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Gianni, già ci manchi

11 Maggio 2020 127 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

E’ trascorso un anno dalla scomparsa di Gianni De Michelis e almeno due o tre dall’inizio della sua malattia invalidante. Confesso che fino al 2001, anno della fondazione del Nuovo Psi, a cui, tra gli altri, aderimmo Claudio Martelli, Bobo Craxi ed io, non avevo avuto molti contatti con lui. Provenivo da altre frequentazioni interne. Le mie preferenze, da autonomista e craxiano ante litteram, erano più riservate alle intuizioni creative di Claudio Martelli, alle ironiche e puntute analisi di Rino Formica, agli excursus storici di Ugo Intini. Eppure De Michelis, anche se da lontano, mi aveva sempre incuriosito, per quel suo inesauribile carico di energia che sprizzava dai suoi pori attraverso gocce di sudore come dev’essere per un lavoratore che fa fatica, tanta, per dare il meglio di sé, e per quel suo ingurgitare pezzetti di carta mentre assisteva a una riunione, come se volesse divorare concetti. Nel 2001 la conoscenza é diventata frequentazione attiva, pressoché quotidiana e si é trasformata in amicizia sincera. In occasione delle elezioni di quell’anno, mi colpì molto la sua reazione a fronte del veto berlusconiano alle candidature sua e di Martelli alla Camera. Un veto incomprensibile, inaccettabile. Gianni non mosse un ciglio e coi pochi candidati che riuscimmo a mettere in campo, tra i quali Bobo Craxi e Chiara Moroni, si mise ugualmente alla testa di una specie di Armata Brancaleone qual eravamo in fondo noi, socialisti senza potere, senza incarichi, senza candidature, animati solo da un surplus di orgoglio, abbondantemente ferito, per guidare una campagna elettorale ai limiti dell’eroismo. Quello che mi stupì di Gianni era la sua completa disponibilità a lanciarsi in tutte le lotte, in tutta l’Italia, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, con un carico di passione e di emozione che lo facevano anche piangere, perché Gianni, campione di eccessi, raramente poteva contenere i suoi umori. E dopo le politiche vennero le europee del 2004 e con esse la sua elezione al Parlamento di Strasburgo, la sua meritata rinascita, dopo la dolorosa separazione con un gruppo autorevole di compagni che ci aveva lasciato a seguito del risultato delle elezioni politiche, che potevano scoraggiare tanti ma non lui. Il risultato ottenuto nel 2004 dall’unica lista socialista (lo Sdi si presentò con l’Ulivo) fu il migliore in assoluto di quelli conseguiti dopo il 1994, il 2,1%, assieme a quella dello Sdi nel 1999. Forse anche grazie a quel risultato e poi a quello delle regionali dell’anno seguente mi ritrovai sottosegretario alle infrastrutture del governo Berlusconi due. Un anno solo in attesa delle politiche del 2006, mentre un’altra scissione ci aveva costretti a cercare un’intesa, sul proporzionale, con la Dc di Rotondi. Venimmo eletti in quattro, due nell’uninominale, Moroni e Ricevuto, e due col simbolo del garofano sul proporzionale, Lucio Barani, a cui Gianni cedette il posto per incompatibilità con lo scranno di Strasburgo, ed io, eletto in Piemonte, l’unico socialista rientrato dopo dodici anni a Montecitorio con lo stesso simbolo col quale l’aveva lasciato. I primi due li perdemmo subito, perché scelsero l’adesione diretta al gruppo di Forza Italia, mentre io e Lucio scorazzammo per Montecitorio a seminare interrogazioni, interpellanze, mozioni, improvvisando interventi a getto continuo conditi con garofani che la stessa mamma Rai non poteva ignorare. Ma Gianni non credeva, non aveva mai creduto, che la collocazione dei socialisti potesse essere quella assunta, per difesa, fino ad allora. Più volte disse che si trattava di un’alleanza transitoria, strumentale, di reazione rispetto a una sinistra dipietrizzata. Così appena si aprì l’orizzonte di una Costituente socialista si gettò a capofitto. E io fui con lui, convintamente, da segretario del partito con Gianni presidente. I vertici di Forza Italia ci avevano assicurato la riconferma. Ma una cosa era un’alleanza transitoria con Forza Italia altra cosa era l’adesione al Pdl. Ci capimmo con uno sguardo. Cosi il miracolo di mettere insieme un partito che andava da Angius a De Michelis pareva compiuto. Oltre tutto si trattava dell’unico partito che aderiva al Partito socialista europeo. Il mancato apparentamento di Veltroni, che scelse l’America e Di Pietro, scombinò i piani e sappiamo come purtroppo sia finita. De Michelis si tirò da parte, ma continuò a partecipare, a parlare, a suggerire, a ingurgitare pezzetti di carta, a emozionarsi, ma anche ad arrabbiarsi per quello che si sarebbe dovuto fare e dire e non lo si era fatto. L’ultima volta che lo vidi fu a casa sua a Roma, una casa situata in un sottoscala, che debordava di libri. Mi disse che doveva essere operato. Poi lo ascoltai per telefono con una voce fioca. Mi confessarono che stava male e poi che suo figlio Anchise aveva voluto trasferirlo a Venezia. Un anno fa la notizia della sua dipartita. Gli ho voluto bene. Come si deve voler bene a quanti ti hanno saputo dare il meglio di loro. Senza Gianni e quel suo folle tentativo di ripartenza io non sarei politicamente rinato. Senza Gianni non avrei potuto partecipare a quei romantici e forse illusori tentativi di ripartenza. Senza Gianni non mi sarei arricchito di una percentuale maggiore di testardaggine e a volte di un desiderio che può perfino trasfigurare la realtà. Senza De Michelis, già ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio, non avrei incrociato l’unico tra i vecchi dirigenti del Psi che ha accettato di ricominciare da zero, con umiltà e continuando ad asciugarsi con la cravatta le gocce di sudore.

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