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La bella politica

28 luglio 2017 170 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Di fronte all’aggressione e alle offese, al taglio della nostra dignità, mi viene in mente la politica, la bella politica che ha avvinto la mia generazione. Quella che ha scelto di leggere e di studiare, quella che ha avvertito come un fremito, un impulso a battersi per un ideale e a dedicargli la vita. Quella che ha sacrificato una professione, perché la politica era al vertice delle professioni, la più alta e nobile, quella che approfondiva la storia e progettava il futuro. La politica che respiravi al Liceo, dove la coniugavi ai primi amori e al suono romantico di una chitarra che mormorava De André e Guccini, ma anche Brel e Brassens e Leo Ferrè, con quel mi cantino mai completamente accordato. La politica che affrontavi nelle prime assemblee col cuore a mille e tutto sudato, io per dirmi riformista in un mare di rivoluzionari, anche per l’onore di andare contro corrente, dopo avere recitato i versi di Filippo Turati al congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921, quella eresia laica che si contrapponeva al mito dei soviet.

Ma anche gli altri, che all’Università si travestirono o da indiani metropolitani o da autonomi o giù di lì, che ci avrebbero forse anche ammazzato, erano votati al regno della bella, ma purtroppo tragica, politica. Sognavano e si illudevano di fallaci scorciatoie. Nessuno pensava di fare il dirigente d’azienda, l’avvocato, il medico. Io filosofo, altri psicologi e sociologi, quasi tutti giornalisti. Quanti giornali abbiamo fondato, scritto, distribuito, con le dite gelate dal freddo. E quanti volantini e ciclostilati con l’odore di alcool. La politica non era l’unica passione. C’era la musica, la letteratura, il teatro, il cinema, l’arte e anche lo sport. Ma era l’unica attività. Non conciliabile con altre, nonostante le lauree. Era il mondo di domani che potevi costruire. L’errore è stato quello di non prevedere che le grandi innovazioni sarebbero state prodotte dalle tecnologie più che dalle filosofie. Ma era la cultura umanistica quella che ci aveva avvinto. Ne eravamo completamente prigionieri.

Poi le grandi lotte, quelle nelle istituzioni, nei Consigli comunali e provinciali, in un Psi ancora denso di troppe correnti, ma vivo, passionale. Fino al nuovo corso, dopo quel 1976 che aveva assegnato al Pci berlingueriano il monopolio della sinistra. E mentre altri amici si intrupparono in cruente illusioni e la politica s’era fatta rischiosa, e di notte ti guardavi alle spalle, perché gli omicidi erano all’ordine del giorno, le grandi rincorse verso l’Europa socialista, mentre il berlinguerismo s’era fatto cupo e si scontrava con il muro di una terza via inesistente. E le nostre vittorie, mai complete, passo dopo passo con idee nuove, le nostre Rimini, il garofano rosso, la presidenza Pertini e il governo Craxi. Gli anni delle elezioni politiche con comizi e cene e giornali ancora, e perfino i primi libri e le elezioni alla Camera dopo tante preferenze conquistate in quattro province.

Gli anni della fine del comunismo, di quell’89 che forse il Psi non comprese fino in fondo, quelli dell’affermazione leghista, del nostro trionfo nelle storia che diverrà sconfitta, anzi tragedia nella politica. Gli anni dove forse commettemmo l’errore di considerare lunga un’onda che poteva essere alta e travolgerci. Gli anni dove subimmo tentazioni e qualcuno si lasciò andare a qualche vizio. Poi la fine e forse la nostra prova migliore. La prova delle prove. Soli contro tutti. Guardati a vista, perfino perseguitati e convinti di non mollare mai. I tentativi di ripartire senza un soldo nei sottoscala dei condomini di periferia. Le rincorse elettorali con manifesti incollati da mogli e parenti. Le riunioni di carbonari di una storia che s’intendeva cancellare. Penso che questi venticinque anni abbiano dimostrato di che tempra siamo fatti, noi che abbiamo dedicato la vita alla politica. Siamo stati convinti a continuare per non darla vinta a chi ha trasformato in torti le nostre ragioni, a chi ha inteso mettere la pietra tombale alla nostra storia che é anche quella della nostra vita.

Adesso in questo Parlamento considerano la politica e i partiti o passatempi da dilettanti o le fonti dei nostri mali. Gli ignobili improperi che ho ascoltato dal fronte grillino-melonian-salviniano, purtroppo coi renziani accondiscendenti, mi hanno amareggiato, e anche profondamente irritato. Considerano noi colpevoli dei loro errori, attribuiscono a noi le loro vergogne, alla nostra storia la loro incapacità. Al successo di un’Italia forte e stimata nel mondo con un debito al 90 per cento e un pil al doppio di quello europeo, la loro sconfitta. L’Italia diventa colpevole e l’Italietta innocente. Questo taglio alla nostra dignità é molto più forte di quello ai nostri emolumenti. E’ insopportabile. Mi viene in mente la bella politica e la raffronto costernato alla peggiore scena della storia di Montecitorio, peggiore anche del cappio di Orsenigo che almeno era un segno di guerra e di morte, non di ipocrisia, peggio delle storiche scazzottate tra fascisti e comunisti. Due gruppi che urlano: il taglio é mio. E nessuno me lo tocca. Scena da Paperopoli, da guerra della marmellata. Non avrei mai pensato che si potesse scivolare così in basso. E mi sono venuti in mente i tempi in cui sfidavamo le mode e i dogmi. In cui non seguivamo i sondaggi, ma cercavamo di orientarli. In cui c’era la bella politica e mi sono anche venute le lacrime. De Rita sostiene che viviamo nella fase del rancore e del rimpianto. Spero che il rimpianto si sganci dal rancore e contribuisca alla storia della verità.

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