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Dialogo tra Enrico Pedrelli e me sul socialismo

26 Aprile 2019 109 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Caro Mauro,

ho letto il tuo recente articolo su “La confusione del socialismo” e ti ringrazio per aver finalmente aperto un dibattito che come sai mi appassiona, e che riguarda tutti noi. Scrivo allora per esprimere dialetticamente il mio punto di vista. Stiamo parlando di un movimento politico e culturale che ha forgiato almeno due secoli di storia, che ha dato vita alle ideologie politiche più influenti, ed ha influenzando enormemente tutte le altre. È proprio vero che Socialismo è un termine abusato, e neanche per i più preparati è semplice destreggiarsi tra le varie sfumature e sottigliezze di termini.

Così, un conto è il Socialismo nazionale – che non vuole l’abolizione delle nazioni, ma che le considera un tassello obbligato per la costruzione della solidarietà internazionale: in una parola Giuseppe Garibaldi – e un conto è il Nazionalsocialismo di Adolf Hitler. Un conto è la socialdemocrazia – mettere dei correttivi al capitalismo per redistribuirne la ricchezza – e un conto è il Socialismo democratico – il socialismo che aderisce agli ideali democratici. E ancora, un conto è il liberal-socialismo – un liberalismo che con semplice spirito filantropico si occupa del sociale – e ancora diverso è il Socialismo-liberale di Rosselli. Esso mantiene l’impianto della critica marxista, è addirittura classista, ma supera il dogmatismo e il determinismo (basta insomma con “la rivoluzione comunista è inevitabile!”). Proprio Rosselli, per dare al movimento socialista quel vigore che aveva perso con la disillusione delle promesse marxiste, propugna un “ritorno al passato”. Chi allora è più vetero di lui?

Egli considera il socialismo erede del liberalismo perché nato per rendere concreto nella pratica ciò che il liberalismo aveva cristallizzato nelle costituzioni borghesi: libertà, uguaglianza, fratellanza. Socialismo come liberalismo in azione, per estendere a tutti le libertà appannaggio di una sola classe sociale, attraverso la lotta nella sfera economica. Perché se la borghesia fissava le libertà politiche dopo aver raggiunto l’apice della sua potenza culturale ed economica, così il proletariato doveva conquistarsi la sua influenza nella vita economica, ma usando proprio quelle libertà politiche dette “universali” come grimaldello. Un ragionamento che io credo ancora attuale, e che però non presta il fianco a moderatismi sorta, ma esprime un vero e proprio riformismo rivoluzionario!

Chi scrive non è classista. Penso che prendendo atto della modernità liquida magistralmente descritta da Bauman, usare le vecchie categorie sociali sia sbagliato: il consumismo (e la vecchia fase del benessere diffuso) ha appianato tutte le differenze creando di fatto un’unica grande liquidità di consumatori. Certo, ad un’attenta analisi (tanto per iniziare, che renda conto del reddito) le classi sociali si possono individuare: ma non in maniera così netta e manifesta come una volta (chi fa l’operaio una stagione, poi disoccupazione, poi qualche lavoretto, e intanto vive dai suoi genitori pensionati, fa parte di una “classe operaia”?), e soprattutto queste classi – queste categorie – non hanno alcuna coscienza di sé. Niente coscienza di classe, niente lotta di classe; ma neanche il compromesso sociale!

Un panorama radicalmente diverso dagli anni ’80, l’epoca d’oro: il massimo della ricchezza italiana; e per redistribuirla c’era bisogno di “allargare le maglie” di una società troppo ingessata e che chiedeva più flessibilità. Mettere in discussione i sindacati quando sono alla massima potenza? Promuovere il privato quando il pubblico è totalizzante? Essere eretici quando la chiesa marxista-leninista dominava e perseguitava? Aveva senso all’epoca: oggi, visti alcuni esiti, bisogna ripensare queste mosse politiche in maniera più profonda, facendo anche autocritica se necessario…

In un panorama dove i corpi sociali e intermedi non esistono più, domina un individualismo sfrenato, il pubblico è stato svenduto e il privato delocalizza e lascia l’Italia (quanto è stata aiutata la FIAT negli anni? Non era meglio nazionalizzarla?), e a “sinistra” è in vigore la gara a chi è più liberale (le “liberalizzazioni” le han fatte gli ex comunisti…) continuare a portare avanti la stessa linea degli anni ’80 è inutile e dannoso; anche se ci sono dei problemi che sono sempre gli stessi.

Ma anche problemi che si sono acuiti. La globalizzazione negli anni ’80 era appena iniziata, e portava benessere perché scongelava un mondo diviso in due dalla cortina di ferro; oggi invece è completa e rende impotenti gli stati che non riescono più ad applicare il compromesso socialdemocratico per redistribuire la ricchezza. La finanziarizzazione pure aveva inizio, con benefici che si sono trasformati in maledizioni con la crisi del 2008, da cui ancora non siamo usciti. L’immigrazione era ancora un fenomeno emergenziale: oggi è un fenomeno ordinario e strutturale.

Sull’immigrazione per i socialisti il tema dovrebbe essere: dovere morale di accogliere chi è in difficoltà (nel breve periodo), e risoluzione di quei problemi che l’immigrazione la creano (nel lungo periodo). Inutile dire che quei problemi sono dovuti in buona parte al capitalismo, perché pur nella completezza della globalizzazione questo sistema economico ha sempre bisogno di drenare energie e risorse dal terzo mondo: ricchezza nostra, povertà loro. Chi invece aiuta l’Africa (a beneficio suo) è lo stato-imprenditore cinese, con piani strutturali e di lungo periodo che renderanno egemone da qui a pochi anni il colosso orientale. Noi invece siamo intrappolati nell’ideologia liberista, che vuole lo stato-regolatore (l’ingegnere sociale!) che è succube di tutto: dei privati, dell’economia in generale, delle decisioni degli altri stati, persino di sé stesso.

L’Italia può solo essere uno stato debolissimo in questo senso. E l’Europa? Fin ora ha creato il più grande polo commerciale del mondo, obiettivo gustoso per le mire d’oltre Atlantico (TTIP, CETA) e d’Oriente (Via della Seta). Subiremo le iniziative degli altri continenti, mentre le disuguaglianze aumentano e si fanno insopportabili: questo finché non capiremo che la ricchezza da redistribuire non è più a portata di mano, e che quindi il mercato unico va bene, ma non è più quello che ci serve al momento.
In conclusione: serve una grande stagione di giustizia sociale europea! È questo il compito storico dei socialisti europei.

 

Caro Enrico,

sai che ti conosco e ti stimo molto, come credo sia noto. Primo. Sì, un conto é il socialismo nazionale, ben altro é il nazional socialismo. Ci mancherebbe. Ovvio che le pulsioni che hanno animato il patriottismo italiano e che furono alla base del nostro primo socialismo nulla hanno a che fare con un’ideologia nazionalista, autoritaria, violenta e anche razzista. Sulla differenza tra socialdemocrazia e socialismo democratico sono meno convinto. Cosa li distingue? Può esistere un socialismo democratico che non corregga, ma abolisca il capitalismo? E’ mai stato costruito? Forse era nella testa di Lelio Basso. Ma é rimasto lì.

Secondo. Più complicato è ragionare su ciò che resta degli anni ottanta dal punto di visto politico. La teoria del merito e del bisogno, certo. Lo dici tu, che non sei classista, ma quella di Martelli era una teoria esplicitamente interclassista. Ipotizzava addirittura un’alleanza tra i portatori di merito e chi soffriva un  bisogno. Non un’alleanza tra lo stato e chi ha bisogno, cioè il reddito di cittadinanza. Un’alleanza sociale, un patto sociale. Oggi per la verità nulla di tutto questo esiste. I portatori di merito non solo non sono in condizione di aiutare gli altri, ma spesso non sono in condizione neppure di aiutare loro stessi. Penso ai tanti talenti italiani all’estero. Il discorso si fa troppo lungo. E questo é solo un accenno al modo col quale dovremmo rapportarci alle nostre intuizioni del passato.

E penso al tema sul quale spesso ho scritto. E’ vero che oggi siamo di fronte, contrariamente agli anni ottanta, quando parlavamo di nuove povertà, alla povertà più vecchia, quella materiale che pensavamo allora non esistesse più in Italia, anche se il dato dei 5 milioni di poveri, come si evince dalle recenti pubblicazioni delle carte Inps sulle richieste del Rdc, é esagerato. Siamo indubbiamente di fronte a nuove e preoccupanti disuguaglianze sociali e a una crisi del ceto medio. Ma questa nuova situazione, frutto di una globalizzazione e di una finanziarizzazione che certo non esistevano, o erano appena accennate, negli anni ottanta, la vogliamo affrontare con un ritorno al vetero socialismo di stampo neo statalista? Io credo che non sia neppure possibile, alla luce delle difficoltà delle finanze pubbliche, che non vuol dire accedere a una visione tardo liberista, cioè alla cancellazione del ruolo dello stato in economia. Faccio qualche esempio concreto. Nei servizi telefonici era meglio prima? O il cittadino ci guadagna dalla competizione di più soggetti sul mercato? Questo potrebbe valere anche per altri servizi. Io non ho optato per il sì all’acqua pubblica, perché non ne capisco il beneficio sociale, cioè se sia nell’interesse del cittadino, se sia a costi più bassi e di qualità. O se sia solo un cruccio ideologico. L’interesse dei cittadini, e non la natura del servizio, questo penso debba essere il caposaldo di un nuovo socialismo eretico quant’é necessario, moderno, creativo, disponibile a cambiare e nel contempo assolutamente fedele a valori di fondo non barattabili.

Per questo non mi viene un’altra definizione se non quella di socialismo liberale. Rosselli, ti preciso, nel suo libro “Il socialismo liberale”, ritiene che l’iiliberalità del leninismo fosse già in Marx. E io sono d’accordo. Una teoria che pensa all’indifferenza della persona e ipotizza categorie quali la dittatura del proletariato come entità astratta (Prampolini giustamente osservava nel 1920 che tale dittatura in Italia sarebbe stata affidata ai capi del Partito socialista e ne diffidava) non può essere oggi la nostra fondamentale ispirazione. Se dovessi oltre a Rosselli che, hai ragione, tutto può essere considerato, tranne un moderato, trovare qualche musa ispiratrice direi, oltre al più geniale e laico dei socialisti, e cioè Filippo Turati, a molte nostre intuizioni che abbiamo citato e che appartengono proprio al miglior riformismo revisionista, a Schroeder e Blair, esclusa la posizione sull’Iraq, ai nuovi socialisti portoghesi, ma anche a nuove culture ed esponenti di altre scuole. Non posso non definirmi liberale quando leggo Popper, ad esempio. Mi sento molto legato all’eresia illuministica, al revisionismo di Bernstein, a quello che appassionava Saragat, l’austromarxismo, a tutta la tradizione radicale italiana, alle eroiche lotte di libertà di Marco Pannella, ma anche a molte moderne scuole di pensiero che analizzano con spirito critico le contraddizioni del nostro tempo, penso al libro di Tremonti, ad esempio. Ti confesso che per essere ancora socialista ho bisogno di essere anche altro e di contaminarmi. Anzi io credo che l’unico modo moderno e attuale di essere socialista sia non esserlo solamente. Ciao e continua così, tuo

Mauro Del Bue

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