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Dall’incidente di Bologna al no alla Tav

10 agosto 2018 74 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il botto di Bologna, quel fumo rosso e poi nero che é divampato nei pressi di Borgo Panigale, un crocevia unico che congiunge l’Europa al Centro e al Sud dell’Italia, quel divampare del fuoco, come un infernale e improvvisa condanna a morte, nel cuore di un abitato smarrito e terrorizzato mentre le auto della rivendita Citroen fungevano da moltiplicatori del furioso incendio, meritano più di una riflessione. Lo so, in Italia abbiamo bisogno di morti e di feriti per lanciare avvertimenti e studiare soluzioni. Resta il fatto che i numeri del trasporto su gomma in Italia fanno paura. Sulle nostre strade transitano quotidianamente quattro milioni di Tir. Di questi ben 78mila trasportano materiali potenzialmente letali. Secondo l’Eurostat nel 2017 i trasporti di merci pericolose, soprattutto infiammabili come diesel, benzina, cherosene, solventi e vernici, é nettamente aumentato. Così come in generale resta ancorato all’80 per cento il trasporto su gomma, che continua a surclassare quello su ferro e su acqua.

Da tempo in ogni strategia di ogni paese, e ovviamente anche in sede europea, viene rimarcata l’urgenza di provvedere a correggere questo dannoso rapporto. Dannoso economicamente per i costi, ambientalmente per l’inquinamento che produce, e anche pericoloso come il tragico incidente di Bologna (l’ultimo in verità di una lunga serie) dimostra. Da tempo l’Europa ha individuato i cosiddetti corridoi su ferro che interessano da vicino il nostro Paese. Quelli che ci coinvolgono sono tre: la Lisbona-Kiev, la Rotterdam-Genova e la Berlino-Bologna. Poi ci sono le cosiddette autostrade del mare, che per l’Italia rappresentano un’opportunità unica di rapporto, cone spesso suggeriva il nostro De Michelis, non solo col Medio Oriente, ma anche, grazie a Suez, con l’Estremo Oriente.

L’impressione é che di tutto questo il governo gialloverde non abbia intenzione di occuparsi. Anzi, la posizione irresponsabile di Di Maio e del suo movimento sulla Torino-Lione, appare segnata, volente o nolente, dall’idea di accettare la prevalenza del trasporto su gomma. Anche il mandato affidato per calcolare costi e benefici, lo ha sostenuto il presidente della regione Piemonte Chiamparino, pare condizionato dagli interessi delle lobbies delle autostrade. La modernità e il progresso hanno storicamente provocato reazioni e resistenze, dall’introduzione delle macchine nelle fabbriche quando si formò il luddismo, alle prime automobili di servizio contestate dai padroni delle diligenze, che già avevano contestato le prime ferrovie, fino alla politica delle autostrade quando la sinistra italiana contrapponeva la triade “Scuole, asili, ospedali”. La variante di Valico Bologna-Firenze ha avuto contestazioni furibonde e la mia esclusione dalle liste nel 1994 venne motivata dai verdi massimalisti con il mio esplicito consenso all’opera. La Tav ha avuto avversari non solo in val di Susa, dove si è messo in moto un movimento ideologico che è spesso sconfinato nella violenza.

L’alternativa é tornare indietro. Anzi restare fermi. Il corridoio Lisbona-Kiev é stato più volte rivendicato dalla Svizzera. E in effetti come distanza sarebbe più conveniente collegare direttamente Lione a Trieste passando per il territorio svizzero. L’Italia ha ottenuto il tracciato Torino, Milano, Brescia, Trieste. Il finanziamento del tracciato Torino-Lione (l’altro é già esistente) é finanziato in tre parti uguali da Francia, Italia e Unione europea. Il ministro Delrio nel riformulare il vecchio tracciato ha portato la spesa per l’Italia da 4 miliardi a poco più di 1 e mezzo. L’opera consente di riequilibrare il trasporto tra ferro e gomma, di incrementare il turismo tra Francia e Italia, di aumentare la mano d’opera italiana. Ma soprattutto di concepire l’Italia al centro di una strategia economica che collega Ovest ed Est, Nord e Sud dell’Europa. Non capirlo e pensare di smantellare i cantieri, di distruggere il costruito, di rifiutare i finanziamenti europei, di mandare in rovina aziende e lavoratori, non è solo irresponsabile. E’ folle. Rinunciare, a vantaggio della Svizzera, a un ruolo strategico nel sistema ferroviario europeo é anti italiano. Suggerirei, allora, di cambiare lo slogan: “Dopo gli italiani”.

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