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Andare oltre il Psi

16 maggio 2017 106 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

So già che questo mio fondo provocherà qualche reazione conservatrice. Ma ci sono abituato, visto che fin da ragazzo mi é capitato di essere giudicato e condannato come revisionista. Uso volutamente questo vocabolo che é negativo solo per chi considera la teoria politica, una volta si chiamava cosi, usiamo oggi il termine più moderno di identità, come intoccabile, immodificabile, da custodire e conservare, dunque. Sono stato allevato alla scuola del vecchio Psi che ha avuto il coraggio di fare la sola Bad Godesberg della sinistra italiana già a partire dagli anni settanta. Noi giovani socialisti abbiamo abbracciato la tesi revisionista del socialismo sfidando prima sul versante socialdemocratico, e poi del socialismo liberale a partire dagli anni ottanta, la sinistra conservatrice, allora tardo comunista o vetero socialista.

Questo indirizzo metodologico personalmente non ho mai abbandonato rifiutandomi sempre di alzare le mani di fronte ai dogmi ideologici, alle parole santificate, ai principi assoluti. Dico anche che il nostro, il mio, andare oltre, è sempre stato coniugato con lo studio, la ricerca, il massimo rispetto per la tradizione. D’altronde, se vuoi andare oltre devi ben sapere da cosa. Altrimenti é un girovagare senza senso. Anche Occhetto, dopo la Bolognina, proclamò la necessità di andare oltre. Ma si trattava di un percorso unicamente rivolto a non venire con noi. Il suo oltrismo era solo preoccupazione di non finire in braccio a Craxi. Poi, non dimentichiamolo, son passati quasi trent’anni e di acqua sotto i ponti ne é transitata parecchia.

Oggi é inutile trincerarsi dietro una parola dai mille significati, e cioè socialismo, quando sappiamo bene che di essa si sono forgiate nella storia le più disparate esperienze, alcune anche tragicamente fallite. La nostra storia va circoscritta. Noi, io almeno, siamo figli del socialismo riformista e liberale. Cioè del pensiero e dell’azione di Filippo Turati, Camillo Prampolini (lo cito per l’originale capitolo del socialismo cristiano), di Carlo Rosselli, di Giuseppe Saragat, del Pietro Nenni autonomista e di Bettino Craxi. In Europa siamo fratelli di Blair, di Schroeder, oltre che di Brandt e Mitterand, di Gonzales e Soares. Non ci appartiene, non mi appartiene, il socialismo scientifico ortodosso, né quello filo comunista degli anni quaranta e cinquanta, ma nemmeno il neo estremismo pan sindacalese alla Hamon e Corbyn, i nuovi sconfitti. E tanto meno quello che in qualche misura si ricollega alla pur nobile tradizione del Pci.

Sento forte, da un lato, l’esigenza di salvare questa nostra, mia, storia, oggi incredibilmente dimenticata e oltraggiata, come se Tangentopoli avesse d’un colpo spazzato via non solo il Psi degli anni ottanta, ma tutta la storia del socialismo riformista e liberale, come se avesse travolto nel più assordante silenzio anche Turati, Saragat e Nenni. Come se avesse segnato un filone unico di evoluzione e cioé quello che si ricollega esclusivamente alle storia del comunismo e del cattolicesimo italiano. Ma sono, vorrei dire siamo, dobbiamo essere tutti convinti, che il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di innovare, anche profondamente questa storia. Di non farne un feticcio, un indissolubile e ansioso rifugio dei nostri desideri che si scontrano poi con la realtà rendendoci frustrati, delusi, spesso chiassosamente polemici.

Per questo, anche approfittando della crisi profonda che sta attraversando l’insieme dei partiti socialisti europei e della contemporanea vittoria di Macron in Francia, dobbiamo capire cosa possiamo fare noi, piccolo e residuale partito socialista italiano. Capirlo adesso, senza rinviarlo al domani. Riccardo Nencini propose il tema subito dopo le elezioni del 2013, piuttosto inascoltato, in particolare proprio da coloro che poi lo hanno accusato di cedimento nei confronti del Pd. Non mi va che a fronte dell’esigenza di forte rinnovamento il Pd paia più nuovo di noi e che il nostro piccolo partito si presenti come un portatore di integralismo. Una sorta di reperto archeologico che appartiene ad un’altra età. Non sono affatto convinto che basti dichiararsi nuovi o innovativi per essere utili oggi. Il nuovismo non é mai stato produttore di effetti positivi. E il Pd, oltre all’ambiguità del suo fondo ex comunista ed ex democristiano che finisce per contribuire a deformare anche la storia italiana, pare senza un solido punto di riferimento ideale. Lo stesso Renzi parla di fiducia, di ottimismo, di convinzione, di rottamazione, oggi solo di rinnovamento, ma questi sono mezzi, non fini. Non rappresentano una scala di valori, ma solo strumenti del fare politica.

Avrebbe bisogno di ben altro il Pd e personalmente penso che una via, anche per noi, potrebbe essere costituita, anche approfittando della scissione degli ex comunisti che hanno già eletto Enrico Berlinguer a loro vate, dall’appello a costruire il Pd due, un nuovo partito con socialisti, radicali, verdi. Un nuovo partito che segni un punto di rottura col Pd uno, appunto prevalentemente, se non completamente, post comunista e post democristiano, dunque bicefalo e proprio per questo dotato di una sintesi senza identità. Non saprei se questa operazione sia possibile. Ne dubito. Ma la giudico la migliore, la più motivata, la più idonea anche per noi. L’altra via é quella della fondazione di una nuova forza liberalsocialista e ambientalista che guardi alle elezioni del 2018, ma anche a dopo la scadenza elettorale.

Questo soggetto, chiamiamolo Rosa nel pugno due, dovrebbe nascere con una grande convenzione programmatica e identitaria, con un progetto capace di ispirarsi alla nuova triade “equità, libertà, ecologia” e che punti a superare le reciproche diversità andando oltre le specifiche storie e tradizioni. Questo nuovo soggetto vedrà insieme cosa fare alle elezioni politiche, con chi allearsi, se presentarsi autonomamente oppure no. Se confluire in altre liste o addirittura, come professano i radicali, non presentarsi affatto e magari prestare qualche uomo ad altrui lista. Quello che a me interessa é oggi approdare a una nuova riva. Lo penso non da adesso, ma dopo le elezioni francesi lo rivendico come un obiettivo necessario. E anche immediatamente perseguibile. L’ho detto a Salerno e ripetuto a Roma. E da lì occorre iniziare il percorso che ci porterà alla prossima primavera. Restare fermi al Psi, credetemi, ci indebolisce, finisce perfino per abbruttire noi e per rendere anche meno tutelata la nostra storia.

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