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Gianni é la forza di volontà

14 Maggio 2019 140 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ho conosciuto bene Gianni De Michelis e gli sono stato amico, in particolare dopo la fine del Psi e il tentativo di rinascita col Nuovo Psi, che prese avvio a un anno di distanza dalla morte di Craxi, nel gennaio del 2001 e che lo vide segretario di un partito del quale divenni vice, poi, in sua rappresentanza, sottosegretario nel 2005 e deputato con le elezioni del 2006. Nel 2007 venni eletto segretario nazionale con De Michelis, divenuto nel 2004 deputato europeo, alla presidenza. Mi aveva colpito la sua tenacia, testarda, invincibile. Non si era rassegnato all’idea che una forza socialista italiana fosse per sempre perduta. E si era messo al lavoro, cocciuto come sapeva essere, spingendo, emozionandosi, spesso piangendo. E asciugandosi le lacrime con un lembo di cravatta. Insieme decidemmo che i socialisti non potevano aderire al nuovo Pdl e optammo per la costituente socialista, che metteva insieme lo Sdi, noi, il gruppo di Bobo Craxi e Saverio Zavettieri, Rino Formica, gli ex diesse Angius, Spini, Grillini e altri. Come é noto quel disegno fallì soprattutto per il mancato apparentamento veltroniano nel 2008 e venne sconfitto dalla logica del voto utile, dopo il nostro rifiuto di accettare la proposta di inserire nostri rappresentanti nella lista del Pd.

Del De Michelis di allora mantengo un vortice di ricordi. Non stava mai fermo, non si stancava mai, era sempre in movimento, polemizzando, proponendo, sollecitando, suggerendo. Anche quando non era richiesto. Ricordo di avergli sentito dire a Berlusconi, quando il leader di Forza Italia era all’apice del successo e lui un inquisito: “Silvio, non capisci niente”. O di avergli sentito azzardare più volte in tivù, forte del suo 1 virgola per cento: “Prodi è morto”. Sapeva andare controcorrente con una dose di temeraria spregiudicatezza. Sapeva vedere lontano ma raramente era in sintonia coi tempi. Eppure era sempre sul pezzo. Se gli stavi organizzando un evento lui era con la mente già al secondo. Era sempre a disposizione. Se gli chiedevi di venire a un incontro con una sezione di dieci iscritti arrivava puntuale. Sudava e si tormentava le labbra, spesso mordicchiava pezzi di carta. Ma era lucidissimo. La sua ansia era quanto mai produttiva. Devo a lui la mia rinascita politica. Se quel pazzo di Gianni non avesse fondato quel partito anomalo non sarei risuscitato dopo la mia esecuzione da parte del tavolo progressista datata 1993. Quando glielo riconoscevo aggrottava le ciglia. Come se non fosse abituato al linguaggio della riconoscenza.

Lo conobbi quando ero un ragazzo e partecipai, al Midas nel luglio del 1976, a quel Comitato centrale che diede il via alla rivolta dei quarantenni e all’elezione di Craxi alla segreteria. Gianni di anni ne aveva solo 36 e apparteneva, contrariamente a me che ero un giovane autonomista, alla corrente lombardiana. Se ne distaccò nel 1980 quando grazie a lui venne salvata la segreteria Craxi dall’agguato delle minoranze. Poi nello stesso anno fu ministro delle Partecipazioni statali e con Craxi presidente fu al Lavoro. E qui ricordo il suo coraggio di andare dentro le fabbriche anche durante i giorni del referendum sulla scala mobile. Perché Gianni, laureato in chimica, in pochi lo ricordano, iniziò la sua carriera distribuendo volantini a sostegno delle lotte operaie di Porto Marghera. E voleva sempre, anche quando le sue posizioni non erano popolari, il dialogo coi lavoratori.

Col governo Goria fu vice presidente del Consiglio e poi con Andreotti ministro degli Esteri. Ancora adesso viene ricordato come uno, forse il, migliore ministro degli Esteri della Repubblica italiana, con una vocazione atlantica ma fortemente segnata dall’orgoglio nazionale, quella che aveva permesso a Craxi di sfidare nel 1985 gli americani a Sigonella e nel 1986 di negare l’uso delle basi americane in Italia per bombardare la Libia. In una telefonata mi aveva confidato una certa fiducia in Matteo Renzi: “Sta tentando di fare quello che abbiamo fatto noi. Ma, “aggiunse” non ha la squadra”. In effetti i socialisti potevano vantare la presenza di uomini quali Martelli, Amato, lui stesso, Formica, Signorile. Renzi no. Mi scrisse qualche tempo fa a proposito della crisi italiana queste parole: “Noi non avremmo permesso di arrivare alla deflazione e alla disoccupazione di massa”. Questo anche se aveva firmato Maastricht nel 1992, anche se era un convinto europeista. Prevaleva in lui il senso della politica che decide, come il vero potere forte, il più forte rispetto a tutti gli altri. Poi il lungo silenzio dovuto a una malattia che colpisce anche i cervelli più acuti e geniali. Il silenzio e la morte. Che in verità, per chi sprizzava quotidiana creatività, era già avvenuta con la desertificazione della razionalità. De Michelis senza parole era come un pesce senz’acqua. Un violinista senza violino. Oggi avverto dolore e rimpianto. Col cuore trafitto e la testa dove rimbalzano troppi ricordi. Che rappresentano lo stesso significato profondo della mia vita.

 

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