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Nostalgisti e politica

26 Settembre 2019 183 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

E’ dal 1994 che la nostra comunità é afflitta dal duplice conflitto tra nostalgismo e politica. Sono passati 25 anni e ancora siamo alle prese con questo angoscioso dilemma. E’ evidente, la nostalgia é un sentimento comprensibile e anche assolutamente rispettabile soprattutto quando evoca tempi migliori per noi e per gli altri. Dante ci metteva in guardia, però, perché “non c’è nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella sventura”. Crogiolarsi per 25 anni e rimettersi il lutto dopo ogni elezione perché quel tempo non può tornare appartiene a una forma di masochismo francamente sconcertante. Per capire che non si può rifare il vecchio Psi non sono bastati: il risultato del Ps di Del Turco nel 1994 dopo Tangentopoli (dal 13,7 del 1992 al 2,1), il risultato dello Sdi alle europee del 1999, ancora il 2,1, quello del Nuovo Psi alle politiche del 2001, l’1%, quello del Nuovo Psi alle Europee del 2004, il 2,1 ancora, quello del Ps dopo la Costituente nel 2008, lo 0,9. I due risultati delle europee, che sono il doppio di quello conseguito alle politiche, sono anche il frutto di una legge elettorale proporzionale che poi, con le elezioni del 2009, sarà emendata con l’introduzione di uno sbarramento al 4%.

Con questi risultati non si ricrea il Psi. Quante altre volte lo dobbiamo pagare sulla nostra pelle questo dato inconfutabile? Ci sono due ragioni altrettanto indiscutibili che lo escludono. Non si può rifondare il vecchio Psi perché non viviamo, dal 1994, in un sistema politico identitario e perché, dunque, non esistono più i partiti identitari, e cioé il Pci, la Dc, il Msi, il Psdi e via dicendo. Ma non si può fondare un nuovo soggetto solo genericamente socialista perché: 1) In Italia un soggetto del Pse c’é e si chiama Pd e tale é riconosciuto da tutti i partiti socialisti europei (i nostalgisti non lo riconoscono tale ma di loro i socialisti europei non conoscono l’esistenza). 2) Un nuovo soggetto che s’ispirasse a un socialismo più a sinistra del Pd, vedi Leu o altre sigle, porterebbe fuori dal perimetro ideale e storico del vecchio Psi (il socialismo riformista e liberale) il nostro raggio d’azione. Quello che é mancato in questo quarto di secolo italiano non é Psi, ma il suo erede nel nuovo sistema non più identitario. Quello che hanno saputo darsi i comunisti, i democristiani, i missini, non se lo sono dati i socialisti. Questo non é avvenuto per due ragioni. La prima perché lo spazio ideale e politico dei socialisti é stato occupato dai post comunisti che Craxi portò nell’internazionale alla fine del 1992. La seconda perché la criminalizzazione dei socialisti a seguito di Tangentopoli, é stata talmente opprimente che anche la classe dirigente del Psi, con la sola esclusione di Giuliano Amato, definito da Craxi “un professore a contratto” e aggiungo di assoluta qualità e come tale é stato vissuto dagli altri tranne che in occasione delle elezioni del presidente della Repubblica, non poteva contribuire a costruire il futuro del vecchio Psi.

Sono passati 25 anni e occorre un bilancio sereno. Una sola prospettiva che poteva funzionare come nuovo soggetto a forte impronta socialista nel nuovo sistema politico é stata quella contrassegnata dalla Rosa nel pugno, dall’incontro cioè delle due tradizioni che più si sono intrecciate nel corso dell’ultimo cinquantennio: quella socialista e quella radicale. Ho sostenuto, da segretario del Ps che aderiva alla Costituente socialista nel 2007, la necessità di non lasciarla appassire, ho pregato Boselli di lanciare una Costituente liberalsocialsta e non solo socialista, di aprire la Rosa nel pugno a noi che provenivamo dal Nuovo Psi e agli altri che arrivavano da altri partiti. Purtroppo si é gettata a mare un’occasione irripetibile. Le altre combinazioni, messe in atto dal Si e poi dallo Sdi, da quella con Segni a quella con Dini, da quella coi verdi e a quella con Prodi e l’Ulivo, hanno assunto solo la valenze strumentali e volte ad acquisire rappresentanze parlamentari.

L’idea che se il Psi non ritorna é per colpa di chi ha guidato le varie organizzazioni socialiste é risibile. Hanno tentato Del Turco, Boselli, Intini, De Michelis, Martelli, Bobo Craxi, se volete io stesso, Caldoro, e poi anche Bartolomei e adesso vedo che qualcuno parla addirittura di una Epinay socialista (con chi, su cosa, con quale leader, con quali risorse, con quali appoggi internazionali mi sfugge), poi Nencini, oggi Maraio. Sono tutte mezze calzette? Con altri dirigenti (quali?) le cose sarebbero andate meglio? Domande a cui i nostalgisti non sanno dare altra risposta che quella della critica quando non dell’offesa.

Oggi si é aperta una nuova possibilità politica. Come sapete Intini e io, nell’ultima direzione, abbiamo assunto una posizione diversa da quella prevalente sul tema del rapporto col nuovo governo Pd-Cinque stelle. Personalmente avrei preferito un’astensione al voto a favore, soprattutto per il futuro della nostra comunità che non intravedevo in quell’accrocchio politico, ma piuttosto in una posizione critica quale quella assunta da Carlo Calenda ed Emma Bonino. Il Psi, peraltro, non ha avuto o non ha chiesto rappresentanze nell’esecutivo e dunque di fatto il nostro appoggio esterno ha finito per configurarsi più o meno come quello che avevo auspicato, col Psi che valuterà il governo provvedimento per provvedimento.

Lo tzunami successivo, e cioè la scissione del Pd e la formazione dei gruppi parlamentari di Italia viva, ha cambiato sostanzialmente il quadro politico. In questa vicenda il Psi, forse suo malgrado, ha finito per giocare un imprevedibile ruolo decisivo. La mancanza del numero di senatori per fare gruppo ha indotto Renzi a chiedere aiuto al Psi (non a qualche altro partito, ma al Psi) per ottemperare alle norme regolamentari e il Psi ha conseguito una visibilità che non aveva ottenuto nell’ultimo quinquennio. Si tratta di buona cosa o di pericolosa contaminazione politica? Questa nostra adesione ha solo valore tecnico o si configura come alleanza politica? La nostra comunità corre oggi il rischio di essere sciolta e assorbita in un contenitore più grande?

Rispondo sinteticamente. La contaminazione é un’opportunità e ci sarebbe stata anche nel rapporto con Calenda e la Bonino. Credo che obiettivamente i due leader ai quali avevo anch’io rivolto la mia attenzione si trovino oggi in maggiore difficoltà per il restringimento del loro spazio politico. Nel centro-sinistra forse c’é spazio per due formazioni politiche, difficilmente per tre. Il mio augurio è che si possa sviluppare anche un nuovo e produttivo rapporto con Calenda e Bonino. Il valore dell’operazione Renzi é duplice. Colpisce il Pd, un partito col quale non ci siamo mai riconosciuti (lo avevamo definito un compromesso storico bonsai) e avvia un dialogo coi socialisti al di fuori del mito di Berlinguer e delle feste dell’Unità. Si potrà dire di tutto di Renzi meno che sia un post comunista. Se diverrà un’alleanza politica lo vedremo. Personalmente lo spero. Spero che davvero finalmente si crei in Italia quel contenitore in cui i socialisti possano militare a testa alta. Il pericolo di sciogliere la nostra comunità non era più alto dopo aver siglato un vero patto federativo col Pd? Era meglio? Non eravamo stati noi ad augurarci che nel centro-sinistra si formasse un secondo soggetto riformista? Renzi sta antipatico? Io, lo ripeto, non sono mai stato renziano e neanche anti renziano. Ma se dovessimo giudicare un leader politico che il mio amico Martelli aveva paragonato a Craxi, solo da una maggiore o minore propensione emotiva, poveri noi. Forse mai ci saremmo combinati con Moro o con Fanfani, con Saragat o con Spadolini. Neanche Craxi era particolarmente simpatico e poco arrogante. Lasciamo alla politica i suoi tempi. Cosa abbiamo da rimetterci, vi chiedo sommessamente? Per qualche nostalgista l’anima. Ma quando La Pira parlava a Nenni di anime il nostro vecchio leader rispondeva: “Non sono ferrato sull’argomento. Preferisco parlare di cose da fare”.

 

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