano sussulti di ansie che scoperchiavano le nostre. Quello sparo in testa perché il pubblico gli aveva preferito “Io tu e le rose” e la giuria “La rivoluzione” era protesta che mi aveva centrato il cuore e che andava ben al di là del Festival di Sanremo. Toccava e accusava la cultura dominante, il gusto di un popolo conformista e subalterno alla logica della società dei consumi. Indicava una necessità di cambiamento.

Andai allora alla ricerca di tutti i dischi a 45 giri e a 33 di Tenco, avidamente. Rintracciai l’ultimo pezzo, una specie di annuncio, la straziante “Vedrai, vedrai”, che poi si rivelò essere stata dedicata alla madre. Poi via via tutte le altre. Forse ne travisammo il senso, lo feci anch’io, sempre coniugato e disvelato attraverso quel gesto estremo. D’incanto Tenco da cantautore dimenticato divenne il prodotto più venduto. Il suicidio l’aveva elevato a prodotto di consumo generale. Anche questo non sopportavo. Tuttavia un adolescente ha bisogno di miti. Naturalmente i miei divennero i suicidi, assieme ai cantautori francesi da Brassens a Brel, a Leo Ferrè, poi i poeti maledetti, Verlain, Mallarmè, Bodelaire, e soprattutto Cesare Pavese, che di Tenco era lo scrittore preferito. Di Pavese lessi di tutto. Da “Lavorare stanca” fino alle “Poesie del disamore”, passando attraverso i romanzi, soprattutto “La casa in collina”, con quello splendido, autobiografico, amaro finale.

Solo molto più tardi ho scoperto il Tenco musicista, il saxofonista che sapeva conciliare melodia e jazz. Che cantava alla Nat King Cole, ma conosceva benissimo Charlie Parker e Stan Getz. Ho avuto modo di gustarmi alcuni vecchi pezzi, anche poco conosciuti, non da me, come “Quando”, “Se sapessi come fai”, riformulati in chiave bluse. Tenco era un creativo, anticipatore della canzone impegnata, ma mai banale, attento a proporre situazioni d’amore insolite anche attraverso versi curiosi come “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”, oppure “Ho capito che ti amo quando ho visto che bastava un tuo ritardo per sentir svanire in me l’indifferenza, per temere che tu non venissi più”, oppure, ancora, il verso in controtendenza e cioé ” Se tu fossi una brava ragazza alla sera invece di uscire andresti a dormire”, e anche, “Ragazzo mio un giorno ti diranno che tuo padre aveva nella testa grandi idee e poi non ha concluso niente. No, no, non credere, vogliono far di te un uomo inutile, una barca senza vela. No, no, non credere, no, che appena s’alza il mare gli uomini senza idee per primi vanno a fondo”.

Ma c’erano anche tante diminuite, armonie nuove, tendenze a portare a sintesi canzone popolare, come nel ritornello di “Ciao amore ciao”, melodie tradizionali e appunto jazz e bluse. Ma questo allora non lo capimmo. O forse neanche ci interessava. Di lui apprezzavamo poesia e protesta, e soprattutto quel gesto disvelatore di estrema, lucida, fredda coerenza. Le note potevano attendere. Cosi a cinquant’anni di distanza, dopo che anche gli altri suoi amici, tranne il solo Gino Paoli, ci hanno lasciato, e magari Fabrizio, che gli dedicò la sua struggente “Preghiera in gennaio”, lo avrà raggiunto laddove il buon Dio bacia i suicidi perché l’inferno non esiste, scopriamo un nuovo Tenco e mezzo secolo dopo cantiamo ancora le sue canzoni con rinnovato entusiasmo, come se fossero state scritte oggi. E ascoltiamo il colpevole festiva sempre in attesa che lo vinca lui.

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