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Coronavirus e coronabond

31 Marzo 2020 137 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

In un articolo su Corriere Mario Monti ha invitato quanti reclamano la necessità dei bond europei, definiti oggi coronabond, a non appendersi. A non pensare, cioè, che solo questo sia lo strumento da rivendicare. Macron, che ha stretto finalmente un patto con i paesi mediterranei, rivendicandone implicitamente la guida, ha dettato due opportunità: o i coronabond o un intervento sul bilancio europeo. Ho la vaga sensazione che questo braccio di ferro possa finire con un onorevole compromesso, altrimenti non si comprende perché la conferenza dei capi di governo o di stato, telematica, abbia concesso due settimane di tempo per addivenire ad una soluzione. Ma il problema, anche se magari solo una minima parte del debito dei singoli paesi finirà nelle potestà europee, resta. Anzi diventa impellente. Cominciamo però almeno col dare atto all’Europa di aver preso due decisioni importanti, direi anche sconvolgenti. La prima si riferisce all’abolizione del vincolo del 3 per cento sul Pil, con i conseguenti impegni del fiscal drage, veniva fissato già col trattato di Maastricht e la seconda di avere deposto, spero definitivamente, in soffitta lo sciagurato patto di stabilità, che metteva sullo stesso piano spesa corrente e spesa per investimenti, quest’ultima oltretutto propedeutica ad innalzare il Pil abbassando il suo rapporto col deficit. Si dirà che questo é avvenuto quando anche i paesi del Centro nord sono stati invasi da un’epidemia che ai loro occhi, chissà perché, doveva toccare solo all’Italia. Oggi l’Europa é chiamata a un cambio di passo. Ho trascorso la giornata a leggermi il bel libro di Leo Solari su Eugenio Colorni, il socialista europeista che assieme a Rossi e Spinelli scrisse il manifesto di Ventotene sull’Europa unita, e che venne brutalmente assassinato dalla famigerata banda Koch in via Livorno a Roma a fine maggio 1944, a pochi giorni dalla liberazione della capitale. Vale la pena, nei momenti di crisi, ripassare alle origini del pensiero europeista, che già Filippo Turati aveva anticipato in un discorso profetico degli anni dieci. Colorni pensava a un’Europa capace di mettere insieme politica estera e interna, non solo la moneta, e la ipotizzava frutto di un socialismo che derivando dall’antifascismo non si legasse ai dogmi di Mosca. In questo senso il suo europeismo era in parte eresia in una sinistra che si apprestava da un lato a proporsi l’obiettivo del partito unico e dall’altro a praticare la sua cieca obbedienza a Stalin. Ma a parte tutto questo, sono passati secoli, quello che filtrava dai suoi testi era un virginale entusiasmo per un’Europa capace di superare gli stati sovrani. Questo sarà il nuovo capitolo da scrivere, se non smarriamo la penna. L’Europa federale, quella degli stati uniti, saprà prendere piede dopo che il virus ha definitivamente azzerato l’Europa dei vincoli? Lo vedremo. Magari a partire dallo scorrimento di queste due settimane. Ursula von der Lehyen ha voluto precisare che i coronavirus non sono mai stati all’ordine del giorno. Poteva risparmiarselo visto che il 60% dei paesi europei oggi li rivendica. Intanto ogni stato stabilisce un prezzo all’infezione. L’Italia ha stanziato 25 miliardi che ne svilupperanno 350, la Germania 550. La Francia 45 miliardi puri e la Spagna ne svilupperà 200. Il dopovirus, del quale ancora non si riesce a vedere l’inizio, si annuncia difficile, problematico. faticoso. E soprattutto denso di ulteriori diseguaglianze e tensioni sociali. Bisogna prepararsi subito ad affrontarlo con un governo nazionale adeguato e con un’altra Europa.

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