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Un Trovatore scintillante

28 ottobre 2017 117 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il giovane Andrea Battistoni, che è ormai più di una promessa nel panorama lirico internazionale, singolare somiglianza con il cantautore Riccardo Cocciante, ha saputo regalarci un Trovatore scintillante, nella coproduzione tra i teatri di Reggio Emilia, Modena e Pisa, con allestimento dell’Ente lirico di Trieste, andato in scena venerdì 27 ottobre al teatro Municipale Valli di Reggio Emilia. Lo ha condito con accenti ad un tempo drammatici e dolci, aggressivi e tenui, interpretando così al meglio un capolavoro verdiano assolutamente duale, basato proprio sul contrasto tra tragedia e amore, dominato da un destino inesorabile. Duale come la vicenda del figlio di Azucena, che non é figlio suo, perché “il figlio mio avea bruciato”. Battistoni ha saputo dare senso e colore al contrasto di fondo che anima l’opera. Con accentuazioni nel timbro degli accenti guerreschi e degli impeti di vendetta (per amor non corrisposto e per dovere di figlia), e con sfumature di alto riflesso romantico in quello melodico, che accompagna l’amore tra Manrico e Leonora e quello materno di Azucena per il figlio e del figlio per lei. Il giovane maestro ha saputo esprimere con la velocità, caratteristica fondamentale dell’opera, accentuata con fortissimi accompagnamenti orchestrali nei cori e nelle imprecazioni, nelle suggestive premonizioni, ammonizioni, imprecazioni, un emozionante mosaico di sentimenti. Così come nei rallentamenti, coi pianissimi e gli sfumati, ha messo in risalto, anche nei particolari, le sottolineature di taluni momenti fondamentali dell’opera, caratterizzati da ripiegamento e pathos. Difficile parlare del Trovatore verdiano senza cogliere il tema della contrapposizione. Anche nello svolgimento della trama. Un lungo racconto notturno con poche azioni, poi d’impeto il finale che si risolve in qualche secondo, con il suicidio di Leonora, la morte di Manrico, la rivelazione di Azucena che il conte di Luna ha ucciso suo fratello, lo sgomento di lui (“Quale orror”) e la rassegnata evocazione alla madre “vendicata”. Il Trovatore é forse l’opera verdiana che propone più arie e per questo è entrata nel cuore degli appassionati, non solo per il do della Pira (siamo nel 1853 e Duprez aveva inaugurato il do di petto già nel 1831 cantando il Guglielmo Tell a Lucca), ma per le melodie quasi ballabili che spuntano come funghi nel verde bosco della partitura. Orchestra Toscanini all’altezza dunque, anche se i fiati ne rappresentano sempre la parte più carente. Penso a quell’inizio un po’ sfasato tutto incentrato sull’esplosione dei corni, fagotti, trombe e che annunciano un castello con armigeri in pompa magna. La regia e la scenografia mi sono apparse poco invasive, sul tradizionale (e non è male), con intelligenti invenzioni di supporto (il ballo degli spadaccini, la torre quasi metafisica). Interessante anche la ricerca di una fedele interpretazione del libretto nei rapporti sul palcoscenico dei vari soggetti, Che si incrociano, si guardano, si cercano. Un libretto, quello di Cammarano, del quale non si è detto mai abbastanza male (“Svenami, svenami, ti bevi il sangue mio. Calpesta il mio cadavere ma salva il Trovator”). Roba da Donatella Rettore, insomma. Ma che in fondo si attaglia a una musica che cerca anche il macabro, oltre all’estatico, come nel magnifico concertato fondato su quel “Sei tu dal ciel disceso o in ciel son io con te?”. Confesso che nutrivo qualche perplessità sul soprano coreano Vittoria Yeo. Possibile essere ad un tempo Mimì e Desdemona e poi misurarsi col timbro di Leonora? Possibile dunque utilizzare un registro lirico per una parte da soprano drammatico? Inutile però oggi intervenire con distinzioni che appartengono all’epopea del melodramma. Con voce intonata ed espressiva, ma senza accenti gravi, la Yeo si é misurata con la romanza “Tacea la notte placida”, poi é cresciuta anche drammaticamente regalandoci un finale da brividi. Nel primo quadro della parte quarta il suo “D’amor sull’ali rosee” é stato interpretato con accenti convincenti, destando emozione per i suoi filati. Un soprano destinato ad altri palcoscenici. Il Manrico di Gianluca Terranova assolve al compito di misurarsi con un’impervia partitura. Lo fa sommando due registri diversi e anche contrastanti. Ha una voce fino al sol e poi ne assume un’altra tutta di testa nel tessuto più acuto. Questo produce effetti poco gradevoli. Si misura come Ercolino sempreinpiedi con la pira. E quell’allarmi che spesso si trasforma in un islamico Allà, tagliando il “rmi”, Terranova lo pronuncia intero alla Pavarotti, scusate il paragone. Con ben altra qualità vocale, ovvio. Bene l’Azucena di Silvia Beltrami, nelle sue espressioni amorevoli e violente, dominata da quel “Mi vendica” della madre. Lei pure madre, ma di un altro figlio, figlia di una madre mandata al rogo e che al rogo, per sbaglio, aveva mandato il figlio suo. Un dramma nel dramma. E’ la maternità, chiave dell’opera, a dominare. La Beltrami risulta drammaticamente e melodicamente convincente, come convincente é il Ferrando di Francesco Milanesi. Poi? Poi dispiace parlare del baritono Vittorio Vitelli, che dicono fosse indisposto. Se era cosi doveva comunicarlo, come sempre avviene in questi casi. Mettiamoci le difficoltà della parte, a causa di una tessitura alta per un baritono, ma il suo Conte di luna, forse la figura principale dell’opera, é stato imbarazzante. Il “Balen del suo sorriso”non é stato cantato, ma stonato e urlacchiato, con il maestro che tentava di regalare tempi lunghi per respirare e lui che sbagliava gli attacchi. E il conte, forse, rimpiangeva di non essere dal dentista, anche per un molare. Meno male che nel finale ha deciso di cantare sottovoce. Decisione saggia. Il conte di Luna meritava altro interprete. Magari meno indisposto. Una nota di merito per il coro Merulo. Complimenti. Difficile immaginare un complesso capace di proporre insiemi migliori in un’opera largamente corale e con una musica in cui Verdi introduce per la prima volta nella storia del melodramma effetti speciali, come il suono che evoca i colpi del martello nel quadro dell’accampamento zingaresco. Teatro gremitissimo con molti giovani. Applausi per tutti. Tanto il pubblico della lirica é quasi scomparso. Si affida ad altri teatri. A Reggio purtroppo, la conoscenza della musica e il suo rispetto non sono più di casa. Puoi sbagliare una nota, anche dieci e non se n’accorge nessuno. C’era una volta… Ma é meglio lasciar perdere.

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